Gravidanze precoci. Storie di mamme bambine

Ecco che cosa accade quando a mettere alla luce un figlio, sono poco più che delle bambine. Storie di gravidanze precoci  

Gravidanze precoci. Storie di madri bambine

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Annalisa Borghese

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Un amore sbocciato sui banchi del liceo. Angelica, 16 anni e Simone, 19, hanno un figlio di sei mesi. Recentemente lei ha raccontato la sua storia ad un’assemblea di istituto sottolineando quanto sia importante che la scelta di portare avanti o meno una gravidanza non prevista e inaspettata sia personale e meditata. Anche a 16 anni.

I giornali hanno riportato la sua storia. Forse Angelica è particolarmente matura. Forse ha una famiglia che la sostiene. Potrebbe essere una “Juno” di casa nostra (ricordate il film di Jason Reitman che racconta di una sedicenne incinta che non ne fa un dramma e anzi decide di tenere il bambino e darlo in affido?), di certo è un’eccezione poiché il fenomeno delle “madri-bambine” presenta aspetti problematici di difficile soluzione anche là dove non esistono condizioni di degrado socioeconomico né un basso livello di istruzione. A fare la differenza sembra possa essere proprio la famiglia d’origine.

A questo proposito, per quanto riguarda il nostro Paese, l’ultimo rapporto di “Save The children” del 2011 afferma che spesso “le gravidanze precoci hanno luogo in contesti familiari caratterizzati da una condizione di disagio culturale e sociale e dove non esiste educazione sessuale”. E già nella scelta delle parole c’è uno scarto che ha in sé delle conseguenze perché dovrebbe trattarsi di educazione all’affettività e non soltanto sessuale. In realtà, invece, neppure questo.

Infatti di solito i corsi che vengono proposti nelle scuole di educativo hanno ben poco. Sono lezioni di informazione sessuale e non è affatto scontato che i ragazzi acquisiscano chiarezza in merito né che le ragazze intuiscano la delicata complessità della propria natura ciclica, soprattutto quando accanto non ci sono genitori con cui poter parlare.

L’informazione è necessaria, ma non basta e anzi l’eccesso di notizie, facilmente reperibili in internet, può creare confusione, incomprensione e senso di inadeguatezza.

Parlare della sessualità come di un insieme di gesti estrapolati da una relazione affettiva induce i ragazzi a provare, sperimentare, vedere che effetto fa. In un certo senso può persino legittimare la mancanza di coinvolgimento affettivo perpetrando quella scissione culturale fra corpo, mente e cuore, tipica della società occidentale, che continua a tenerci lontani dal cammino umano della felicità.

Per raccontare la sessualità e l’affettività occorrono ascolto e empatia. Occorre l’alleanza fra generazioni. Alessandra Marazzani, psicologa e coordinatrice dell’associazione “Laboratorio adolescenza” che collabora con la Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza, afferma che la sessualità è tuttora un argomento di difficile approccio sia nel gruppo dei pari che in famiglia.

E allora vien da chiedersi dove siano le madri nel delicato passaggio delle bambine dall’infanzia all’adolescenza. E se ci sono, come vivano la consapevolezza femminile.

Biologicamente parlando, un numero elevato di donne con figli adolescenti è nei dintorni della menopausa e molte di loro fanno i conti con malinconia e irritabilità, vedendosi nello specchio rovesciato dei figli che stanno entrando nell’età fertile.

In altre parole, la crisi delle madri si rispecchia nella crisi delle figlie.

E i padri? Da molto tempo, ormai, c’è una domanda disattesa del ruolo paterno, un bisogno di regole da rispettare che liberi dall’ansia e dalla gabbia dorata del narcisismo onnipotente.

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