Jorge Caballero Jiménez, Flickr
Social

Come sarebbe un mondo senza Facebook

Nessuna richiesta d’amicizia, niente like, post e check-in da condividere. Avremmo personalità e ecosistemi sociali differenti

Poco più di 12 anni fa Mark Zuckerbeg lanciava The Facebook. Il 4 febbraio del 2004 il ragazzino lentigginoso pubblicava quello che doveva essere solo uno strumento di condivisione di idee per i ragazzi dell’Università di Harvard. Il 13 settembre del 2006 apre il sito a tutti, una sorta di lavagna digitale molto semplice e rozza, almeno all’inizio. Dopo dieci anni e 1,5 miliardi di iscritti, Facebook è decisamente diventato il punto centrale dell’esistenza digitale di tante persone.

Ma dove saremmo oggi se tutto ciò non fosse mai accaduto? Se non ci fossero stati Like e Reactions da selezionare, post e check-in da condividere, insomma se quel sito sul quale entriamo con smartphone, tablet e computer fosse stata solo un’idea immaginata e mai realizzata? Freccia a destra per scoprirlo!

Il migliore? Sarebbe Friendster

Prima di Facebook, prima di Twitter, prima di Google Plus. Era il 2002 e sul web appariva Friendster, un portale che allargava alla massa il concetto già espresso da SixDegrees.com: se la rete è fatta di persone, serve un luogo per farle interagire con semplicità. Se il social network di Zuck non fosse mai esistito, oggi ce ne staremmo tutti su quello dalle faccine sorridenti, che invece ha chiuso i battenti il 14 giugno del 2015, dopo una lenta agonia.

Non avremmo la sindrome da social

Non è “scientificamente provato” ma la sindrome da Facebook è qualcosa che si è affacciata nella società negli ultimi anni. L’assunto è che un uso smodato della piattaforma può causare ossessione e dipendenza con possibili problematiche comportamentali. Diversi studi affermano come Facebook sia la causa dell’infelicità moderna, anche se la teoria potrebbe valere per tanti abusi che si fanno oggi della tecnologia, a partire dall’utilizzo delle email, chat e videogame. 

Nessun licenziamento per colpa dei post

Nel settembre del 2011 si sono verificati in Italia i primi licenziamenti per colpa di un post di troppo. A Roma, un dipendente della Cassa nazionale di previdenza dei commercialisti è stato licenziato per aver postato un commento negativo sul proprio datore di lavoro. A novembre del 2014, in Sardegna un “like” è costato il posto ad un dipendente della CS&D di Villacidro; lo stesso anno è toccato a Marilena Petruccioli, sindacalista di Perugina. Ma i casi sono tanti e in continuo aumento. Molti (internazionali) li trovate a questo indirizzo.

Google avrebbe ancora più potere

Diciamo la verità: Google Plus non arriverà mai vicino ai numeri di Facebook. Non è semplice caprine i motivi, ma in cima alla lista c’è ovviamente il super successo del rivale. Già è difficile barcamenarsi tra WhatsApp, email, telefonate ed sms per bazzicare anche un altro social, peraltro privo di un valore aggiunto reale rispetto a quello di Zuckerberg. Ma senza quest’ultimo sarebbe stato tutto diverso.

Non parliamo solo del design, della possibilità di chattare con gli altri e di condividere foto, video e link ai siti web con la cerchia di amici. Alla base dell’attuale potere di Google ci sono i “big data”, ovvero le informazioni raccolte da fonti diverse: le ricerche sul web, la posta di Gmail, i video preferiti su YouTube e l’utilizzo delle app su Android. Se solo Google avesse anche il predominio sui social network, potrebbe dominare il mondo. Letteralmente.

E Twitter?

Il microblog dai 140 caratteri dipende da Facebook? Non direttamente, ma in parte. Se abbiamo cominciato a guardare anche ad altri social network, ad effettuare analisi sul loro utilizzo e a capirne il potere sulla vita politica, economica e sociale, è grazie al boom avuto dalla piattaforma di Menlo Park. La luce emanata da Facebook ha riscaldato, di riflesso, anche Twitter e, in misura minore, Instagram (comprato poi dallo stesso Zuckerberg).

Probabilmente senza Facebook oggi il mondo dei tweet non sarebbe lo stesso, magari non avrebbe intrapreso la stessa strada evolutiva, necessaria per mantenersi a galla e tenere alla larga la concorrenza. E c’è un particolare da non sottovalutare: molti utenti si sono avvicinati al mondo social provando prima Facebook e poi “tradendolo” per Twitter.

Un mondo meno “connesso”

Non nel senso tecnico del termine, cioè in quanto a persone online, ma a livello semantico. Quando nell’aprile del 2010 Facebook ha reso disponibili il “mi piace” e lo sharing come codici da incorporare su tutti i siti web, è come se un filo invisibile, ma resistente, avesse cominciato a legare le maglie del web, donando quel po’ di coesione che altrimenti sarebbe mancata. Certo, tutto questo si è tradotto in un enorme vantaggio di marketing per il social network, visto che alla fine i click puntano sulle sue pagine, ma è evidente che senza l’invenzione di Zuck, la rete sarebbe meno “rete” di ciò che è oggi.

Non saremmo così ossessionati dalla privacy

Meglio far finta di niente o essere consapevoli di quanto succede intorno? È un po’ questo il dubbio amletico che sovviene quando ripensiamo all’enorme scandalo chiamato Datagate. Gran parte del merito (o della colpa, decidete voi) è anche di Facebook. I motivi sono anche banali: se voglio spiare le movenze di un individuo oggi in rete, vado a violarne la presenza sui social network, requisito quasi essenziale per dimostrare la presenza dell’io digitale nella società odierna.

Quindi senza Facebook non ci sarebbe il monitoraggio social globale, rimarrebbe di certo quello su altri servizi come le email, ma il clamore e le successive prese di posizione da parte di Zuckerberg e soci, non avrebbero scatenato il tam-tam mediatico degli ultimi anni, e nemmeno il rifacimento delle leggi statunitensi sulla privacy online. Conoscere le azioni della National Security Agency su Facebook e altre piattaforme ci ha resi più insicuri, ma anche consapevoli.

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