Bombassei: l'importanza di investire

Con la sua Brembo lo ha sempre fatto anche in momenti di crisi. E ha avuto ragione. A Bergamo per Panorama d'Italia uno sguardo con lui sulla politica e il futuro Governo

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Il presidente di Brembo Alberto Bombassei - Stezzano (Bergamo), 20 aprile 2018 – Credits: ANSA/PAOLO MAGNI

Sergio Luciano

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Password: investire sempre. Da quando, nel ’61, Alberto Bombassei ricevette dal padre la base, piccola piccola rispetto ad oggi, di quella che sarebbe diventata la multinazionale dei freni, la sua Brembo, ha sempre creduto nell’investimento. In soluzioni innovative nei materiali, nei dispositivi, nel design. E oggi, dall’alto di 2,5 miliardi di fatturato in 5 continenti, con 10 mila dipendenti di cui circa la metà in Italia, un’azienda quotata in Borsa e managerializzata, può pensare al futuro con la stessa parola d’ordine in testa: investire.

“Ma sì, l’abbiamo fatto anche nei momenti più difficili!”, conferma, e non a caso negli ultimi tre anni, cioè da prima che il mercato dell’auto ripartisse, la sua azienda ha assunto 1400 persone e acquistato e installato cento robot. Dunque le due cose non sono in antitesi: “Ne siamo la riprova”, conferma lui: “Il lavoro cambierà ma non si ridurrà, se sapremo star dietro al cambiamento”.

L'esperienza politica

E lui sì che ama cambiare. Addirittura al punto da aver fatto, cinque anni fa, il grande salto accettando la candidatura alla Camera, con Scelta Civica, in una prima esperienza che lo ha choccato. Ma non del tutto negativamente: “Ricordo che quando sono entrato a Montecitorio mi sentivo come a San Pietro, con un grande rispetto reverenziale. Poi ho visto scene, assistito a dileggi, volgarità e violenze che mi hanno scosso”, e rievoca quando, proprio alle sue spalle, due grillini erano saliti in piedi sui banchi e dopo vari minuti di gazzarra il più scalmanato rispose al suo pacato invito a calmarsi con un insulto: “E io mi chiesi cosa avessi mai commesso per ritrovarmi lì dentro, a settant’anni suonati e con tutta la mia storia, a farmi dare del coglione da un giovanotto di trenta”.

Così, lui è uscito dalla politica consapevole che amministrare la cosa pubblica è tremendamente difficile, per molti versi più che farlo in una grande azienda.“Un conto è gestire un’azienda, un conto è un Paese”, risponde infatti quando gli si chiede cosa farebbe se venisse nominato premier: “Ci vuole una grande competenza, che non mi pare ci sia ancora tra i Cinquestelle, un po’ di più nella Lega per le esperienze di governo regionali. Comunque se i due partiti vincenti il 4 marzo faranno il governo, speriamo facciano le cose giuste. Sono pronto a fare tanto di cappello se riusciranno ad attuare gli impegni presi”.

Anche la riforma della legge Fornero? “No, quella no: ne sono stato cofirmatario come Confindustria, è una riforma indispensabile: quando è stata introdotta, stavamo per ritrovarci col rischio di non riuscire a pagare le pensioni!”.

E il reddito di cittadinanza? “Nemmeno: ma non perché sia sbagliato riconsiderare certi strumenti di welfare ma perché per farlo in quel modo mancano le risorse. Ci vorrebbero dai 40 ai 50  miliardi…Piuttosto, io defiscalizzerei completamente il primo impiego, quello sì, e mi dispiace che il Pd non l’abbia fatto”.

Il renzismo

Renziano dice di non esserlo ma un po’ Bombassei rimpiange l’attivismo del primo Renzi. “E se fossi premier – continuando il paradosso – confermerei subito Calenda allo Sviluppo Economico, per le cose che ha fatto”, tra le quali ridurre la pressione fiscale sulle aziende defiscalizzando le spese di ricerca e sviluppo. “Mentre nel suo insieme la politica economica degli ultimi anni è riuscita a ridurre il debito pubblico, sia pure di poco”.

Il Pd e Renzi

Peccato per quel caratteraccio di Renzi che ne aveva già ridotto il consenso personale al 19% quando ancora quello per il partito veleggiava attorno al 40%. L’analisi di Bombassei sul Pd è affilata, perché – senza esserne mai stato elettore – riconosce al partito di Renzi e Martina un ruolo positivo nella storia politica recente del Paese. Con degli errori, per esempio al Sud – dove non a caso i Pentastellati hanno fatto incetta.

Oggi Bombassei, nel rispettare tutti, resta prudentissimo e preoccupato rispetto al quadro politico: ma se proprio deve concedere più fiducia, gli viene di farlo verso la Lega anche rispetto al problema dell’immigrazione fuori controllo che c’è stata e in parte ancora c’è, problema effettivo su cui è stata la Lega a dimostrare più sensibilità: “Tra tante brave persone che vengono per lavorare, e che servono all’economia del Paese, si è anche infiltrato chiunque, fornendo manovalanza alla criminalità”.

L'industria

Ma Bombassei è anche e soprattutto un imprenditore, sa tutto del mercato dell’auto, ed è giocoforza chiedergli quali previsioni fa sull’evoluzione di un settore gravido d’innovazione, dall’elettrico all’auto a guida autonoma al car sharing.

Tutte soluzioni che, oltretutto, non mettono in discussione l’importanza dei freni. “Quando m’incontro con Tronchetti Provera della Pirelli dico che fino a prova contraria le ruote serviranno sempre e dovrammo sempre essere frenabili”, scherza, ma poi fa un affondo interessantissimo sulle criticità del boom dell’elettrico: “Certamente avrà sviluppo ma cambierò l’approccio produttivo e rischia di compromettere l’equilibrio di tante aziende subfornitrici che producono i motori endotermici”.

Infine un commento all’esortazione rivolta da Mario Draghi, presidente della Bce, a tutti gli stati dell’Eurozona a non demordere con le riforme strutturali: “L’euro si è rafforzato su molte valute diverse e questo ha addirittura nuociuto ai nostri conti, ma fare a meno dell’euro è impensabile, sarebbe come suicidarsi. Siamo in un Paese che prospera grazie all’export, assurdo fare qualsiasi cosa che possa nuocere all’import-export. Il mercato è globale e va tenuto al centro! Non si va da nessuna parte da soli, l’Europa deve muoversi compatta sullo scacchiere mondiale”.

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