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New York, il volto del nuovo italo-americano

La prima parte di un diario del viaggio negli Stati Uniti di un musicista: incontri, riflessioni e scoperte - Prima parte

omino da empire

Mimì De Maio

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Che la presenza degli italiani negli Stati Uniti fosse ampia è risaputo. La National Italian American Foundation (NIAF) e l’Order of Sons of Italy in America (OSIA) stimano che gli Americani di origine italiana siano circa 25-26 milioni

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Da sinistra: Pasquale Cozzolino, Letizia Airos, Rosario Procino e Mimì De Maio da Ribalta (NYC) – Credits: Mimì De Maio

La domanda d’italiano e d’Italia da parte della società americana è in crescita. Gli studenti d‘italiano nelle università americane sono passati da quasi 50mila nel 1990 a oltre 71mila nel 2013 (dati della Modern Language Association – MLA). Si identifica l'italiano quale lingua della cultura e, più in generale, accesso preferenziale allo stile di vita italiano. Ma se questi dati sono in crescita, diminuisce la presenza dello stereotipo italo/americano. Non è un caso che Little Italy sta sparendo in favore di China Town. Non poteva essere altrimenti. Quell’Italia non esiste più.

Vorrei precisare, chi vi scrive vuole condividere una suggestione e non dati empirici. Sono a New York per un tour nei club della city che durerà circa un mese. Giro la città di giorno e di notte suono nei locali (canzoni mie, italiane). Ho la sensazione che si diffonde sempre di più una nuova forma di italiano. Molti sono ragazzi delusi del loro Paese. Nuovi migranti. Magari con famiglie della media borghesia italiana che hanno studiato in discrete università, ambendo a un ruolo di prestigio nella società. E poi si sono scontrati con la crisi economica del nostro paese. Molti, moltissimi imprenditori che hanno avuto il fiuto di esportare il made in Italy nel campo del food piuttosto che l’alta moda. L’Italia è poi presente nei menù, nelle vetrine, nelle insegne e soprattutto nel sorriso delle persone quando scoprono che sei italiano. È una carta vincente che può giocarti per inaugurare la conversazione. Tutto ciò è lontano dallo stereotipo dei film americani sulla mafia Don Corleone Style. È molto più cool. Poi ci sono gli artisti, inguaribili sognatori alla continua ricerca del sogno americano. Gente che costruisce continuamente ponti di dialogo tra più culture.

Ho preso un caffè l’altro giorno con Laura Campisi, cantante jazz di Palermo. Vive a New York dal 2011. Nei suoi live contamina la musica della sua terra con il jazz e suona con musicisti americani. La vedrete difficilmente cantare sui carri durante il Columbus Day, affascinante e tradizionale manifestazione che celebra il popolo italiano emigrato in America ad inizio secolo. Popolo che ha contributo a fare grande questo Paese. Laura ama Palermo ma a un certo punto ha capito “che lo sforzo in Italia era troppo grande rispetto ai risultati che ne derivavano”. Troppo spesso sento ripetere questo ragionamento, purtroppo. Da alcuni mesi è nata “Radio Nuova York” fondata da Polo leader di un gruppo precursore del rap partenopeo “La famiglia”. Suonano musica di ogni tipo e parlano in italiano. C’è il successo di Ribalta la pizzeria di Rosario Procino e Pasquale Cozzolino diventato un punto di incontro tra italiani, newyorkesi…e tifosi del Napoli! Potrei andare avanti all’infinito con esempi di nuova italianità presente a New York e nuovi italo/americani. Figli delle università italiane. Colti e per questo anche più sofferenti della condizione politica ed economica italiana. Si parla continuamente di cervelli in fuga. Se n’è parlato talmente tanto che ormai l’espressione si è staccata dal significato iniziale ed è diventata una sorta di gadget da usare nei discorsi. Peggio ancora quando si dice “dobbiamo far ritornare i nostri cervelli”. Quando sento questa espressione la mia mente si lancia in visioni da film di fantascienza tipo Mars Attack. Vedo tante testoline che volteggiano da un paese all’altro. Gioco con il surreale per esprimere un concetto però molto reale (senza sur davanti). Il treno è partito. Questi ragazzi, miei coetanei non torneranno. Sono qualcosa di nuovo ora. Italiani che costruiscono altrove le loro ambizioni ed aspirazioni. Tornare? Certo, per Natale e Pasqua (a volte). Sarebbe invece un progetto costruire ponti di dialogo. Pensateci, abbiamo il privilegio di avere tanti ambasciatori dormienti negli Stati Uniti. Ragazzi che amano profondamente la loro cultura perché, gli appartiene e l’hanno studiata. Amano meno l’istituzione italiana. Offriamogli gli strumenti per raccontarsi, per portare la bellezza delle cose che hanno imparato, ai loro coinquilini, vicini e concittadini americani. In un rapporto 1 a 1 la nuova italianità può diffondersi meglio e con un profumo più autentico.

Ho avuto il piacere di incontrare il Direttore dell’Istituto di Cultura Italiana a New York, lo scrittore Giorgio Van Straten. Mi ha parlato del suo lavoro e dell’obiettivo di fare arrivare la cultura italiana agli americani. All’istituto per esempio si presentano libri di autori italiani ma tradotti in inglese, presenti nelle librerie americane. Nel nostro paese spesso diciamo “si chiude una porta e si apre un portone”. Le generazioni nate tra l’83 e il 90 circa sono state protagoniste di una nuova migrazione. Diversa da quelle che dal nord Africa, una migrazione “indolore”. Queste generazioni, sono la nostra porta che si è chiusa. Tutto ciò però, può ancora rappresentare una grande opportunità. Il nostro “portone” che si apre.

E se i nuovi italiani diventassero un movimento culturale, e riuscissero ad ispirare i loro vicini, rafforzarsi, acquisire consapevolezza del loro valore e contaminare di ritorno anche il nostro paese? Non sarebbe male. E allora tocca solo che iniziamo a riconoscerci.

 

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