Sergio Luciano

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Non tuffarsi con convinzione in questo cambiamento d’epoca che si chiama “industry 4.0” sarà ben presto inverosimile per un’impresa che voglia stare sul mercato, inverosimile come lo sarebbe stato nel 1950 non avere la corrente elettrica o nel 1990 non avere un computer per la contabilità: è la sensazione che ha accomunato gli imprenditori mantovani riuniti dall’Ibm e da Panorama per un workshop dedicato appunto a questa nuova rivoluzione industriale che sta sviluppandosi sotto i nostri occhi e che il governo italiano ha inquadrato nella legge di bilancio per il 2017 introducendo incentivi fiscali senza precedenti, un superammortamento pari al 250% dell’investimento, per aiutare le imprese ad “esserci”.

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“Facciamo un esempio riferito al mondo manifatturiero classico, il settore dell’auto”, spiega a una platea attentissima Stefano Rebattoni, responsabile dei servizi tecnologici di Ibm Italia. “Ebbene, è un settore che dalle storiche, grandissime catene di montaggio che sfornavano prodotti standard è passato ad una fabbrica molto automatizzata ed efficiente, con una nuova logica di gestione delle scorte, un’altissima efficienza e un alto indice di flessibilità produttiva per personalizzare al massimo alcuni aspetti dei prodotti. Oggi, tra propulsione elettrica, car-sharing e driverless-car, è un settore che si sta trasformando dalla pura produzione ad un mix di produzione e servizio. Il mercato lo prevede e per questo valuta un’azienda come laTesla, nata nel 2005, il doppio di un colosso nato magari oltre un secolo fa”.


Una metamorfosi strutturale che del resto la stessa Ibm ha vissuto negli ultimi vent’anni, diventando da grande fabbrica di computer qual era un’azienda di servizi informatici globale. “La fase che viviamo è quella del cognitive computing, anima della quarta rivoluzione industriale”, sintetizza Rebattoni.

Maurizio Venturi, architetto informativo di Ibm, si assume il compito di esemplificare gli effetti – sia sui prodotti e quindi sui consumatori che sul sistema produttivo - di questa rivoluzione: “Investirà tutti, perché se ad esempio pensiamo alle lavatrici intelligenti in grado di leggere le etichette dei capi per impostare automaticamente i tipi di lavaggio, comprendiamo che l’industria tessile dovrà dotare i capi stessi di etichette compatibili e stabili. L’intelligenza artificiale applicata alla meteorologia e integrata con l’Internet delle cose potrà farci dire dal nostro ombrello quanto e quanto pioverà. Per riprendere lo spunto dell’industria dell’auto, con Car2go il gruppo Mercedes ha iniziato a cambiare pelle, offrendo ai suoi clienti non solo un prodotto, la Smart, ma un servizio integrato. Grazie all’Internet delle cose!”.

Dunque una vera rivoluzione che cambia i prodotti, spesso trasformandoli in servizi; cambia il modo di interagire con essi dei consumatori; e cambia il modo di produrli. Il tutto, naturalmente, richiedendo un salto di competenze a imprenditori e operatori economici e professionali. E richiedendo investimenti. Ma non così tanti quanto molti imprenditori temono. “La maggior parte delle soluzioni di Iot”, hanno spiegato gli uomini Ibm, “viene erogata con la formula del software as a service, insomma a consumo, limitando l’impatto degli investimenti fissi”.

Questo naturalmente non toglie che potrebbe essere necessario metter mano agli impianti, per dotarli ad esempio di tutta la sensoristica che interagendo con i sistemi centrali può trasferire gran parte degli oneri di manutenzione e rifornimento dalla mano umana al robot: ma questi investimenti sono appunto agevolati dalla legge e sono contraddistinti da una redditività sicura e misurabile perché confrontabili con il regime, ben noto, dei tradizionali costi di produzione.

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