Il futuro del PD secondo Stefano Bonaccini

Gli errori di Matteo Renzi, la lunga marcia per tentare il recupero e l'attenzione sulla sua Emilia Romagna. Intervista a tutto tondo con il governatore

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Il governatore dell'Emilia Romagna, Stefano Bonaccini – Credits: Ada Masella

Sergio Luciano

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“Se la domanda è se serva anche all’Italia un partito come quello di Macron, rispondo di no, che già ci siamo indeboliti e che dividerci ancora aggraverebbe soltanto la crisi”: Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia Romagna, risponde alle domande di Raffaele Leone, direttore di Panorama, nell’intervista pubblica che conclude la tappa di Panorama d’Italia a Reggio Emilia. “Sono convinto”, chiarisce Bonaccini, parlando nella sala conferenze del grande Tecnopolo del capoluogo emiliano, “che Renzi non stia immaginando di fare un partito suo. E non sono arrabbiato con lui, c’è stima, credo reciproca, e non penso affatto che politicamente scomparirà. Io credo che l’errore vero sia stato immaginare quel referendum del 4 dicembre 2016 come un referendum sul Paese e dunque anche politico, mentre lui, arrivato al successo elettorale del 40% come innovatore, giunse al referendum essendo ormai da molto identificato con il nuovo estabilishment del Paese”.

E dunque qual è la strada politica che il Pd dovrebbe oggi seguire?
Quando arrivò al potere Berlusconi, immaginammo che per vent’anni non avremmo più toccato palla, e non fu così. Quando salì al potere Monti, pensammo che i tecnici avrebbero governato per dieci anni. Quando Renzi andò al governo non immaginavamo che dopo tre anni avrebbe dovuto incassare una simile sconfitta, ma questa è la politica. Ad esempio, se un merito va riconosciuto a Salvini è quello di aver risollevato la Lega dal 4% verso il 20%. Non bisogna mai, in politica, esaltarsi troppo per i buoni risultati, né deprimersi troppo quando si perde. Tanto più che la fine del bipolarismo toglie a chiunque la certezza che la volta successiva tocchi a lui. Per questo occorre riprendere l’iniziativa, ridisegnare la dirigenza, rimettersi a lavorare con metodo.

Una lunga marcia…
Una lunga marcia che deve cominciare dalla rivendicazione di alcune scelte fatte nel Paese che produrranno risultati importanti anche in prospettiva. Poi dobbiamo valorizzare il meglio delle esperienze politiche di cui è ricco il territorio e uscire dalla dialettica interna, a volte incomprensibile, che credo amareggi gli elettori, attoniti di fronte per esempio a dibattiti surreali come quello di sabato scorso. Perché, peraltro, mai come oggi c’è bisogno di riprendere l’iniziativa politica. Quando sento forze politiche di governo richiamarsi al modello di Putin o di Orban resto attonito, sono cioè modelli che non si riferiscono ai canoni della democrazia occidentale cui noi dobbiamo invece continuare a riferirci.

Il congresso?
Si può anche rinviare, il Pd deve pacificarsi con la classe dirigente che c’è e valorizzare le esperienze che possono aver futuro per la qualità delle realizzazioni. Viceversa se il Pd non riuscirà a dimostrare di esser tornato a occuparsi dei problemi dei cittadini e di essere avvitato solo sui propri, mancare alla necessità del Paese di avere oggi un’opposizione forte e domani un’alternativa di governo. In generale ci serve mettere in campo un progetto politico che ricostruisca lo spazio progressista.

Tornando al territorio, governatore: come giudica i risultati dell’indagine di Mondadori sui sentimenti dei suoi concittadini emiliani e romagnoli? C’è orgoglio per tanti primati, come la sanità, ma anche timore per la sicurezza e fastidio per la gestione dell’immigrazione…
Sono risposte che non mi sorprendono. La qualità della vita qui da noi è più alta, è logico che sia riconosciuta come tale, per esempio sul fronte della sanità pubblica. Ed è indubbio che quelli della sicurezza e dell’immigrazione siano i problemi più sentiti. Per quanto i numeri ufficiali registrino anche qui un calo dei crimini, ma evidentemente la percezione è un’altra. D’altronde, la nostra è la Regione con maggior numero di extracomunitari residenti, perché è una terra accogliente e aperta, nessuno ha mai pensato di alzare muri, ma proprio per questo gli episodi di delinquenza, compresi i furti d’appartamento, risultano particolarmente odiosi perché non ci si è abituati.

E c’è un po’ di inquietudine sul futuro, più di quanto sarebbe stato immaginabile…
Vede, questa terra ha avuto per decenni la piena occupazione come un must, se avevi voglia lavorare qui i lavori c’erano, e chi chiudeva un’impresa era perché non sapeva condurla. Invece anche qui dal 2012 al 2015 la disoccupazione è balzata dal 3 al 9 per cento! Di qui l’inquetudine, di qui anche il fastidio per il tasso pur non allarmante di delinquenza. In ogni caso siamo una Regione che è uscita dalla crisi ed ha forti anticorpi sociali, che stanno funzionando. Credo che dentro l’inquietudine ci sia anche il rischio e la paura dello stallo.

Qual è il mix giusto per scongiurare questo rischio?
Curare la qualità di ciò che si produce, si studia, si progetta, la qualità dei servizi. Io continuo a dire che c’è un bene prezioso da difendere, le istituzioni. La mano pubblica ha consentito di saper redistribuire ricchezza. L’Emilia Romagna è tra i primi posti nel mondo per minor incidenza delle disuguaglianze, ma questo primato deve continuare a stare insieme anche al valore della piena occupazione. Questa è terra abituata a lamentarsi poco e a rimboccarsi maniche, come è accaduto col terremoto, che non fa più notizia perché si sta ricostruendo tutto, con concordia. Qui da 3 anni tutte le decisioni principali persino su dove collocare gli investimenti le stiamo prendendo di concerto con tutte le forze locali.

Infine, sul futuro dell’Italia gli emiliani non sono ottimisti…
Io penso invece che questo Paese ha tutte caratteristiche per rimettersi a camminare speditamente ma deve colmare alcuni ritardi clamorosi. La sconfitta al referendum è stata un’occasione persa nel provare a dotare l’Italia di alcune riforme che lo facessero essere un poco più semplice e meno burocratizzato e più libero.

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