Sergio Luciano

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“L’umanesimo che innova”, come recita l’iscrizione dell’Istao, l’istituto di studi e formazione più prestigioso non solo delle Marche; ma anche la sfida di essere “grandi imprese” - nei valori, nelle competenze e nelle capacità - più che imprese grandi nelle dimensioni.

E la capacità di reinvestire su se stessi, sulle proprie risorse, i capitali finanziari e umani necessari: questa la ricetta della crescita economica possibile per Macerata, com’è emersa da un dibattito molto denso che ha aperto, stamattina nel Teatro Don Bosco del capoluogo marchigiano, la seconda giornata di Panorama d’Italia in città.


Il modello familiare, fonte formativa

“Il modello delle piccole e medie imprese che si teme non possa affrontare la globalizzazione dei mercati è proprio quello che invece potrà farcela”, dice Serena Sileoni, direttore dell’Istituto Bruno Leoni, “a condizione che il modello familiare non sia concepito come trasmissione passiva del sapere da padre in figlio e invece come l’occasione di una nuova formazione per le nuove generazioni. E quanto al ruolo del pubblico, basterebbe che chi produce ricchezza in questa regione fosse messo in condizione di fare proprio lavoro, che non vuol dire tanto aiutarlo a sbarcare in Cina ma non intralciarlo con la burocrazia”.

La giusta soluzione

Ma le infrastrutture sono un problema, per Macerata e le Marche: “Noi imprenditori qui abbiamo le occhiaie, perché ci svegliamo prima e ci addormentiamo dopo per le distanze che dobbiamo coprire nei viaggi per e da le nostre destinazioni”, dice Giovanni Clementoni, presidente degli industraili di Macerati, 400 imprese iscritte nonostante la crisi, meglio di come sia andata in varie altre provincie italiane.

“Per fare impresa ci sono molte ricette, anche troppe. Poi da caso a caso si va a vedere nel concreto qual è quella giusta. C’è una generazione perduta? Forse la nostra, che ha causato molti dei problemi che oggi ci affliggono. Però la produzione va dove c’è voglia e capacità di lavorare, e dove si lavora tanto. Perché in realtà il costo della manodopera è in genere solo uno degli elementi della competitività”.


Un nuovo umanesimo

Le imprese che funzionano sono quelle che fanno ricerca e internazionalizzano, dice Pietro Marcolini, presidente neo-confermato dell’Istao, l’Istituto di ricerche economiche e formazione più prestigioso non solo dele Marche: “Sono le imprese che utilizzano personale altamente qualificato, con conoscenze avanzate. In questa nostra terra puà rimanere e crescere chi sa comporre al meglio le risorse dei capitali, dell’organizzazione, dell’innovazione, della ricerca legandosi alla tradizione e facendo innesti.
L’umanesimo che innova è una buona sintesi. Quando Achille Ardigò visitava Monto Granaro diceva: se qui la mattina passa un imprenditore con una Ferrari viene gaurdato con attenzione, se passa il redditiero di Villa San Filippo con la sua fuoriserie viene seguito da occhiatacce e dispresso… Ecco, questi sono elementi della nostra storia che andrebbero valorizzati".


Il fattore "resilienza"

L’importanza dell’investimento del capitale è quello che sottolinea anche Ferdinando Cavallini, direttore generale della Banca della provincia di Macerata, un istututo di credito piccolo ma sano e dinamico, con il 12% del parametro Cet 1, così importante agli occhi della Bce, che finanzia le imprese terroriali meritevoli senza prossimità torbida ma con la conoscenza profonda del territorio che serve. “La nostra provincia ha reagito alla crisi con la resilienza, cioè resistendo e adattandosi. Il direttore generale della Banca d’Itaia Salvatore Rossi ha detto recentemente che alle imprese marchigiane manca l’ascensore, perché nascono piccole e rimangono piccole, ma io penso che non ci vogliano necessariamente solo imprese grandi ma soprattutto grandi imprese, che sono tali quando conoscono il loro business, il loro mercato, hanno capitali e know how”.



E a questo riguardo è straordinaria la testimonianza di Paolo Tononi, presidente di Marche Cinema Multimedia, l’artefice della cordata che ha prodotto “Il giovane favoloso”, il film di grande successo sulla storia di Leopardi, costruendo su questo successo di critica e di pubblico una casa di produzioni che sta crescendo a grande ritmo. “E siamo convinti che quando il cinema sa raccontare un territorio crea valore ben al di là del botteghino, com’è successo ad aree importanti del nostro Paese, da quelle narrate da Montalbano a quelle inquadrate nelle fiction di Terence Hill”. “A volte dare troppe risorse”, ha detto in conclusione, “è sbagliato. Nelle vigne, se il terreno non è buono e le viti affodnano più in profondità le loro radici, come non è buono il terreno economico qui a Macerata, può venir fuori il vino più buono”:

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