Il Pd e l'altra maggioranza sul Senato
Giuseppe Giglia/Ansa
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Il Pd e l'altra maggioranza sul Senato

Lo Giudice: "Renzi ha tante qualità, non quella di saper trattare i parlamentari"

C'è chi la chiama spaccatura, chi dialettica interna. Nel Pd si continua a discutere sulla riforma del Senato. Non tutto il partito, infatti, è rassegnato a sottoscrivere il testo presentato dal governo. Guidata da Corradino Mineo, Walter Tocci, Sergio Lo Giudice e Massimo Muccetti, la cosiddetta fronda di senatori, circa una ventina, che hanno firmato il cossiddetto ddl Chiti sono intenzionati a non ritirarlo. “Perché dovremmo? - si domanda Sergio Lo Giudice raggiunto da Panorama.it E' una procedura del tutto consueta che in commissione arrivino testi di iniziativa parlamentare accanto a quello governativo. Se, come è stato deciso nella riunione di ieri del nostro gruppo, si deciderà di partire dall'analisi della proposta del governo noi presenteremo i nostri emendamenti. Poi il Senato voterà il testo scelto dalla commissione”.

Eppure, anche se i renziani sono convinti che, alla prova dei fatti, solo la metà dei 22 “dissidenti” resterà fedele al ddl che ha come primo firmatario Vannino Chiti, intorno a questa proposta si sta raccogliendo una maggioranza inedita e trasversale.

A sostenere la necessità dell'elezione diretta dei membri della camera alta c'è infatti il Nuovo centrodestra, Sel, una parte di Forza Italia (Lucio Malan ha dichiarato che tra i due testi voterei il ddl Chiti) e soprattutto il Movimento 5 Stelle. Secondo il capogruppo Vincenzo Santangelo, infatti, il testo Chiti “a parte l'indennità, ricalca la nostra proposta” al punto che, con gli altri 39 senatori pentastellati, lui stesso sarebbe disponibile a votarlo. “Per noi non si tratta di una questione di numeri – prosegue Lo Giudice – né tantomeno immaginiamo di dare vita adesso a una nuova maggioranza con Forza Italia e i 5Stelle per mettere sotto il governo. La questione è politica e di questo vogliamo poter discutere in commissione, ossia della necessità che i 100 senatori (la nostra riduzione è molto più drastica di quella prevista dal governo, così come molto più ampio è il risparmio stimato) siano eletti direttamente dal popolo”.

Il senatore democratico nega che sotto sotto la tentazione sia quella di far saltare l'accordo del Nazareno tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi che in molti nel Pd non hanno ancora digerito. Tuttavia “notiamo con piacere – ha spiegato – che ci possono essere convergenze importanti con altre forze politiche. Al punto che – ed è questo il nocciolo – se mettiamo in fila tutti quelli che hanno detto di essere interessati alla nostra proposta, pur senza voler arrivare alla conta finale, arriviamo ad ottenere una maggioranza più ampia di quella del Nazareno”.

Una considerazione che gli anti-renziani non mancheranno di portare all'esame del partito appena se ne presenterà l'occasione con la conseguenza immediata di essere accusati da Matteo Renzi di essere “in cerca di visibilità”. “Ma figuriamoci, io sto parlando solo con lei e su questo tema non ho rilasciato alcuna dichiarazione pubblica. Purtroppo tra le tante qualità del nostro segretario e presidente del Consiglio non c'è un ostile adeguato nel trattare i parlamentari”.

Nel frattempo, però, Renzi ha ottenuto l'approvazione del testo da parte del Quirinale, senza la richiesta di modifiche, e la maggioranza dei senatori guidata da Luigi Zanda ha fatto quadrato intorno al governo. Tuttavia, anche se la proposta Chiti ha poche chance di passare davvero, l'asse trasversale tra la minoranza democratica e i senatori grillini potrebbe pesare al momento del voto sugli emendamenti. Per cambiare la Costituzione serve infatti, alla fine, una maggioranza almeno dei due terzi. In caso contrario si renderebbe necessario il referendum popolare sulla riforma. Non solo, per ottenere un primo via libera entro la data delle europee, Renzi dovrà quasi certamente rinegoziare l'accordo con Silvio Berlusconi che, dopo il colloquio di lunedì sera, continua a chiedergli un incontro. Ma a che prezzo? Quello della compattezza del suo partito, e soprattutto del gruppo al Senato, al suo fianco.

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