Politica

Il "vincolo di mandato" ed i mali della politica

Di Maio propone l'inserimento della norma contro i cambi di schieramento ma lo fa per interesse personale

Di Maio-Boeri

Andrea Soglio

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"Dobbiamo introdurre il vincolo di mandato". E' la proposta lanciata oggi da Luigi Di Maio. Niente di nuovo, sia chiaro, perché il tema dei "cambi di maglia" dei parlamentari è serio e di lunga data. In questa legislatura, tanto per dare un numero, siamo gia a quota 51 cambi in un anno e mezzo. Ecco, magari a Di Maio verrebbe da dirgli "da che pulpito viene la predica"... visto che lui, capo politico del Movimento 5 Stelle, ha appena realizzato il più classico dei "ribaltoni" cambiando non solo maglia ma addirittura partner di Governo, collocazione politica, idee e chi più ne ha più ne metta... 

La proposta però è del tutto condivisibile, sia chiaro. Giorni fa abbiamo ospitato la lettera di un elettore di centrodestra che nel collegio maggioritario uninominale del Senato a Rovereto aveva dato il suo voto (come altri 36.232 elettori) alla sen. Donatella Conzatti di Forza Italia, passata 10 giorni fa ad Italia Viva, il neonato partito di Matteo Renzi. L'uomo chiedeva dove fosse la sua democrazia, dove fosse finito il valore del suo diritto di voto se poi veniva tradito in maniera così spudorata, passando non ad un altra formazione dello stesso schieramento politico ma addirittura dall'altra parte della barricata. Lontanto dal suo volere e dalle sue idee.

Il vincolo di mandato è quindi una mera questione di rispetto per chi ti ha eletto. E se non condividi più la linea del tuo partito ti dimetti ed al tuo posto va un'altra persona dello stesso partito. Punto.

Ma la riflessione da fare oggi è un'altra. E' sui tempi della frase di Di Maio. Perché dirlo adesso? Perché non proporlo prima? Semplice. Di Maio vede il M5S disfarsi sotto i suoi piedi; vede parlamentari passati o pronti a passare altrove sia da Renzi che da Salvini. Capisce di non avere il controllo, di non essere più il capo politico. E allora, lancia l'allarme.

Il tutto sarà giustificato da un'altra frase molto in voga in questa fase politica: "lo facciamo per il bene del paese". Frase usata da Conte per restare a Palazzo Chigi, frase usata da Grillo per allearsi con la sinistra, frase usata da Renzi per far partire il ribaltone e far nascere il Conte bis. Frase usata oggi per le varie proposte di modifica della legge elettorale, con sostenitori storici del maggioritario diventati oggi (con i loro partiti al lumicino di consensi) improvvisamente proporzionalisti convinti. Il tutto "per il bene del paese"...

In realtà il bene del paese non conta nulla. Conta il bene del politico e del suo partito. Punto. La proposta di Di Maio, condivisibile, è la prova della sua debolezza.

Tutte cose che gli italiani ormai hanno capito. (guardare i sondaggi per credere)

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