Italia-Usa, si può fare di più

I rapporti economici bilaterali sono forti, ma ci sono ancora pregiudizi da vincere. Un primo passo con il tour di Panorama d'Italia a New York

Central Park new york

Central Park a New York in autunno – Credits: iStock

Fernando Napolitano

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"Commerciale ma moralista, civile ma bellicosa, individualista ma organizzata, conservatricee idealista ma spregiudicata", così Martin Wolf, editorialista del Financial Times, descrive lapidariamente la "gens" statunitense. Questa sintesi marca la distanza tra l'etica americana e quella italiana nel condurre gli affari.

Il motivo di fondo per cui, nonostante la retorica romantica post bellica, il business tra i due Paesi è tutt'oggi flebile. Certo, quando ci si reca nelle grandi città americane, si vede tanta Italia (moda, cibo, arredi, super-car) e se ne deduce un solido rapporto commerciale. Non è così.

Nel 2016, secondo il Censis Bureau, l'export italiano è stato di 45 miliardi di dollari, in aumento del 2 per cento rispetto al 2015. La Germania, in flessione dell'8 rispetto al 2015, ha fatto esportazioni per 114 miliardi. L'economia tedesca è 1,8 volte più grande di quella italiana, non 2,5 come suggerirebbe l'export. Sul fronte degli investimenti diretti esteri, il bicchiere è mezzo pieno come titola l'ultimo rapporto dell'A.T. Kearney. Nel 2015 l'Italia investiva in Usa 7,3 miliardi di dollari, ma gli Stati Uniti appena 300 milioni, in Italia. Sempre nel 2015 e per la prima volta nella storia tra i due Paesi, lo stock di investimenti italiani negli Usa (28,6 miliardi di dollari) superava quello americano in Italia (22,5 miliardi).

È, da un lato, una buona notizia perché l'export si irrobustisce con investimenti diretti per acquisire operatori americani e/o aprire stabilimenti in loco. Dal lato culturale e operativo, inoltre, queste aziende si adeguano al modo di fare business descritto da Wolf trasferendolo in patria. L'Italia rimane, tuttavia, al 38° posto come destinazione degli investimenti americani. Gli investitori americani hanno una visione binaria dell'Italia: eccellenza nei settori del gusto, buon vivere e tempo libero, ma non una destinazione per fare "serious business".

Cambiare questa percezione richiede una visione e un progetto articolato per il lungo periodo. Ed è fattibile. Panorama, con Mondadori, è il primo gruppo editoriale italiano che accetta questa sfida avendo la consapevolezza delle complessità. Per un paese che non comunica in inglese con il resto del mondo, questo impegno è dirimente: è lo spartiacque tra l'approccio toccata e fuga della "photo opportunity" con il potente di turno a consumo dei quotidiani nazionali, e la visione strategica di lungo periodo basata su continuità, professionalità e affidabilità.

Questo primo tour di Panorama d'Italia a New York dal 31 ottobre al 2 novembre, poggia sull'impianto strategico lanciato nel 2011 dall'Italian Business& Investment Initiative che mira a posizionare l'Italia come Paese hi-tech e destinazione di investimenti diretti. Grandi corporation che lavorano su filiere tecnologiche all'avanguardia, piccole e medie imprese che innovano e si espandono all'estero in cerca di economie di scala, un sistema universitario che, dal business alle scienze, è competitivo su scala internazionale formando capitale umano di eccellenza.

Il concerto di questi tre assi della competitività italiana deve essere articolato fattualmente e comunicato chiaramente e ripetutamente agli investitori e opinion maker americani. Con questo intento è stata avviata, e per la prima volta, una campagna di comunicazione su base annuale peri maggiori media di New York circa le eccellenze italiane sui tre assi. Questi opinion maker avranno accesso diretto ai leader di settore.

La "tre giorni" di Panorama d'Italia è coerente con la continuità e professionalità. Il tour pizzica le corde giuste di quell'etica moralista, civile e idealista. Innanzitutto l'approccio "give back", ridare al proprio Paese andando oltre gli interessi di parte per servire una causa superiore e nobile. Questo non può prescindere dalla charity, aderire e raccogliere fondi per essere un attore di cambiamento su temi sociali o di emergenza - Lega del filo d'Oro e fondi per restaurare un monumento danneggiato dal terremoto in Umbria.

Rigorosamente in black-tie secondo il rituale conservatore, le serate di gala per premiare le personalità che si sono distinte nelle artie nel business all'Harvard Clube al museo Guggenheim. Mostrare i muscoli e quindi uno show di eccellenze, con senso commerciale e spregiudicato, attraverso un dispiego di risorse e di mezzi adeguati allo scopo. Per comprendere la portata di questa impresa è utile descrivere l'isola di Manhattan, lunga 20 chilometri e larga 3,5, la più competitiva del pianeta. Ogni anno il milione e 600 mila abitanti accolgono 60 milioni di visitatori - in prevalenza donne e uomini d'affari. Il Pil, di 1,5 trilioni di dollari è il doppio di Londra e pari a quello del Canada. Si parlano oltre 200 linguee sono presenti più di cento università. Hanno il proprio quartier generale 48 delle top Fortune 500, ci sono 3,7 milioni di posti di lavoro nel settore privato. II newyorkese, raffinato ma viziato da una città dai succedanei competitivi, ama dire Impress me, cioè "impressionami". È l'impegno di Panorama: "One concrete step at the time, we will".

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