Gli studenti italiani, zimbelli del mondo
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Gli studenti italiani, zimbelli del mondo
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Gli studenti italiani, zimbelli del mondo

Secondongli ultimi dati OCSE il sistema scolastico del Belpaese è pesantemente in ritardo

Ogni tre anni si danno le pagelle alle scuole. Secondo i dati OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) del nuovo test PISA (Programme for International Student Assessment) l’Italia, sorpresa sorpresa, è bocciata.

I quindicenni italiani, su 65 Paesi presi in considerazione, si piazzano al 32° posto in matematica con 485 punti (media OCSE 494), al 31° posto in scienze, con 494 punti (media OCSE 501) e al 26° posto in lettura con 490 punti su una media OCSE di 496.

Tenendo conto che la media non è data solo dalle vette cinesi ma anche dai picchi negativi di Paesi emergenti non ancora emersi, è nella sfida con i paesi occidentali di riferimento (Francia, Germania, Inghilterra) che l’Italia si vede pesantemente in ritardo.

I giovani italiani sono condannati a diventare gli zimbelli del mondo? Totalmente scemi e istupiditi come nelle apocalittiche visioni intellettualoidi?

Nel mare magnum dei dati da analizzare, sempre dall’Ocse apprendiamo che dal 2002 al 2011 sono più di 68mila i laureati italiani che sono andati in cerca di fortuna all’estero.

Una quota sarà anche andata a ricoprire lavori di bassa manovalanza. E non saranno pochi i mammoni tornati indietro con le pive nel sacco appena scoperto che senza mammà (e la sua borsetta) i soldi per campà chi te li da? Eppure, come ognuno di noi potrà riscontrare nella sua cerchia di conoscenze, è pieno di ragazzi che hanno messo a frutto una formazione scolastica italiana per avere successo in vari ambiti all’estero.

Come si spiega?

In generale l’idolatria dei test, frutto di un determinismo sociale specchio del più volgare determinismo scientifico, è difficile da debellare. Nonostante la discrepanza tra dati e test e la loro effettiva capacità predittiva riguardo l’affermazione sociale, dato che le mille sfumature umane, compreso un carattere nazionale fatto di guizzi e creatività, non sono ingrigliabili tanto facilmente.

Ma ammesso che i dati rilevati misurino realmente qualcosa (e qualcosa, non foss’altro l’ecumenismo dei commentatori, lo misurano di certo) una volta estratti, devono essere interpretati. Messi a confronto con altri dati e relativizzati.

Il fatto che la scuola italiana cada a pezzi non è un nuovo né sconvolgente. Ed è inoltre probabile che, con la mancanza di sbocchi occupazionali, anche le motivazioni allo studio dei giovani, in concomitanza con i tagli dei finanziamenti alle strutture pubbliche, produrranno una più o meno diffusa diaspora scolastica.

D’altra parte, anche visivamente, basterebbe mettere a confronto una scuola superiore italiana e paragonarla a quei meravigliosi campus anglosassoni. Come potrà mai competere?

Ma attenzione: gli americani stanno dietro. E, nonostante gli ulteriori tagli dal 2009, anno del’ultima rilevazione (otto miliardi di tagli alla scuola dal 2008 al 2011), gli studenti italiani hanno migliorato la loro posizione.

Come è possibile? Boh, dicono i dati.

L’impressione è che al di là di sancire l’ovvia ascesa cinese anche sul fronte dell’istruzione (in matematica, per esempio, si impongono i quindicenni di Shanghai, con l’inarrivabile media di 613 punti seguiti da quelli di Singapore, Hong-Kong e Taipei) conseguenza dello spostarsi del baricentro del mondo da occidente a oriente, questi dati non rivelino nulla nello specifico e soprattutto non avranno alcun riflesso sulla vita studentesca degli studenti italiani.

Il fatto che gli ottimisti sbandierino i miglioramenti rispetto al disastroso test del 2009 e i cinici ritengano una magra consolazione l’aver “fatto meno schifo del solito” dimostra che l’algebra sociale, più influenzata dalle interpretazioni che dalle rilevazioni, è tutto fuorché lineare e semplificabile.

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