Politica

Unioni omosessuali, il dilemma italiano

La questione aperta nel nostro paese è separificare le relazioni gay al matrimonio o dare solo un riconscimento formale alle coppie di fatto

+++RPT+++ Gay: Marino conclude trascrizione di sedici coppie

Daniela Missaglia

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I paradossi della storia: è proprio la cattolicissima Irlanda il primo Paese al mondo a legalizzare i matrimonio gay tramite il voto popolare.
Scelta tanto coraggiosa, quella del referendum su un tema così attuale e discusso, quanto sorprendente è il risultato che ne è scaturito: oltre il 62% degli irlandesi, infatti, ha detto sì all’introduzione delle nozze gay, rendendo così al mondo un’immagine molto diversa da quella stereotipata e convenzionale che siamo abituati ad associare all’isola, simbolo per antonomasia del Cattolicesimo più radicale e gerarchizzato.
Si pensi che oltre il 90% della popolazione irlandese professa la fede cattolica, il 3% si dichiara protestante, ed il resto (a parte uno 0,1% di fede ebraica)  dichiara di non possedere alcun credo religioso.
Stante l’opposizione storica della Chiesa Cattolica alle unioni omosessuali, la volontà popolare non può che lasciare stupefatti, tanto che anche i più illustri esponenti ecclesiastici hanno alzato le braccia al cielo: l’Arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, ha commentato: "La Chiesa faccia i conti con la realtà", così invitando i vertici  – impegnati proprio in questi giorni nella preparazione del Sinodo sulla famiglia – a rendere effettive quelle aperture lanciate tempo fa da Papa Francesco.
Certo, non manca chi giudica la vittoria, al contrario, come un simbolo della decadenza dei principi morali della Chiesa, criticando il silenzio dei "vescovi codardi" ed evidenziando come la Chiesa d’Irlanda (già travolta dal caso Sean Bready e dalla bufera dei preti pedofili) sia ormai diventata ‘inutile’.
In ogni caso, molti hanno letto questo risultato epocale come “una lezione” per la nostra Italia, altro Paese dove la Chiesa ha una notevole influenza nell’orientamento culturale e politico e che da lungo temporeggia nel dare una regolamentazione giuridica alle unioni omossessuali.
Quasi immediata la reazione politica e la promessa di portare presto all’ordine del giorno il voto sul disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili che, si badi bene, non parla affatto di ‘matrimonio’ ma solo di disciplinare le regole della ‘convivenza’ tra persone dello stesso e cioè i rispettivi diritti e doveri (sono riconosciuti alla coppia i diritti di assistenza sanitaria, carceraria, unione o separazione dei beni, subentro nel contratto d’affitto, reversibilità della pensione e i gli stessi doveri previsti per le coppie sposate; in tema di filiazione, il ddl prevede la possibilità di adottare il figlio del partner - c.d. stepchild adoption - ma non la possibilità di un’adozione normale né di accesso alla fecondazione eterologa).
La questione aperta in Italia, rimane proprio questa: decidere – e dopo circa trent’anni di dibattiti e proposte potremmo anche noi essere pronti – se accordare una completa parificazione delle relazioni omoaffettive al matrimonio, oppure se riconoscere un modello alternativo di ‘famiglia’, semplicemente dando un riconoscimento formale alle coppie same-sex.
La società strepita ed anche se il modello che pare destinato a prendere il sopravvento è quello delle unioni civili, molti pensano che ‘i pacs’ non bastino ma che, soprattutto, è già tardi: in Europa il matrimonio gay è legale in Spagna, Francia, Inghilterra, Paesi Bassi, Portogallo, Belgio, Islanda, Danimarca, Norvegia, Finlandia, Svezia e Lussemburgo. Le unioni civili sono invece riconosciute in Austria e in Germania .
Se l’Osservatore Romano ha accolto la notizia titolando: “sfida per la Chiesa”, è certo che l’argomento sia anche e prima di tutto una “sfida per il Parlamento”.

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