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Siria e Iraq, i rischi per gli Stati Uniti

La guerra a Isis, senza orizzonti politici, mette a rischio il futuro del Medio Oriente e la sicurezza nazionale degli Usa

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Luciano Tirinnanzi

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Per LookOut News

Il fronte comune contro la minaccia dello Stato Islamico c’è, ma ancora non si vede. La Conferenza di Parigi ha sì delineato la coalizione internazionale che dovrà arginare, respingere e poi annientare gli uomini dello Stato Islamico (IS). 


Ciò nonostante, la confusione è tale che non vi è ancora chiarezza sul “chi farà cosa” né in Iraq né in Siria. Si dovrà aspettare l’Assemblea Generale dell’ONU della prossima settimana per capire meglio il ruolo di ciascuno dei 40 Stati che hanno aderito al fronte anti-Stato Islamico.


Tanto per fare un esempio, le armi inviate dall’Italia ai curdi sarebbero ancora ferme a Baghdad per “ragioni burocratiche”. Il che la dice lunga sulla rapidità di risposta dell’Occidente alla minaccia degli uomini di Al Baghdadi.


Dunque, è innanzitutto nella cabina di regia che regna l’incertezza sull’intera operazione: gli Stati Uniti non hanno ancora una strategia di lungo corso, né una chiara idea di come fronteggiare un nemico nuovo e imprevedibile. Di conseguenza, gli alleati sono assai riluttanti nell’impegnare le proprie forze in prima linea e giudicano inaffidabili le analisi e le stime della Casa Bianca.


Anche perché il Pentagono ha una visione più pragmatica dello stesso presidente Obama, il quale ha tracciato l’ennesima red line, “no american boots on the ground”, che potrebbe essere smentita nuovamente dal deteriorarsi del conflitto. Ma il presidente insiste e ieri alla Camera, dove ha incassato l’ok al piano per armare i ribelli siriani moderati, ha ribadito: “non voglio impegnare voi e il resto delle nostre forze armate a combattere un’altra guerra sul terreno in Iraq”. Obama non vuole, ma saprà evitarlo?


Il generale Martin Dempsey, capo dello stato maggiore delle forze armate americane, ha già messo le mani avanti: “Se a un certo punto ritenessi necessario affiancare i nostri soldati alle truppe irachene, andrei dal presidente per raccomandargli il ricorso anche a truppe da combattimento a terra” ha dichiarato durante una precedente audizione al Senato.


Il fronte iracheno


Per il momento, il Pentagono ha lanciato 174 attacchi aerei in Iraq e sta coordinando gli attacchi terrestri dei soldati iracheni da sud e quelli dei curdi da nord-est, grazie a quei cinquecento uomini dell’intelligence americana sbarcati a Baghdad settimane fa, per gestire quella che si va delineando come “la resistenza” a IS. 


Sinora, il risultato più importante è aver aperto un fronte nella piana di Mosul, capitale dello Stato Islamico e città chiave per togliere al Califfato il controllo dell’Iraq: qui l’esercito iracheno sta avanzando, mentre da est i curdi hanno liberato alcuni villaggi e ora puntano la città di Zumar, nella provincia di Ninive.


I progressi sono però limitati, mentre la resistenza dello Stato Islamico è notevole: la velocità con cui l’IS ha creato uno Stato Islamico ne ha già dimostrata la considerevole capacità tecnica e strategica. Oggi è proprio questa rapidità di movimento a preoccupare i vertici militari USA. 


Inoltre, le tattiche mimetiche, l’abilità nello scomparire e nel riapparire colpendo a sorpresa, le trappole e le mine disseminate ovunque e infine l’uso dei cecchini, portano a ritenere che la guerra in Iraq sarà lunga e logorante. E che l’intervento di molte truppe a terra - quale che sia la loro bandiera - si renderà necessario, quantomeno per espugnare Mosul.


Senza contare che il quadro politico in Iraq è disastroso: il nuovo premier sciita Haider Al Abadi non riesce in alcun modo a nominare i ministri degli Interni e della Difesa, per l’opposizione di numerosi parlamentari. Non proprio un segnale rassicurante, per chi dovrà guidare eventualmente l’Iraq “liberato”. 


Ed è qui che cominciano i rischi per gli Stati Uniti: lasciare ancora una volta il lavoro a metà, condannando gli iracheni al caos. Avere una tattica militare, infatti, non significa avere una strategia politica, indispensabile per la pace futura in tutta la regione.


Il fronte siriano


Inoltre, non si può analizzare l’andamento del conflitto senza considerare anche il fronte siriano. È qui che per gli Stati Uniti e gli altri alleati la cosa si fa ancora più seria. “Siamo in guerra con ISIS, come lo siamo con Al Qaeda” ha detto il Segretario alla Difesa, Chuck Hagel. 


Il che significa che il Pentagono riconosce la saldatura sul terreno tra Stato Islamico e Jabhat Al Nusra, la formazione di matrice qaedista che sta tenendo in scacco il regime di Damasco quasi da sola, e ritiene credibile anche l’annuncio delle due più forti organizzazioni operative di Al Qaeda, AQAP e AQMI (Al Qaeda nella Penisola Arabica e Al Qaeda nel Maghreb Islamico), che hanno offerto un’alleanza militare allo Stato Islamico. 


Con il doppio risultato di allargare teoricamente il fronte di guerra, esponendo altri Paesi alla minaccia del Califfato, e di dover riconsiderare il numero degli effettivi sul campo (secondo la CIA, AQAP conterebbe oltre un migliaio di miliziani e AQMI poco meno). 


In un comunicato congiunto, AQMI e AQAP offrono un patto d’alleanza al “secessionista” Al-Baghdadi chiedendo ai “fratelli jihadisti di cessare di ucciderci l’un l’altro per unirci contro la campagna americana e la diabolica coalizione che ci minaccia”.   


Molti altri gruppi minori lottano in Siria per defenestrare il presidente Bashar Assad ma questo annuncio, che sconfessa il numero uno di Al Qaeda Ayman Al Zawahiri (il quale disapprova Al Baghdadi), è molto pericoloso per gli Stati Uniti: mentre infatti lo Stato Islamico punta alla conquista del territorio e opera in un contesto di guerra intestina all’Islam - sunniti contro sciiti e apostati - gli uomini di Al Qaeda hanno come obiettivo la distruzione dell’“America diabolica”. Un bel problema per la sicurezza interna ed esterna dei cittadini americani, sempre più esposti al rischio di attentati e rappresaglie.


Il braccio di ferro con Mosca


C’è, infine, la questione del regime change. Né il presidente Bashar Assad, né i suoi due alleati Iran e Russia, lasceranno mai la Siria in mano a un governo fantoccio voluto da Washington. Ciò potrebbe riproporre una nuova sfida muscolare con Mosca, frenare i colloqui sul nucleare con l’Iran (che già combatte in Iraq sotto mentite spoglie) e provocare un terremoto politico il giorno dopo la fine delle ostilità. 


In conclusione, gli Stati Uniti ripetono gli stessi errori del passato: sanno fare molto bene la guerra, ma non pensano mai al dopo. Così, l’unica garanzia in Medio Oriente è che tutte le armi che oggi circolano grazie all’aiuto dell’Occidente, domani torneranno a sparare.

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