Mattia Ferraresi

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Il vasto universo politico creato da Donald Trump contiene molte galassie. Alcune sono in aperto conflitto fra loro, altre contraddicono le promesse fondamentali su cui il presidente americano ha fondato la campagna elettorale, altre ancora potrebbero tranquillamente esistere in un'ambiente democratico.

Il vasto universo politico creato da Donald Trump contiene molte galassie. Alcune sono in aperto conflitto fra loro, altre contraddicono le promesse fondamentali su cui il presidente americano ha fondato la campagna elettorale, altre ancora potrebbero tranquillamente esistere in un'ambiente democratico.

L'ambiguo verbo trumpiano non teme le contraddizioni. Trump ha creato una squadra di governo che oscilla fra il compromesso e la linea dura sui punti cruciali dell'agenda, dall'immigrazione alla politica fiscale, e non c'è giorno che il presidente non ritratti o metta in discussione qualcuna delle pietre angolari dei suoi primi cento giorni di governo.

Il muro al confine con il Messico, per esempio, simbolo supremo della sua retorica anti immigrazione, si è trasformato dapprima in una barriera non necessariamente in muratura ("in alcuni punti potrà essere una rete"), poi Trump ha suggerito che a pagare per l'opera sarà il contribuente americano, e non il governo messicano come sempre sbandierato.

Alla fine ha trovato una linea di compromesso: i soldi li metterà l'America per poter procedere speditamente con i lavori, ma il Messico rifonderà la somma, centesimo per centesimo. Discorso simile anche per l'Obamacare, la legge sanitaria che Trump ha promesso di revocare in toto nei primi cento giorni di governo, ora però i suoi uomini temono l'effetto di una demolizione istantanea senza un'alternativa precisa, e al Congresso si parla più di emendare che di revocare.

Trump ha costruito un governo anfibio e duttile che contiene una piccola avanguardia di lealisti con il compito di custodire l'ortodossia trumpiana, qualunque essa sia, ed è circondato poi da pattuglie di membri dell'odiato establishment repubblicano, da pragmatici negoziatori presi dal mondo del business, da banchieri di Wall Street e generali interventisti che avrebbero potuto tranquillamente essere scelti anche da Hillary Clinton.

Non c'è gruppo più rappresentato di quello legato alle vecchie burocrazie del partito repubblicano. Il capo di gabinetto, Reince Priebus, era alla guida del partito repubblicano e ha il curriculum del fedele soldato al servizio della struttura. Il suo compito è quello di bilanciare il suo omologo Steve Bannon, potente capo della strategia che viene dal mondo oscuro della alt-right (la "alternative right", come è stata ribattezzata la nuova estrema destra americana che ha favorito Trump).

Il motto della transizione al potere scelto da Trump è "drain the swamp", prosciughiamo la palude, ma molti ministri e segretari scelti sguazzano da tempo nella palude della vecchia politica. Il portavoce, Sean Spicer, viene dalla struttura del partito, il procuratore generale, Jeff Sessions, ha alle spalle una lunga carriera al Senato, il capo della Cia, Mike Pompeo, è un fedele della famiglia Bush, alla sanità c'è un deputato di lungo corso, Tom Price. Dan Coates, che sarà il capo della Direzione d'intelligence, ruolo delicatissimo in un momento di massima tensione con i servizi a proposito della cyberguerra con i russi, è un'icona dell'establishment con una lunga carriera al Congresso. Trump ha scelto paludati uomini e donne di partito anche per l'energia, i trasporti, la sicurezza interna e la gestione dei delicati rapporti con la Nazioni Unite.

La galassia degli affaristi è quella dove si è preso qualche libertà in più. Nominare l'amministratore delegato della Exxon, Rex Tillerson, come segretario di Stato è la più trumpiana delle strategie per perseguire il più trumpiano degli obiettivi geopolitici: ricostruire una relazione positiva con la Russia di Putin. Vista l'antica consuetudine di Tillerson con il presidente russo (dicono sia l'americano che ha passato più tempo con Putin dopo Henry Kissinger) e le ampie dosi di credito che il Cremlino ha preventivamente concesso al presidente, pochi sono equipaggiati meglio di lui per portare a termine la missione. Nel dubbio, Trump s'è assicurato anche i consigli informali di Kissinger. Condurre la diplomazia con il pragmatismo degli uomini d'affari, anteponendo gli interessi nazionali in senso stretto al perseguimento di vasti principi ideali, è uno dei marchi più evidenti di un presidente che promette di concentrarsi innanzitutto sugli affari interni.

Dal mondo del business vengono anche il segretario del Lavoro (un magnate dei fast food contrario all'innalzamento del salario minimo), quello dell'Istruzione (erede di un impero industriale del Michigan) e quello del Commercio (investitore nell'acciaio). Nella galassia del business ci sono tuttavia due forze opposte che si scontrano. Da una parte la compagine degli allievi di Goldman Sachs, altra istituzione "globalista", clintoniana e ultraliberista, odiata da Trump; dall'altra la schiera dei protezionisti che promette di smantellare accordi commerciali, imporre dazi anticinesi e riportare la produzione industriale negli Stati Uniti, ispirati dal principio "America First".

Nel suo contratto con gli americani, le promesse più mirabolanti di Trump per i primi cento giorni di governo riguardano proprio la difesa della produzione interna, rinegoziando il trattato Nafta con Messico e Canada, ritirando la partecipazione all'accordo di libero scambio con i paesi del Pacifico e togliendo i vincoli sull'estrazione interna delle risorse energetiche. Il piano di investimento sulle infrastrutture da 1.300 miliardi di dollari unito a una forte stretta sull'immigrazione clandestina dovrebbe fare il resto, rafforzando il mercato del lavoro (e di conseguenza il consenso). Il segretario del Commercio, il navigatissimo investitore Wilbur Ross, guiderà la falange protezionista, affiancato dal rappresentante nazionale del Commercio, Richard Lighthizer, e ispirati dal professore di economia Peter Navarro, durissimo castigatore della concorrenza sleale cinese e autore del saggio Death by China. A guidare invece la squadra di Goldman Sachs c'è il segretario del Tesoro, Steve Mnuchin: ex banchiere e investitore a Hollywood, ha il profilo del perfetto banchiere democratico, quella genia di Wall Street che ha stretto un'alleanza di ferro con la casata dei Clinton.

Non a caso Trump ha detto per mesi al suo elettorato antisistema che Hillary era manovrata da Goldman. Anche il capo del Consiglio economico nazionale, Gary Cohn, viene dall'impero di Goldman, così come Anthony Scaramucci, adviser presidenziale, e pure lo stesso Bannon, eminenza grigia del trumpismo. I ranghi inferiori sono stipati di allievi della potente banca d'affari, protetta anche dall'avvocato Jay Clayton, nominato a capo dell'Autorità di controllo della Borsa. Clayton ha rappresentato in passato Goldman e altri grandi istituzioni finanziarie, e promette di diventare un eroe della deregolamentazione. Come questo si possa sposare con il protezionismo e le spinte antiglobalizzazione che hanno dato energia a Trump è la più lampante delle contraddizioni di un progetto di governo fatto di equivoci e contrasti.

James Mattis, segretario della Difesa, incarna un altro contrasto. Eroe della campagna in Iraq, critico di Putin e promotore di una visione del mondo in cui l'America esporta i valori democratici e liberali nel mondo (specialmente nel Medio Oriente afflitto da quello che considera il male più grave, l'Islam politico), Mattis avrebbe avuto piena cittadinanza politica in un'amministrazione democratica. È lontano anni luce dal generale Michael Flynn, consigliere per la Sicurezza nazionale e primo della galassia militare a scendere in campo per Trump. Il presidente ha scelto Mattis con pragmatismo, puntando sulla sua capacità di tenere insieme un dipartimento vastissimo che dispone di una quantità di risorse inimmaginabile.

Anche il soprannome "cane pazzo" è stato un elemento che ha stuzzicato l'immaginazione a misura di tweet del presidente eletto, senonché l'interessato non ama il nomignolo, ma gli preferisce uno usato fra i più intimi, il "monaco guerriero". Non sorprende il fatto che dopo l'annuncio della sua nomina, Mattis sia subito entrato in conflitto con i lealisti di Trump sulla scelta dei funzionari di medio livello e si sia imbufalito quando è stato nominato, a sua insaputa, un segretario dell'esercito a lui sgradito. L'universo di Trump va avanti per contrasti e incessanti conflitti, non grazie all'accurata pianificazione di un progetto politico.

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