Scienza

Come uscire dalla depressione e ricominciare a vivere

Dopo 30 anni di stallo è in arrivo una nuova cura, uno spray a base di Ketamina. Una droga? Certo, ma potente e veloce

uomo depressione

Daniela Mattalia

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C’è qualcosa di dantesco nelle voci delle anime prigioniere del nulla. Provengono da un mondo lontanissimo e il loro lamento ripete, con parole quasi uguali, la stessa irrimediabile disperazione. Daniele, 23 anni. «Mi fa schifo tutto, non amo più la vita, mi sento assente». Anonima, 40 anni. «Penso che farei meglio a non esserci, a non vivere». Giovanna, non indica l’età. «Prego il Signore di darmi la forza di uscire da questo dolore». Michele, 41 anni. «Sto male. Sono disperato. Aiutatemi, voi che leggete». Antonella, 55 anni. «Sono all’inferno».

Le loro storie, raccolte sul sito dell’Associazione per la ricerca sulla depressione, sono una lettura angosciante per chiunque non abbia un cuore di pietra. Ma una sofferenza così abissale da sfiorare, a tratti, l’insensatezza, difficilmente trova vera comprensione in chi mai l’ha provata. Andrew Solomon, giornalista americano pluripremiato (finalista al Pulitzer), racconta così la sua depressione nello splendido libro Il demone di mezzogiorno: «È un dolore che prende il sopravvento su tutte le altre sensazioni fino ad annientarle. Corrode la psiche come la ruggine il ferro, fino a provocare un cedimento strutturale dell’anima».

Definire questo dolore, come è stato fatto mille volte, il «malessere dei nostri tempi», finisce con il banalizzarlo: se siamo tutti un po’ «depressi», in fondo, che sarà mai? Prova con il Prozac. Lo Zoloft. Il Paxil. L’Effexor. Ma che «la pillola della felicità» non esista, è ormai chiaro da tempo. Gli psicofarmaci qualcosa fanno, e quel qualcosa a volte è tanto, la differenza fra vivere e sopravvivere. Ma un «inibitore del re-uptake della serotonina» non funziona come un antibiotico che uccide un batterio. Modifica di sicuro la chimica del cervello. Poi, è tutta da vedere. Sta creando quindi molte aspettive una notizia degli ultimi giorni: uno spray alla ketamina che la Fda americana dovrebbe/potrebbe approvare il prossimo 4 marzo. Ventotto milligrammi di una singola dose da inalare nei casi di depressione grave resistente agli psicofarmaci. È la prima vera novità terapeutica per la depressione dopo 33 anni di stallo, ossia dall’avvento del Prozac.

Ma la ketamina non è una droga? In medicina viene usata come anestetico ma sì, di fatto è un allucinogeno che provoca stati psichedelici, allucinazioni ed euforia. Da tempo viene studiata proprio per la sua azione potente sul tono dell’umore. Potente e veloce. Mentre gli antidepressivi impiegano settimane, la ketamina agisce subito. Non sulla serotonina (il target principale degli antidepressivi) ma su un altro neurotrasmettitore, il glutammato. Il problema è il rischio di dipendenza patologica. E il suo effetto sul cervello, meravigliosamente immediato, scompare rapidamente.

Le sue potenzialità sono però così promettenti che, dopo i test su sicurezza ed efficacia, la Janssen Pharmaceutical company ha ora presentato domanda per commercializzare il primo spray alla ketamina. E due panel indipendenti di specialisti si sono espressi a favore del via libera: i benefici, tra cui la prevenzione del suicidio, sarebbero superiori ai rischi per i pazienti che non rispondono alle cure.

La ketamina, del resto, non è l’unica molecola psichedelica su cui si sta orientando la ricerca di nuovi trattamenti. Lauren Slaten, psichiatra americana soggetta a fasi di «up e down» (il disturbo bipolare) e che ha sperimentato su di sé, sotto controllo medico, trattamenti a base di sostanze psichedeliche, si dice convinta che «il futuro della psichiatria sarà in piccoli francobolli lisergici e in dosi calibrate di psilocibina (il principio attivo dei funghi allucinogeni, ndr)».

L’idea naturalmente non è quella di organizzare viaggi lisergici collettivi dove uscire di testa; bensì di mettere a punto una molecola che abbia lo stesso effetto della droga o dei funghi allucinogeni, ma prolungato nel tempo e che non dia assuefazione. E che non porti con sé gli effetti collaterali degli antidepressivi. Nel frattempo, riporta il New York Times, alcune cliniche americane offrono iniezioni in vena di ketamina anti disperazione (3 mila dollari al trattamento, che può durare giorni o settimane): i pazienti ne riportano benefici rapidi, se pur non duraturi.

Presto per dire se la salvezza sarà davvero in uno spray (se tutto va bene, da noi potrebbe arrivare nel 2020). La sofferenza psichica è qualcosa di complesso e magmatico, irrisolvibile con un approccio semplicistico. «Intanto chiariamo che cosa non è. Non è tristezza o demoralizzazione. E non è una condizione omogenea» avverte Claudio Mencacci, psichiatra e presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia. «C’è una forma sottosoglia, una forma lieve/moderata, e una grave, in base all’intensità dei sintomi, su una scala da zero a 10. La depressione grave è 10».

Anche sul perché, a un certo punto, il mal di vivere prende in ostaggio alcuni di noi, mentre altri sembrano immuni, non tutto è chiaro. Alessandra, 50 anni, lasciata dal compagno, è sprofondata in stato di apatia quasi catatonica. Tutto, nella sua vita, si è come rallentato: il modo di parlare, di camminare, di pensare. Gabriele, 45 anni, ha appena perso la moglie per un tumore ma il dolore non ha fatto deragliare i binari della sua vita.

«Nella genesi della depressione intervengono fattori genetici, biologici, psicologici e sociali. La familiarità pesa per un terzo, potremmo dire, il resto è legato all’interazione fra geni e l’ambiente. Non è mai causata da un singolo evento, ma sempre interagisce con una vulnerabilità individuale» spiega Mencacci, autore fra l’altro del recente Viaggio nella depressione (Franco Angeli). Nel suo studio milanese, Mencacci osserva un aumento del 20 per cento di casi negli ultimi dieci anni. «Non solo nelle donne, la fascia più colpita, ma anche nei giovani, dove i disturbi d’ansia diventano spesso depressione».

Depressione e stress, del resto, innescano gli stessi cambiamenti biochimici, inducendo l’organismo a rilasciare cortisolo. Ormone che, nel breve periodo, è bene che faccia suo lavoro, ossia aumentare la vigilanza di fronte a un pericolo percepito. Ma il suo rilascio cronico è devastante: peggiora sonno, appetito, energia, tono dell’umore, tutti i sintomi di chi è depresso.

Se nella genesi della depressione si intrecciano più fattori, una sorta di maleficio dove ogni «fata cattiva» dà il suo contributo, un lutto, la perdita del lavoro, i geni, qual è, se esiste, la formula per spezzare l’incantesimo? Secondo Eric Kandel, neuroscienziato, premio Nobel per i suoi studi sulla memoria, «almeno inizialmente, i cambiamenti nei circuiti neuronali e nelle funzioni cerebrali che portano alla depressione sono reversibili. Con il tempo, però, gli episodi di malattia tendono a durare più a lungo e gli intervalli di remissione si accorciano». Il primo episodio depressivo tende a risolversi spontaneamente. La persona che ne soffre, poco alla volta, tenderà a stare meglio. Anche senza prendere pillole. Perfetto. Allora basta avere pazienza, giusto? Tenere duro e aspettare che la tempesta perfetta si plachi. Peccato che resistenza, volontà e fiducia siano esattamente ciò che viene a mancare in questa malattia. La frase peggiore da dire è «fatti forza, esci, svagati!». Il depresso si avvita su se stesso finché non sprofonda al punto da non essere più raggiungibile. «È vero che l’episodio depressivo si risolve anche senza farmaci, ma lo fa più lentamente» spiega Corrado Barbui, professore ordinario di psichiatria all’Università di Verona. «Gli antidepressivi riducono il tempo di attesa prima del miglioramento, fondamentale quanto più l’attacco è grave».

Gli psicofarmaci fanno quello che possono, e lo sanno gli stessi psichiatri. «Non sappiamo perché funzionano e su chi funzioneranno» ammette Barbui. «Aumentano la trasmissione della serotonina, e da questa osservazione si è tratta l’idea che il depresso ne ha poca. Ma è un’interpretazione semplicistica, la situazione è molto più complessa di così. I dati clinici dicono che se trattiano 100 persone con gli antidepressivi, un po’ meno di due terzi starà meglio; ma sappiamo anche che di questi due terzi, un terzo sarebbe stato meglio anche con un placebo».

I farmaci vanno destinati alle forme di depressione medio-grave, dove i benefici attesi sono superiori agli effetti collaterali. E quando la prima crisi è passata, continuare a prenderli per uno o due anni riduce il rischio (elevato) di ricaduta. Nelle forme lievi è più indicata la psicoterapia. Ma l’antico dilemma farmaci contro psicoterapia/psicoanalisi (neurochem or neurochat, dicono gli americani, neurochimica o neurochiacchiera) non più molto senso, riflette Barbui: «C’è una componente che si può aggredire con i farmaci e un’altra su cui agire con un percorso psicoterapeutico».

Nel suo ultimo saggio La mente alterata (Cortina, 2018) Kandel sostiene che l’interazione fra terapeuta e paziente modifica la biologia del cervello: «L’apprendimento porta a cambiamenti anatomici persistenti nelle connessioni fra i neuroni. E la psicoterapia, dopo tutto, è una forma di apprendimento». Chi soffre di depressione è come una macchina con il motore ingolfato. Gli antidepressivi possono farlo ripartire. Ma chi è al volante poi deve sapere dove andare, e farlo in una direzione che lo porti oltre la strada senza uscita dove si era smarrito. Solomon, per guarire dalla sua depressione, era persino andato in Senegal a sperimentare un’antica cerimonia mistica, l’«endeup». Vagamente inquietante: rulli di tamburo, strane danze, sangue di montone e di galletto con cui cospargersi tutto il corpo. Che idiozia, verrebbe da dire. Lui ne uscì frastornato, non guarito ovviamente (ci volle più tempo) ma rinvigorito. «Uno shock capace di iperstimolare la chimica cerebrale, una sorta di elettroshock senza corrente».

Il suo messaggio, da ex-depresso, è un sereno pragmatismo: «Molti ottengono risultati sorprendenti con metodi strampalati. A dire il vero, penso che la migliore terapia sia la capacità di credere, indipendentemente da ciò in cui si crede, che si tratti di farsi cospargere di sangue di galletto o di raccontare a un professionista cosa faceva nostra madre quando eravamo piccoli. Se pensiamo davvero di poter alleviare il dolore stando a testa in giù o lanciando monetine per un’ora ogni pomeriggio, è probabile che sia così. Sono riti, e l’effetto terapeutico di qualsiasi rito non va mai sottovalutato». 

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