Renzi, da leader rottamatore a leader di un partito "rotto"

La bocciatura sul ddl Rai, il caso Azzollini e il silenzio su Rosario Crocetta. Gli errori del segretario del Pd che possono costargli caro

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Il presidente del Consiglio e segretario del Pd, Matteo Renzi, ascolta gli interventi durante l'assemblea nazionale del Pd nell'auditorium del sito Expo, Rho-Pero (Milano), 18 luglio 2015 – Credits: ANSA / MATTEO BAZZI

Claudia Daconto

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Con 142 voti a favore, 92 contrari e nessun astenuto il Senato ha approvato il ddl di riforma della Rai che adesso passa alla Camera. Via libera dunque all’emendamento del governo che assegna al prossimo direttore generale, nominato ancora attraverso la legge Gasparri, i poteri che la riforma attribuisce all’amministratore delegato da quando essa entrerà in vigore e l’articolo 2 sulle nuove regole per la governance.


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Ma in casa Pd continua a bruciare l’incidente di ieri. Il Governo è andato infatti sotto di 3 voti sull’articolo che riguardava la delega al governo sul canone per colpa di una pattuglia di 19 senatori della minoranza dem. Anche se i fedelissimi di Matteo Renzi hanno tentato di minimizzare l’episodio, il messaggio fatto recapitare al premier rappresenta più di un campanello d’allarme. Gli esponenti della minoranza dem, che hanno votato con le opposizioni di FI, M5S, Lega e Sel,  hanno infatti voluto fargli capire che il soccorso di Denis Verdini potrebbe non essere affatto sufficiente a rimpiazzare le defezioni interne.

Un atteggiamento che il presidente Pd Matteo Orfini ha definito “incomprensibile” proprio perché, trattandosi non di un’eccezione, bensì di una consuetudine, rischia di trasformarsi, se già non lo è di fatto, in una strategia per “smontare il partito”. E proprio perché, come hanno osservato sia il vicesegretario Lorenzo Guerini che il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi, “non è la prima volta che succede”, per Renzi si materializza l’incubo evocato da Renato Brunetta di un “Vietnam a Palazzo Madama” sempre più difficile da gestire.

L’unica carta da giocare rimasta in mano al presidente del Consiglio sembra ormai quella delle elezioni anticipate, che infatti egli dice di non temere. Sa bene, Renzi, che nessuna delle forze presenti in Parlamento, compresa la sua minoranza interna, ha voglia di andare alle urne in tempi ravvicinati. Ma il rischio, per lui, è quello di condannarsi così a un lento logoramento.

Anche il Financial Times, a un anno esatto dall'intervista in cui il premier prometteva di cambiare l'Italia, oggi lo esorta a darsi una mossa perché "il vento che aveva in poppa nella prima parte dell'anno si è ormai fiaccato" e la fiducia che gli gli investitori gli hanno riservato fino a questo momento potrebbe venire meno alla luce dei segnali di ripresa ancora troppo deboli mostrati dall'economia italiana. Ma può farcela, Renzi, a "darsi una mossa" come gli chiede il quotidiano della City, con un partito alle spalle balcanizzato e con una parte di esso in guerra permanente contro di lui?

Il mito della sua invincibilità è caduto con la batosta delle Regionali e delle amministrative. Le vittorie di personaggi certamente non renziani come Vincenzo De Luca in Campania e di Michele Emiliano In Puglia, unite alle sconfitte in Liguria, in Veneto, ad Arezzo, sono state la dimostrazione che il segretario dem non controlla la periferia del suo partito. E nemmeno troppo il centro, visti gli strappi consumatisi con le uscite di Pippo Civati e Stefano Fassina. Anche il suo silenzio sulla vicenda Crocetta-Borsellino o il rifiuto ostentato di mettere la faccia sulla cosiddetta “questione romana” – limitandosi a derubricarla a mera vicenda locale – come se le sorti della Capitale d’Italia non si riflettano necessariamente anche su quelle dell’intero Paese e sulle sue – hanno certificato lo stallo in cui si trova il premier che sembra aver perso la capacità di decidere.

Tanto da aver lasciato libertà di coscienza sul voto in merito alla richiesta d’arresto del senatore Ncd Antonio Azzollini che si è “salvato” proprio grazie ai 60 pareri contrari espressi dai dem a Palazzo Madama che hanno contraddetto l’esito precedente in commissione per le Immunità sollevando critiche e imbarazzo sia tra i vertici del partito che nella base.

Dopo le elezioni di fine maggio, Matteo Renzi aveva annunciato di voler tornare allo spirito degli esordi. Due mesi dopo più che un leader rottamatore appare, più che altro, come il leader di un partito rotto.

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