Scienza

Storia di un "buon" Dottore

Della malasanità si scrive spesso. Poco dei medici buoni, come Pietro Caldarella, chirurgo oncologo premiato per il suo lavoro e la sua umanità

Caldarella

Daniela Mattalia

-

Il giorno concordato per l’intervista piove a dirotto e Pietro Caldarella, chirurgo oncologico allo Ieo di Milano, appena smontato dal suo turno di lavoro, si preoccupa. «Guardi che diluvia, vuole che venga

a prenderla in auto?».

Certo che no, grazie mille, però già prima di incontrarlo capisci com’è che questo medico siciliano, che lavora nello staff del chirurgo Paolo Veronesi, ha vinto un premio che, dal 2017, l’Associazione Europa Donna Italia dà ai cinque medici italiani più «empatici», emersi da oltre 6 mila segnalazioni di pazienti sul web: il «Riconoscimento Umberto Veronesi al Laudato Medico» (dato quest’anno a tre uomini e due donne).

Perché si sa, i medici sono spesso «brutti sporchi e cattivi», commettono errori, sbagliano diagnosi, non curano bene i malati, vengono citati in giudizio, e l’elenco delle loro malefatte, vere e presunte, potrebbe continuare a lungo. Ma questa volta raccontiamo una storia diversa. Quella di un medico che, come tantissimi altri a dir la verità, dedica tutto se stesso ai pazienti. Non perché sia un eroe o un missionario, e poi la retorica non ci piace. Semplicemente perché ha chiaro il senso profondo della sua professione. Aiutare gli altri. Con le parole, i gesti, le decisioni, le terapie. Guarirli, se possibile. Farli stare meglio, sempre.

È quindi un articolo in difesa dei medici? Sì.

Così come è un modo per dire loro, ogni tanto: grazie.

Dottor Caldarella, come ci è arrivato a fare il medico e poi il chirurgo?

Avevo 16 anni, e una fidanzatina che piangeva tutte le sue lacrime addosso a me perché la mamma aveva un tumore al seno. All’epoca ero indeciso se fare l’architetto o il medico. Decisi per il medico. Vinsi una borsa di studio dell’Airc, scelsi senologia e arrivai a Milano con il pallino di fare chirurgia. Mi accolse Umberto Veronesi, vide in me non tanto un futuro chirurgo, all’epoca non ero così abile, quanto un bravo medico da far crescere.

Ma poi è diventato bravo anche come chirurgo spero.

Adesso sì!

E la madre della ragazza?

È ancora viva e sta benissimo, dopo 40 anni.

Lei è stato premiato per essere uno dei cinque medici italiani «più umani ed empatici». Ma i medici oggi non godono di buona fama. Aumentano i contenziosi e le cause, la diffidenza, le aggressioni fisiche. Che colpe riconosce alla sua categoria? 

Dovremmo ascoltare di più, prestare attenzione, essere più disponibili. Ma o hai un buon esempio, o non lo impari. Io ho avuto un buon maestro: Veronesi diceva che il 50 per cento della bravura di un medico era saper ascoltare i pazienti.

Quante ore dedica all’ospedale e ai malati?

Entro allo Ieo verso le sette e mezzo, esco più o meno alla stessa ora, la sera. In media, io e i miei colleghi seguiamo quattro o cinque operazioni al giorno.

Riesce a staccare dal lavoro, una volta che esce dall’Istituto?

Mi è difficile. A volte i miei figli, ho due ragazzini, la sera a cena mi raccontano cosa hanno fatto, e a un certo punto chiedono «papà, ma mi stai ascoltando?», io invece penso a quel malato, a quel caso... E lascio sempre ai pazienti il mio numero di cellulare.

È vero che è sempre più difficile trovare assicurazioni che coprano ospedali e medici?

È sicuramente così. Io ho una struttura che mi copre, ma la nostra polizza si è alzata parecchio. Molti avvocati si buttano su questo filone: fermano i pazienti fuori dagli ospedali chiedendo se sono stati trattati bene, se hanno avuto problemi con la sanità. In tal caso si offrono di assisterli. È una cosa inquietante e molto scorretta.

Come ci si protegge da una causa, a parte cercare di fare bene?

Se si seguono delle linee guida che sono state fatte per quello, il rischio di sbagliare e di avere torto in un contenzioso è minore.

Però a volte bisogna prendere decisioni impreviste e immediate, come si fa?

È effettivamente un problema. Parlando con i miei colleghi, spesso molto in gamba, emerge un fenomeno sconfortante: una volta, quando si verificava un caso limite, il chirurgo diceva al paziente «io provo a fare questo intervento, può andare bene, ma è anche possibile che non ci si riesca». Però provava. Ora, per timore di un possibile contenzioso, molti chirurghi rifiutano, non se la sentono più. Ne sarebbero perfettamente capaci, ma rinunciano in partenza.

Ha mai subito una causa?

Una sola, circa sei anni fa, e mi diede un’ansia pazzesca, mi sentivo sconfitto: era una donna che avevo operato ma dopo quattro anni le vennero delle metastasi al fegato.

La sua colpa qual era?

Quella di non aver fatto un follow-up con Tac annuali di controllo. Ma era una procedura non prevista in un nessun protocollo, anche perché se fai raggi X troppo ravvicinati esponi a un rischio radiologico. Lei fece causa all’ospedale ma il diretto interessato ero io, ero io che l’avevo operata, era con me che non aveva fatto i controlli. È stata risarcita. E la malattia si è poi stabilizzata.

A parte le possibili cause legali, qual è la parte più dura  del suo mestiere?

Trovarsi di fronte a ragazze giovani che, in un momento della loro vita carico di progetti, con un compagno con cui hanno fatto un figlio, durante l’allattamento si ritrovano con un tumore mammario; o peggio, durante la gravidanza scoprono di avere un cancro. Vorresti portarle alla guarigione il giorno dopo e sai che non può essere così.

Ci si corazza mai contro queste cose?

L’esperienza un po’ ti abitua. Come si dice: il pescatore ha la pelle più dura di chi non si espone mai al sole. Ma ci sono quei casi dove sai benissimo, per la tua cultura medica, che andrà male. È una questione di tempo, ma tu sai che andrà male, che sarà un calvario. È il fardello più pesante che mi porto a casa.

Una delle lamentele più frequenti è il modo in cui i medici dicono le cose: avari di parole, noncuranti, tavolta brutali.

È vero, e la noncuranza è una forma di cattiveria, come il non prestare attenzione. C’è modo e modo di dire le cose.

Qual è il modo giusto, se ne esiste uno, per comunicare «lei ha un cancro»?

Io cerco sempre di  sottolineare il lato positivo: lei ha un tumore, ma è circoscritto, oppure non è aggressivo, o ha i recettori giusti per una certa terapia, o ancora non ha bisogno di un intervento invasivo. Dovrò perdere i capelli? Sì, ma quando finirà il ciclo di chemioterapia cresceranno più forti. Ascolto molto, spiego tutto, a volte faccio dei disegni per far capire meglio.

Ci sono, ammetterà anche lei, pazienti antagonisti, insopportabili, con aspettative alte. O che semplicemente non si fidano, hanno le loro idee. Non è facile averci a che fare...

Perdere la pazienza, se sei un medico, ti va contro. Il malato diventa molto più ostile. Sono persone in difficoltà, che vivono la diagnosi e la terapia come un punizione. Devi far capire che hai il loro stesso obiettivo, la guarigione. Io voglio dei successi, non degli insuccessi.

La competizione con il «dottor Internet» la sente?

Mi capitano pazienti che ti fanno domande per cui capisci subito che sono andati online a leggere un sacco di cose, a volte infondate. Spesso ho davanti marito e moglie e quando spiego il percorso di cura, si guardano come per dire «ma noi avevamo letto un’altra cosa». Magari ti interrompono: «Dottore, sappiamo che c’è la radioterapia intraoperatoria», rifiutano la chemio e vogliono l’immunoterapia perché hanno letto che è una nuova cura.

Difficile fargli cambiare idea?

Devi capire i loro timori. Spiegare che la radioterapia in quel caso non si può fare, che l’immunoterapia in quel tumore non avrebbe un senso logico. Poi ognuno è libero di fare le sue scelte. Non vogliono fare la chemio? Gli dici che è come andare in moto senza casco: te la godi di più ma rischi di morire. Ho avuto pazienti convinti di curarsi bevendo solo limonate perché hanno la vitamina C. Ricordo una giovane donna malata che evitava tutti i carboidrati. È morta che pesava 30 chili.

E quando la diagnosi è infausta? Che cosa dice?

Che faremo di tutto. Perché non devi mai far mancare la speranza. Anche quando le statistiche affermano un’altra cosa, alla fine non è detto. Ognuno reagisce alle cure in modo diverso. Rammento casi già guariti che nel tempo sono finiti male, o al contrario tumori aggressivi che poi non si sono più visti. La speranza non la devi mai spegnere. Se un malato ha tre anni di vita, perché glieli devi far vivere male terrorizzandolo?

Lei chiede scusa?

Tante volte. E vieni apprezzato di più. Ricordo un caso, la moglie di un dentista, aveva 60 anni e mi aveva chiesto di fare la mastectomia, io l’avevo convinta che non era il caso, e ho tolto solo un quadrante. Purtroppo all’esame istologico venne fuori che il tumore era più esteso del previsto e dovemmo rioperarla togliendo tutto il seno. 

Si arrabbiò?

Anzi, accettò le scuse e continuò ad avere fiducia tanto da fare tutti i successivi controlli sempre con me. Credo che molti contenziosi potrebbero essere evitati se solo

i medici fossero più umili e sinceri.

Il nostro lavoro non è semplice, siamo umani, possiamo sbagliare.

Sbagliare è inevitabile, ma una garza dimenticata, il più classico e grottesco degli errori, è imperdonabile...

Ma sa che anch’io me lo domandavo, come diavolo fanno, invece è una delle cose più semplici che possano accadere. Le garze le usiamo per tamponare il sangue, diventano subito rosse, invisibili. Una garza che si infila sotto

il fegato non la vedi più.

E come si evita allora?

Ci deve essere un circuito che protegge da questo rischio, persone addestrate nell’équipe che prima dell’operazione contano tutte le garze e non ti fanno chiudere il paziente se alla fine

il conteggio non torna. Se ne manca all’appello si chiama il tecnico di radiologia che fa una diretta per vedere dove è finito il filamento. Ci vuole comunque molta attenzione.

A proposito di attenzione: nelle

serie tv si vede sempre l’équipe

che in sala operatoria cazzeggia

con il malato aperto...

Quello è verissimo, ma fa parte del rituale antistress. Poi nei momenti

di tensione devi stare concentrato. 

Anche perché se si dimentica una garza, poi la gente pensa: «Per forza, stanno tutto il tempo a raccontarsi barzellette!». Lei il dottor House, per esempio, lo vedeva?

Come no, mi piaceva molto.

Però era proprio ciò che un medico non dovrebbe essere: cinico, arrogante, brutale. Se lei lo avesse avuto come esempio forse non sarebbe diventato il medico che vince il premio per l’empatia.

Ma azzeccava sempre la diagnosi. E faceva di tutto per salvare il paziente.

Lei è mai stato paziente?

Sono stato dall’altra parte della barricata, sì. E ho alle spalle un’esperienza dolorosa: ho perso un fratello, morto a 49 anni, colpito da cancro al polmone. Fumava da quando ne aveva 15.

E i medici si sono tutti comportati come avrebbe fatto lei?

No, ho avuto al contrario un’esperienza bruttissima. Gli tolsero un polmone, era un tumore avanzato, e mio fratello un giorno fece a un medico, peraltro un amico, una domanda che non aveva il coraggio di fare a me: «Quanto mi resta?». E quel medico gli disse: «Antonio, secondo me un anno». Da quel momento per mio fratello scattò il timer. È morto dopo sette anni dopo, ma ogni anno lo viveva come fosse l’ultimo. Invece di pensare che stava andando incontro a una possibile guarigione, lo sentiva come una condanna, pensando «adesso arriva la morte».

Sette anni con un tumore al polmone? Un sopravvissuto!

Ma è sopravvissuto male. Era un artista, e in quegli ambienti quando esci dal giro non lavori più. Ogni anno per lui era sempre peggio, entrò in depressione, aveva un atteggiamento autodistruttivo e alla fine fu stroncato da un infarto. Per due anni, ogni giorno, i miei genitori sono andati al cimitero.

Vede quanto contano le parole?

Possono salvare ma anche condannare in un certo senso.

Per questo il nostro ruolo è così importante. Le persone che affrontano la malattia con ottimismo hanno più possibilità perché il loro organismo  reagisce meglio. Ogni giorno il nostro sistema immunitario combatte contro cellule precancerose. Poi di fronte a un dolore, a un forte stress, può risentirne.

A parte il timore di sbagliare, o non riuscire a guarire, quali sono i lati più stressanti del suo lavoro? Gli orari? I turni massacranti? I medici che scioperano hanno ragione?

Hanno ragione se, come avviene in tante strutture, non c’è ricambio nei turni per carenze di personale. E i medici ospedalieri questa situazione la pagano più di tutti, non riescono neanche a smontare dai loro turni di lavoro. Certo, poi ci sono quelli che fanno le sette ore e 40  del contratto, timbrano e vanno via. Ma tra le cose più pesanti in realtà c’è la burocrazia che ci sovrasta.

In effetti, da un sondaggio sul «burn out» dei medici, è emerso che una delle maggiori fonti di stress sono proprie le scartoffie amministrative.

È così. Oltre alla visite e alla sala operatoria, i medici devono riempire cartelle cliniche, lettere di dimissioni, compilare moduli con gli esami istologici, riempire i codici per il Dgr, cioè la richiesta di rimborso per le prestazioni alla Regione. Tutte cose che dovrebbero fare gli amministrativi, ma in Italia c’è la cultura di assumerne il meno possibile, e noi ci ritroviamo a fare un lavoro che non è nostro e porta via tempo. L’Istituto ha ragione altrimenti non scattano i rimborsi, i pazienti hanno ragione perché vogliono la tua attenzione, e tu ti ritrovi sveglio alle 3 di notte pensando a come incastrare tutto.

Mai sofferto di «burn out»?

Non a livelli eccessivi. Ma sì, ho attraversato periodi di forte stress in cui avevo una fame bulimica. Mia moglie mi consigliava di farmi aiutare da uno psicologo, mio figlio quando mi vedeva aprire l’armadietto dei biscotti mi diceva «Papà chiudi, non c’è bisogno...».

E invece, cosa le dà felicità?

Dare una mano alle persone, aiutarle a stare meglio. Ho un ricordo bellissimo, quando ci ripenso mi emoziono ancora. Ero al 4° anno di specializzazione in un reparto di chirurgia toracica, c’era un malato anziano solo, senza moglie o figli, facendo il giro dei letti mi ero fermato accanto al suo e gli tenevo la mano. Entrò un infermiere, un tipo alto e professionale, mi intimidii e staccai subito la mano. Lui fece tutto quello che doveva fare poi, quando entrambi uscimmo dal reparto, mi disse: «Non ti vergognare mai di fare queste cose e quando un giorno, e te lo auguro, diventerai professore, continua a farle».

In tutti questi anni, ha mai pensato «non ce la faccio più»?

A volte arrivo a casa la sera distrutto e sì, penso che cambierei lavoro. Ma sono attimi. La mattina dopo mi sveglio e sento che non potrei fare nessun altro mestiere al mondo.  n

© riproduzione riservata

© Riproduzione Riservata

Commenti