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Raggirati: a Roma s'infrangono gli ultimi tabù dei 5 Stelle

Parsimonia negli stipendi, sprechi, connivenza con la destra. Ogni giorno che passa, dalla favola di Virginia Raggi si allontana il lieto fine

Ogni giorno che passa la favola della prima donna seduta sullo scranno più alto del Campidoglio volge un po’ più verso il genere horror. Ad allontanare il lieto fine non è solo il feroce scontro di potere interno, ma anche e soprattutto l'incredibile sequenza di miti e tabù del Movimento 5 Stelle che sono stati infranti in questi due mesi.

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Il primo tabù violato è quello della parsimonia negli stipendi dei collaboratori. Ancora oggi, nonostante le polemiche sulla retribuzione del capo di Gabinetto Carla Raineri, Raggi e i suoi rivendicano presunti risparmi milionari rispetto ai sindaci precedenti. Peccato che il conto sia fatto confrontando il monte stipendi attuale con quello che Gianni Alemanno e Ignazio Marino raggiunsero dopo anni di governo. In due mesi, a quanto si ricava dall’esposto presentato in Procura dal consigliere di opposizione di Fratelli d’Italia Fabrizio Ghera, i 5 stelle hanno assunto una ventina di persone di cui ben 11 con retribuzioni superiori a 100 mila euro l’anno e sei a 129.625 euro.

Non si tratta di dirigenti che hanno superato una selezione pubblica ma di collaboratori con funzioni non troppo definite, imbarcati grazie al rapporto fiduciario con il sindaco o l’assessore di riferimento, della cui assunzione perfino l’assessore al Bilancio Marcello Minenna, sebbene solo dopo la sua rottura con la Raggi, ha scritto che «difetta di qualunque motivazione».

Il totale delle loro retribuzioni, senza contare lo staff del medesimo Minenna (che andrà via con lui) ammonta già a 1,7 milioni e al conto bisognerà aggiungere anche diversi giornalisti ancora senza contratto. C’è da scommettere che in futuro, se la Raggi durerà, questa partita sarà gestita meno in allegria. Ma dove sarebbero arrivate le spese dei 5 stelle se non fosse scoppiata la bufera di questi giorni? Lo stesso esposto segnala una prassi che non promette nulla di buono. «In innumerevoli casi» si legge nella denuncia «la Giunta capitolina non esprime direttamente e in modo inequivocabile il compenso… rimandando ad altri atti e documenti con frasi incomprensibili ai digiuni di nozioni giuslavoristiche». Ai tempi di Marino e di Alemanno, insomma, si sprecava alla grande, ma almeno era relativamente facile sapere quanto. Ora nemmeno quello.

Probabilmente non si saprà mai per certo se la serie di atti amministrativi che ha portato alle dimissioni del capo di gabinetto Carla Raineri sia frutto di impreparazione oppure dei giochi di potere di Virginia Raggi e dei suoi fedelissimi. Certo è che lo strano dietrofront dell’avvocatura comunale, prima pronunciatasi per l’assunzione del capo di gabinetto con le regole dell’articolo 90 del Testo unico sugli enti locali e poi favorevole al suo inquadramento in base all’articolo 110 (senza tetto retributivo e senza un concorso), sembra fatto apposta per motivare la richiesta di un parere all’Anac di Raffaele Cantone.

Il sospetto che fosse una trappola ben orchestrata si salda con il tabù più esplosivo: quello di connivenza del Movimento con pezzi della destra, visto che il sospettato numero uno, il vice capo di gabinetto Raffaele Marra, ha avuto in passato ottimi rapporti con quel mondo (cosa che si sussurra anche della sindaca fin dalla campagna elettorale). Così, quando il neodesignato assessore al Bilancio Raffaele De Dominicis ha detto che a proporgli l’ingaggio è stato l’avvocato Pieremilio Sammarco, il cui fratello è stato difensore di Cesare Previti, è successo il finimondo. Le opposizioni, Pd in testa, si sono scatenate, ma anche all’interno del Movimento la faccenda non è stata affatto indolore, tant’è che è bastata la notizia di un’indagine della procura per far fuori immediatamente il malcapitato De Dominicis, nemmeno due giorni dopo l’annuncio della sua designazione.

Quel che è sicuro è che in Campidoglio si combatte con una spregiudicatezza che non s’era mai vista per le posizioni strategiche nell’amministrazione. Sul tavolo c’è fra l’altro l’indispensabile riordino delle ex municipalizzate, enormi riserve di denaro e di potere. La prima cosa che ha fatto la sindaca dopo l’addio di Minenna è stata annunciare che il suo successore non avrà più la delega alle aziende partecipate. Per ridurre la concentrazione di potere, ha pensato bene di riservare quella casella al fedelissimo Salvatore Romeo (di cui si dice abbia presentato a suo tempo Marra al vice sindaco Daniele Frongia) la cui esperienza in materia è nel curriculum fin dal 2011. Questo almeno si diceva prima che il clima all’interno dei 5 Stelle degenerasse. Ora nessuno è in grado di dire chi si occuperà delle partecipate.

E non sarebbe un altro tabù clamorosamente infranto se l’assessore all’Ambiente scelto dai 5 stelle fosse stata in combutta con il re dell’immondizia romana Manlio Cerroni (già primo contribuente della capitale) associato da decenni ai miasmi della discarica di Malagrotta? Ma è esattamente quel che implica l’ipotesi di reato formulata dalla Procura nei confronti di Paola Muraro, indagata dall’aprile scorso senza che nessuno, tranne la sindaca e la ristretta cerchia dei suoi interlocutori, ne fosse informato. Alla faccia della trasparenza (altro tabù infranto) così severamente pretesa a Parma per Federico Pizzarotti.

   Nel frattempo, nulla o quasi è accaduto sul piano amministrativo. La giunta ha approvato in tutto una ventina di delibere, riguardanti per lo più le assunzioni, nessuna delle quali votata in Consiglio comunale. L’unico che s’è dato da fare sul campo finora è l’assessore all’Urbanistica, Paolo Berdini (il prossimo a fare le valigie, secondo le indiscrezioni), che pare animato da un furore antiedificatorio. A lui si devono la decisione di ridurre di un terzo la cubatura edificabile dell’area della vecchia Fiera di Roma, rendendo ancor più precaria di prima la situazione finanziaria della nuova, e quella di revocare l’autorizzazione edilizia per le torri di Ligini all’Eur, di fronte alla Nuvola di Fuksas, che ha offerto su un piatto d’argento a Telecom Italia la possibilità di tirarsi indietro dall’annunciata ristrutturazione. Due passi non esattamente in direzione della Roma del futuro.

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