Le riforme che Renzi deve fare nel 2014
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Le riforme che Renzi deve fare nel 2014
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Le riforme che Renzi deve fare nel 2014

Le chiede l'Europa, le pretende e le merita l'Italia: legge elettorale, lavoro, giustizia, spending review. Basta promesse - L'opinione di G. Mulè

Basta chiacchiere. L’Italia non ha bisogno, da qui alla fine dell’anno, di nuove inutili iniezioni di fiducia. La gente comune, noi tutti, sappiamo ormai benissimo che abbiamo imboccato un tunnel in cui, per usare una infelice immagine che va molto per la maggiore sui Social, la luce che vediamo in fondo è quella di un treno. Siamo gufi a dir questo? No. Noi siamo i primi a volere che si esca, per dirla con Renzi in visita a Napoli, Reggio Calabria e Palermo, “dalla cultura della rassegnazione”. Noi siamo convinti, prima di Renzi, che dobbiamo “metterci a lavorare”. Lo facciamo già. Ma non ha senso, da parte del presidente del Consiglio, prendersela con la stampa che denigrerebbe il Meridione facendo credere che sia “il punto retrogrado del paese, mentre è il luogo nel quale la bellezza che ci circonda dà il segno di quello che possiamo essere”. Renzi sa benissimo che così non è. Il Sud boccheggia, sta molto peggio del Nord, che neppure gode di buona salute. L’ottimismo della volontà non basta più nell’assenza delle decisioni da parte di chi deve assumerle (Renzi stesso).

Non ci sta più bene sentir ripetere che “l’Italia è nelle condizioni di poter essere nei prossimi anni la guida in Europa e può trascinare l’Eurozona fuori dalla crisi”. No, no, no. La realtà dev’essere chiara a tutti. Siamo sull’orlo del burrone da troppo tempo. Se Matteo non si sbriga a fare quello che aveva promesso e avrebbe dovuto già fare, cioè una riforma al mese (per la verità ne sarebbe bastata una ogni due mesi), l’Italia rischia di trascinare l’Eurozona ancora più giù, altro che fuori. Oggi l’Italia si salva solo perché è “too big to fall”, troppo grande per fallire, e perché i mercati ci regalano un momento di interessi bassi. La rovina del Belpaese farebbe crollare tutta l’impalcatura dell’Eurozona, altro che trascinarla fuori dalla crisi. Il resto d’Europa ne sta già uscendo. Irlanda e Portogallo, Cipro e la Grecia, sono passati sotto la cura (im)pietosa della Troika e, a dispetto di pesanti choc sociali, hanno reagito. Perfino la Spagna, che senza passare sotto la Troika ha però dovuto ricorrere agli aiuti d’emergenza europei, è in risalita. La Francia resiste. Noi abbiamo detto, Renzi ha detto, che ce la possiamo fare da soli. Che a decidere saremo noi. E ha incontrato Mario Draghi, deus ex machina (italiano) della Banca centrale europea, e con lui ha concordato (vogliamo credere) una via d’uscita per l’Italia che lo sia anche per l’Europa. Siamo legati a palle incatenate e, sia chiaro, chi è in debito (in tutti i sensi) siamo noi. Non la Germania.

Allora, da qui alla fine dell’anno, anzi da qui alla fine del mese, Renzi deve mettere in cantiere le riforme che non ha fatto finora. A cominciare da quelle del lavoro e della giustizia. Non può affidarsi ai giochini sul margine di deficit possibile. Deve agire. Non se ne può più dei duelli di fioretto sull’articolo 18. Il punto è che le tutele e le sicurezze di una volta oggi sono mortali per l’economia e per l’occupazione stessa. Non c’è più la garanzia di un tempo, anzi la garanzia che garantisce solo alcuni (e che si trasforma in privilegio e errore/orrore) uccide il futuro dei precari e dei nostri figli (precari).

Il 29 agosto il Consiglio dei ministri dovrebbe quindi occuparsi di giustizia. Poi, subito, di lavoro e di pubblica amministrazione. Poi di legge elettorale, oltre a proseguire l’iter (tutt’altro che chiuso) della riforma del Senato. E dovrà presentarsi a Bruxelles con l’umiltà del malato d’Europa consapevole di avere la forza e la volontà di guarire, altro che presidenza cerimoniale di turno, e che non fa le battaglie per una poltrona (Federica Mogherini madame Pesc, per intenderci) ma per un progetto che si sostanzia di fatti. Magistrati, sindacati, vecchi politicanti e altre lobby, abbarbicate a anacronistiche rendite di posizione, dovranno farsi da parte.

Non vogliamo più sentir parlare di 80 euro, o di assurde promesse come l’estensione del bonus, giusta ma impraticabile. Vogliamo invece un piano efficace e sostenibile di tagli alla spesa pubblica, un’autentica revisione di spesa (Cottarelli o non Cottarelli) che non si riduca allo specchietto per le allodole di qualche auto blu scassata (s)venduta su e-bay.

Vogliamo che alla spending review segua una netta indicazione su come iniziare davvero a ridurre la pressione fiscale, invece di smerciare la balla delle tasse che “non sono aumentate” (la Tasi cos’è?). Vogliamo addirittura, fatta la tara degli errori passati, qualche iniziativa di politica estera autorevole e forte alla Berlusconi, e qualche idea di finanza creativa alla Tremonti (sì, l’ho detto). 

D’ora in poi, qualsiasi parola di troppo nel segno dell’ottimismo non avrà l’effetto di galvanizzarci o farci votare PdR (Partito democratico di Renzi) nelle prossime elezioni. Ma ci getterà nello scoramento perché dimostrerà lo scollamento del governo dalla realtà e dal paese. 

La priorità non era la mancia elettorale di 80 euro, ma l’abbattimento delle tasse sulle imprese. L’ossigeno per le piccole e medie imprese che sono da sempre il motore dell’Italia. Solo da lì può ripartire l’economia. Non dalle regalie di corto respiro, dalla demagogia ottimistica delle chiacchiere 2.0. Si deve ripartire alle riforme del lavoro e della giustizia. Dalla revisione della spesa e dalla riduzione delle tasse. E tutto questo va fatto, non va detto. Perché dire non è la stessa cosa di fare. Non soltanto in Europa, ma ormai pure in Italia, che è il paese delle favole, alle favole non crede più nessuno.

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