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Fabio ha preso il volo

Il suo ultimo romanzo è alla terza ristampa. Quando è in radio, mezza Italia lo ascolta. Perché, facendo ridere, parla anche di cose serie. E soprattutto perché è "uno qualunque"

Fabio Volo

Lucia Scajola

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La storia ormai è nota. C’era una volta un panettiere bresciano un po’ esuberante e poco istruito, per fare qualche soldo il giovane suonava con gli amici compaesani, fino al giorno in cui arrivò a Milano per lavorare in radio. Poi la televisione (il successo glielo diedero Le Iene su Italia 1), il cinema (Casomai e Manuale d’amore 2 tra i film più apprezzati), i libri.

Oggi il trentasettenne Fabio Binetti, meglio conosciuto come Fabio Volo, accento "della bassa", licenza media e battuta sempre pronta, è fra gli autori più venduti in Italia. Benché i critici associno a questo "non scrittore" una vanga più che la penna, Il tempo che vorrei (Mondadori), quinta fatica del "bamboccione kirkegaardiano" (come è stato definito), è in cima alle classifiche dei libri più venduti.

Piace insomma più di thriller e feste sataniche la storia semplice di Lorenzo, ragazzo di provincia che cerca la sua strada in città, struggendosi tra il suo amore incompreso per il padre e quello inconcluso per Federica.

L’Italia, si rammaricano certi intellettuali, è questa: "Un paese qualunque che segue uno qualuque". Talmente qualunque da meritare, per le critiche, la prima pagina di uno dei più importanti quotidiani nazionali.

Dopo il milione di copie vendute con Il giorno in più (uscito nel 2007), le attuali 300 mila di Il tempo che vorrei esauritesi in tre settimane spostano la collocazione di questo "bambinone cresciuto": non è più solo la voce scanzonata della mattina di Radio Deejay, ma un signor autore da best-seller. Con buona pace di chi si interroga sulle ragioni di tanta immeritata gloria, Volo è salito in cattedra a insegnare il mestiere dello scrivere.

"In questo Paese si fatica ad accettare il successo altrui. Se qualcuno ce la fa, bisogna subito massacrarlo" lamenta Volo, jeans e maglietta, davanti agli studenti dell’Università Cattolica di Milano.

Un’altra consacrazione: il blasonato ateneo ha chiamato il tardoadolescente con la fissa del sesso libero per tenere una lezione al corso di scrittura creativa. Fabio ha preso il volo.

Il conduttore-attore-scrittore ha titolo per insegnare. L’aula non è mai stata tanto affollata: la fila di fan, in cerca di autografi e ricette per il successo, straripa dal seminterrato fino ai chiostri esterni dell’università. Qui, fra i docenti canuti del corso, il giudizio sull’ex panettiere è unanime.

L’ultimo romanzo è diverso: più strutturato e maturo dei quattro precedenti, Il tempo che vorrei fa di Fabio uno scrittore vero. La griglia narrativa c’è e le citazioni dotte, di cui fa uso ricorrente, sono dichiarazioni d’amore alla letteratura, non infantilismi come qualcuno ha stigmatizzato. "Anche perché" rassicura Ermanno Paccagnini, direttore del seminario, "Manzoni era il primo ad abusarne". Assolto. Volo però fa spallucce: rifiuta il titolo di scrittore preferendo quello di raccontatore. La sua insolita modestia è credibile. "Gli intellettuali sottolineano la mia estraneità dalla loro élite? Non ho mai bussato a quella porta. Io mi rivolgo ai lettori".

Dice che per lui scrivere è come andare dall’analista: "Lo so che gli autori veri si soffermano sulla ricerca delle parole e delle strutture molto più di me. Io sono così, semplice e diretto. Per ora, è il massimo che so fare". Per arrivare a questo punto Fabio, che ha solo la licenza media, ha letto, viaggiato e "parlato tanto con gli altri". Sono questi i consigli che dà agli studenti: "Aprite gli occhi voi che sapete già molte più cose di me". Anche in questo c’è qualcosa di nuovo: Fabio ha smesso di vantarsi a tutti i costi di essere andato poco a scuola.

Ammette dei limiti. "Ci sono persone che non riescono a costruirsi un’armatura e persone che non riescono più a liberarsene" aveva scritto nel suo penultimo romanzo Il giorno in più. L’impressione di chi lo conosce fin dagli esordi è che Fabio Binetti-Volo stia piano piano sganciando la sua armatura: all’immagine del ragazzotto in ascesa, in perenne ansia da prestazione, si sovrappone sempre più quella di un uomo appagato. Persino timido, come è apparso mentre parlava di sé durante la sua ultima comparsa all’Era glaciale di Daria Bignardi. "Sono nato e cresciuto in una bella famiglia" ha raccontato di recente "però non c’erano soldi. Io ho cercato di trovare una soluzione a questo problema".

L’ex panettiere oggi è libero di comprarsi dieci cd in una volta sola, senza dover rinunciare alla pizza la sera stessa. E può ripagare suo padre, panettiere prima di lui, dei sacrifici fatti per tirarlo su. Il tempo che vorrei è dedicato a lui: "Da bambino mi accanivo perché non capivo che l’assenza di papà era una sua rinuncia per mantenere tutti noi" spiega l’autore, indicando nel ritrovato rapporto col genitore l’intero senso del suo ultimo libro. "Con questo racconto gli voglio riconoscere la dignità che merita".

Non aspira al Pulitzer, Fabio Volo. Dice solo di voler fare ordine nella sua vita. 

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