'Contro la violenza c'è l'educazione'

Achini (Csi) interviene dopo la morte del guardalinee olandese ucciso da alcuni giovani

Il presidente del Csi, Massimo Achini (Credits: Csi)

Dario Pelizzari

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La notizia ha fatto il giro del mondo in poche ore. In Olanda, tre ragazzi di età compresa tra i 15 e i 16 anni, calciatori di una squadra dilettante giovanile, hanno aggredito fino a ucciderlo un dirigente della società di casa che si era prestato a fare il guardalinee in occasione di una partita amichevole tra le due società. Il ministro dello Sport olandese ha dichiarato che "è assolutamente terribile che qualcosa di simile possa accadere in un campo sportivo olandese".

E' successo in Olanda, ma sono in molti a pensare che sarebbe potuto succedere in qualsiasi altra Paese d'Europa, Italia compresa. La violenza e l'ignoranza, è cosa nota, non hanno passaporto. Per conoscere più da vicino lo stato dell'arte dello sport dilettantistico di casa nostra, abbiamo chiesto l'intervento di Massimo Achini, presidente del Centro sportivo italiano (Csi), associazione senza scopo di lucro e su base volontaria che promuove i valori dello sport sul territorio nazionale e con numeri tutt'altro che trascurabili: 13 mila società affiliate e 950 mila tesserati. Lo sport amatoriale italiano, è un dato di fatto, passa anche e soprattutto dal Csi.

Presidente, cosa ne pensa di quanto è successo in Olanda? Crede che dalle nostre parti un fatto del genere possa mai accadere?

E' chiaro che mi viene da rispondere 'spero proprio di no', ribadendo che spero e non me la sento di dare assolute garanzie. Secondo me occorre dividere il ragionamento in varie parti. C'è una reazione umana, comprensibile ed evidente. Credo che tutte le persone che praticano o hanno a cuore lo sport non possano che restare sbigottiti e drammaticamente colpiti da quello che è accaduto. E poi, c'è la reazione che ci porta a pensare di fare qualcosa di concreto. Di fronte a eventi simili, si ha la sensazione di essere impotenti, perché tanto è il dolore che non si sa come muoversi.

Il Csi ha scelto di rilanciare il tema con due piccole iniziative simboliche. Abbiamo chiesto a tutti i ragazzi dell'età dei tre responsabili della tragedia olandese di abbracciare l'arbitro prima dell'inizio di tutte le partite del prossimo weekend. In più, chiediamo a tutte le nostre società sportive di dedicare una parte del primo allenamento della prossima settimana alla discussione di quanto successo in Olanda. Se è vero che ormai viviamo in una dimensione europea, non possiamo sentirci molto lontano da quanto è avvenuto. Detto questo, la reazione più seria secondo noi è investire fortemente nella dimensione educativa dello sport.  

Per intenderci, è innegabile che il dramma olandese non abbia nulla a che fare lo sport, quanto piuttosto con il disagio giovanile. E' una spia drammatica della condizione dei ragazzi e dei giovani. Purtroppo, il giocare a pallone non ha cambiato la vita di quei tre ragazzi, che ora si ritrovano in carcere a scontare una pena che cambierà la loro vita. Però, giocare a pallone cambia la vita di migliaia di ragazzi, è uno strumento educativo dalle potenzialità impressionanti. Se oggi c'è una priorità assoluta, è l'educazione dei giovani. E in questo senso lo sport, se usato bene, è uno strumento straordinariamente importante.

Nel prossimo weekend, il massimo campionato olandese si svolgerà regolarmente, pure se le partite inizieranno con un minuto di ritardo per ricordare la tragedia. A suo parere si sarebbe dovuto intervenire diversamente?

Francamente, devo dire che c'è un po' di delusione rispetto alla decisione dei massimi vertici del calcio olandese. Pure se in una condizione completamente diversa, quando il nostro Paese fu colpito dall'omicidio del commissario Raciti, l'allora commissario straordinario della Federcalcio, il dottor Pancalli, fece quel gesto di sospendere i campionati che, certo, non risolve nulla, però ha un valore fortemente simbolico. La dignità e la vita di una persona valgono molto di più degli interessi del grande calcio. In Olanda, si fermerà il calcio dilettantistico, ma non quello professionistico. Senza permettermi di giudicare, non è un segno bellissimo.

Credo sempre di più che lo sport di vertice debba prendersi le proprie responsabilità educative. A questo proposito, non posso fare a meno di evidenziare che Csi e Lega Calcio di Serie A firmeranno nei prossimi giorni un protocollo di intesa per promuovere lo sport negli oratori. Hanno già dato la loro disponibilità all'iniziativa tanti grandi protagonisti dello sport italiano. Per carità, nulla di sconvolgente, eppure un piccolo passo per dimostrare che questa è la strada da seguire...

L'ha ribadito anche lei poco fa. Lo sport è un veicolo privilegiato per educare i più giovani al rispetto del prossimo. Crede che in Italia si sia fatto abbastanza in questo senso? Come fare meglio?

Ho la sensazione che si sia già fatto molto. L'unica partita che lo sport italiano non può assolutamente permettersi di perdere è quella di educare i giovani alla vita. Indubbiamente, si può fare di più. Per esempio, avvicinando il mondo dei campioni a quello dei ragazzi. I campioni possono essere un modello di trasmissione dei valori ad alta velocità. Possono arrivare nel cuore dei ragazzi.

Certo, questo passa inevitabilmente da quanto dicevo prima, e cioè che lo sport di vertice senta la responsabilità dei propri gesti. Parallelamente, la gioia e lo spontaneità che il mondo dello sport di vertice ha perso può arrivare soltanto dai più giovani. Per questo, l'alleanza tra sport di vertice e sport di base per l'educazione dei ragazzi è importantissima ed utile a tutti.  

Il confine tra sport amatoriale e professionistico è spesso molto sottile, soprattutto sugli spalti. Si dice che il problema più importante per chi lavora in questo ambito sia la gestione dei parenti dei giovani atleti...

Quello dei genitori è un problema molto reale, croce e delizia di qualsiasi società sportiva di base. Ed è un problema serio, senza dubbio. Noi abbiamo sperimentato a questo proposito alcune soluzioni d'avanguardia. Ci sono alcune società del Csi che hanno ad esempio attivato una sorta di scuola educativa per i genitori. Fatto sta che l'atteggiamento dei genitori riflette, di fatto, la cultura sportiva del nostro Paese.

Vale la regola del dottor Jeyill e Mister Hyde. Quando un papà o una mamma vedono giocare il proprio figlio scatta spesso in loro un meccanismo perverso che rischia di provocare guai. Bisogna diffondere una cultura sportiva diversa, ma serve tempo, perché l'educazione non ha ricette immediate.

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