Il testo del discorso di Letta alla Camera

Ecco il programma del Governo delle larghe intese presentato oggi dal presidente del Consiglio - la diretta tv - il commento del direttore di Panorama -

Il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, mentre presenta il programma del governo alla Camera (Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Onorevoli Deputati,

appena una settimana fa il capo dello Stato, Giorgio Napolitano,  pronunciava il suo discorso di insediamento alla Presidenza della  Repubblica. A lui consentitemi di rivolgere nuovamente un sincero  ringraziamento per lo straordinario spirito di dedizione alla nostra  comunità nazionale con il quale ha accettato la rielezione per il  secondo mandato.

Voglio inoltre ringraziare i Presidente del Senato, Pietro Grasso, e  della Camera, Laura Boldrini, per la collaborazione offerta nella fase  di consultazione in questo primissimo avvio dell’esperienza di governo.

Quella del presidente Napolitano è stata – lo sappiamo – una «scelta  eccezionale». Eccezionale perché tale è il momento che l’Italia e  l’Europa si trovano a vivere oggi. Di fronte all’emergenza il presidente  della Repubblica ci ha invitato a parlare il linguaggio della verità.  Ci ha chiesto di offrire in extremis, al Paese e al mondo, una  testimonianza di volontà di servizio e senso di responsabilità. Ci ha  concesso un’ultima opportunità. L’opportunità di dimostrarci degni del  ruolo che la Costituzione ci riconosce come rappresentanti della  nazione. Degni di servire il Paese – attraverso l’esempio, il rigore, le  competenze – in una delle stagioni più complesse e dolorose della  storia unitaria.

Accogliendo il suo appello intendo rivolgermi a voi proprio con il  linguaggio “sovversivo” della verità. Confessandovi che avverto,  fortissimi in questo momento la consapevolezza dei miei limiti e il peso  della mia personale responsabilità, ma impegnandomi a fare di tutto  affinché le mie spalle siano larghe e solide al punto da reggere, nelle  vesti di presidente del Consiglio di un Governo che richiede, qui e  oggi, la fiducia del Parlamento.

Infine, non potrei iniziare questo discorso, in un passaggio cosi  impegnativo, senza un accenno personale ed esprimere un senso di  gratitudine profonda verso chi con generosità e senso antico della  parola “lealtà” mi sostiene anche in questo difficile passaggio:  Pierluigi Bersani.

UN GOVERNO AL SERVIZIO DELL’ITALIA E DELL’EUROPA

La prima verità è che la situazione economica dell’Italia è ancora  grave. Abbiamo accumulato in passato un debito pubblico che grava come  una macina sulle generazioni presenti e future, e che rischia di  schiacciare per sempre le prospettive economiche del Paese. Il grande  sforzo di risanamento compiuto dal precedente Governo, guidato dal  senatore Mario Monti, è stato premessa della crescita in quanto la  disciplina della finanza pubblica era e resta indispensabile per  contenere i tassi di interesse e sventare possibili attacchi finanziari.  Il mantenimento degli impegni presi con il Documento di Economia e  Finanza è necessario ad uscire, quanto prima, dalla procedura di  disavanzo eccessivo e per recuperare margini di manovra all’interno dei  vincoli europei. Nelle sedi europee e internazionali l’Italia si  impegnerà poi per individuare strategie per ravvivare la crescita senza  compromettere il processo di risanamento della finanza pubblica.

L’ Europa è in crisi di legittimità ed efficacia proprio quando tutti  i Paesi membri e tutti i cittadini ne hanno più bisogno. L’Europa può  tornare ad essere motore di sviluppo sostenibile – e quindi di speranza e  di costruzione di futuro – solo se finalmente si apre. Il destino di  tutto il continente è strettamente legato. Non ci possono essere  vincitori e vinti se l’Europa fallisce questa prova. Saremmo tutti  perdenti: sia nel Sud che nel Nord del continente.

E’ per questo che se otterrò la vostra fiducia, immediatamente  visiterò in un unico viaggio Bruxelles, Berlino e Parigi per dare subito  il segno che il nostro è un governo europeo ed europeista.

La risposta, dunque, è una maggiore integrazione verso un’Europa  Federale. Altrimenti il costo della non-Europa, il peso della mancata  integrazione, il rischio di un’unione monetaria senza unione politica e  unione bancaria diventeranno insostenibili: come la crisi di questi  cinque anni ci ha mostrato. Questo Parlamento ha già dimostrato di poter  trovare intese per dare all’Europa un contributo italiano innovativo.  Questo è avvenuto nel sostegno all’azione europea del governo Monti e  nell’elaborazione di posizioni comuni come quella elaborata dai colleghi  Baretta, Brunetta e Occhiuto in vista del Consiglio Europeo del Giugno  scorso. Da quelle premesse politiche ripartiremo.

Le premesse macroeconomiche sono quelle dell’Euro e della Banca Centrale Europea guidata da Mario Draghi.

LE RISORSE PER LA CRESCITA: GIOVANI E TERRITORIO

Di solo risanamento l’Italia muore. Dopo più di un decennio senza  crescita le politiche per la ripresa non possono più attendere.  Semplicemente: non c’è più tempo. Tanti cittadini e troppe famiglie sono  in preda alla disperazione e allo scoramento. Pensiamo alla  vulnerabilità individuale che nel disagio e nel vuoto di speranze  rischia, di tramutarsi in rabbia e in conflitto, come ci ricorda lo  sconcertante fatto avvenuto ieri stesso dinanzi a Palazzo Chigi. Ieri  andando a visitare in ospedale il Brgadiere Giangrande ferito gravemente  insieme al Carabiniere Scelto Negri, sono stato impressionato dalla  forza e dalla fermezza della figlia Martina. Il Parlamento deve  stringersi a lei in questo momento. E il Parlamento deve stringersi  anche all’Arma dei Carabinieri e a tutte le forze dell’ordine per il  servizio continuo, silenzioso, encomiabile, spesso in condizioni  disagiate, svolto nell’interesse della nazione in Italia e all’este3ro.

Senza crescita e coesione l’Italia è perduta. Il Paese, invece, può  farcela. Ma per farcela deve ripartire. E per ripartire tutti devono  essere motori di questa nuova energia positiva. L’architrave  dell’esecutivo sarà l’impegno a essere seri e credibili sul risanamento e  la tenuta dei conti pubblici. Basta coi debiti che troppe volte il  nostro Paese ha scaricato sulle spalle e la vita delle generazioni  successive. Quelle nuove, di generazioni, hanno imparato sulla propria  pelle e non faranno lo stesso con i propri figli.

Ecco perché la riduzione fiscale senza indebitamento sarà un  obiettivo continuo e a tutto campo. Anzitutto, quindi, ridurre le tasse  sul lavoro, in particolare su quello stabile e quello per i giovani neo  assunti. Poi una politica fiscale della casa che limiti gli effetti  recessivi in un settore strategico come quello dell’edilizia, con  includere incentivi per ristrutturazioni ecologiche e affitti e mutui  agevolati per giovani coppie. E poi bisogna superare l’attuale sistema  di tassazione della prima casa: intanto con lo stop ai pagamenti di  giugno per dare il tempo a Governo e Parlamento di elaborare insieme e  applicare rapidamente una riforma complessiva che dia ossigeno alle  famiglie, soprattutto quelle meno abbienti.

Misure ulteriori dovrebbero essere il pagamento di parte dei debiti  delle Amministrazioni pubbliche; l’allentamento del Patto di stabilità  interno; la rinuncia all’inasprimento dell’IVA; l’aumento delle  dotazioni del Fondo Centrale di Garanzie per le piccole e medie imprese e  del Fondo di Solidarietà per i mutui. Ma questi provvedimenti – sebbene  necessari nel breve termine – non sono sufficienti.

La crescita economica di un paese richiede una strategia complessa,  che eviti dispersione a pioggia delle poche risorse e che possa  innescare meccanismi virtuosi. Per questo è necessario una sintonia tra  le azioni del Governo e quelle delle banche e delle imprese, che debbono  essere mirate ad una crescita di lungo periodo degli attori economici  per superare gli annosi ritardi dell’Italia in termini di crescita della  produttività e della competitività. Il Governo deve accompagnare questa  crescita e rimanere a fianco delle imprese anche e soprattutto quando  queste si impegnano all’estero nell’arena globale.

Un importante argomento di contesto concerne la giustizia, in quanto  solo con la certezza del diritto gli investimenti possono prosperare.  Questo riguarda la moralizzazione della vita pubblica e la lotta alla  corruzione, che distorce regole e incentivi. Questo riguarda anche la  giustizia nel suo complesso. La giustizia deve essere giustizia  innanzitutto per i cittadini. La ripresa ritornerà anche se i cittadini e  gli imprenditori italiani e stranieri saranno convinti di potersi  rimettere con fiducia ai tempi e al merito delle decisioni della  giustizia italiana. E tutto questo funzionerà se la smetteremo di avere  una situazione carceraria intollerabile ed eccessi di condanne da parte  della Corte dei diritti dell’uomo. Ricordiamoci sempre che siamo il  paese di Cesare Beccaria!

Dobbiamo liberare le energie migliori del Paese. Non partiamo da  zero, ma da due grandi risorse. Prima di tutto, i giovani. “Scommettete  su cose grandi” ha detto proprio ieri Papa Francesco rivolto a loro. E  noi abbiamo gli strumenti per aiutarli. Quello generazionale non è certo  solo un tema attinente al rinnovamento della classe dirigente, come  troppo spesso emerge nel dibattito pubblico. È una questione drammatica  che scontano sulla propria pelle milioni di giovani. Segnala bassi tassi  di istruzione e di occupazione, porta con sé lo sconforto, e anche la  rabbia, di chi non studia né lavora. Chiediamoci quanti bambini non  nascono ogni anno, in Italia, per la precarietà che limita le scelte  delle famiglie giovani. Non è solo demografia, è una ferita morale.  Perché non devono esistere generazioni perdute, perché solo i giovani  possono ricostruire questo Paese: le loro nuove esperienze e competenze  ci raccontano un mondo che cambia, il loro mondo. Rinunciare ad  investire su di loro è un suicidio economico. Ed è la certezza di  decrescita, la più infelice.

Semplificheremo e rafforzeremo l’apprendistato, che ha dato buoni  risultati in paesi vicini. Un aiuto può venire da modifiche alla legge  92/2012, quali suggerite dalla Commissione dei saggi istituita dal  presidente della Repubblica, che riducano le restrizioni al contratto a  termine, finché dura l’emergenza economica. Aiuteremo le imprese ad  assumere giovani a tempo indeterminato, con defiscalizzazioni o con  sostegni ai lavoratori con bassi salari, condizionati all’occupazione,  in una politica generale di riduzione del costo del lavoro e del peso  fiscale. Non bastano incentivi monetari. Occorre prendersi cura dei  giovani, volgendo il disagio in speranza, puntando su orientamento e  stimolo all’imprenditorialità. E occorre percorrere la strada europea  tracciata dal programma Youth guarantee, per garantire effettivi sbocchi  occupazionali.

Bisogna fare tesoro della voglia di fare dei nuovi italiani, così  come bisogna valorizzare gli italiani all’estero. La nomina di Cecile  Kyenge significa una nuova concezione di confine, da barriera a  speranza, da limite invalicabile a ponte tra comunità diverse.

La società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui  banchi di scuola e nelle università. Dobbiamo ridare entusiasmo e mezzi  idonei agli educatori che in tante classi volgono il disagio in speranza  e dobbiamo ridurre il ritardo rispetto all’Europa nelle percentuali di  laureati e nella dispersione scolastica. In Italia c’è una nuova  questione sociale, segnata dall’aumento delle disuguaglianze. Solo il  10% dei giovani italiani con il padre non diplomato riesce a laurearsi,  mentre sono il 40% in Gran Bretagna, il 35% in Francia, il 33% in  Spagna. Bisogna finalmente dare piena attuazione all’art. 34 della  Costituzione, per il quale «i capaci e meritevoli, anche se privi di  mezzi, hanno il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi».  L’uguaglianza più piena e destinata a durare nelle generazioni è oggi  più che mai l’uguaglianza delle opportunità.

Per rilanciare il futuro industriale del Paese, bisogna scommettere  sullo spirito imprenditoriale e innovare e investire in ricerca e  sviluppo. Per questo intendiamo lanciare un grande piano pluriennale per  l’innovazione e la ricerca, finanziato tramite project bonds. La  ricerca italiana può e deve rinascere nei nuovi settori di sviluppo,  come ad esempio l’agenda digitale, lo sviluppo verde, le nanotecnologie,  l’aerospaziale, il biomedicale. Si tratta di fare una politica  industriale moderna, che valorizzi i grandi attori ma anche e  soprattutto le piccole e medie imprese che sono e rimarranno il vero  motore dello sviluppo italiano. Oltre all’alta tecnologia bisogna  investire su ambiente ed energia. Le nuove tecnologie – fonti  rinnovabili ed efficienza energetica – vanno maggiormente integrate nel  contesto esistente, migliorando la selettività degli strumenti esistenti  di incentivazione, in un’ottica organica con visione di medio e lungo  periodo. Sempre con riguardo ai settori energetici, va completato il  processo di integrazione con i mercati geografici dei Paesi europei  confinanti. Questo implica, per l’energia elettrica, il completamento  del cosiddetto market coupling e, per il gas, il completo riallineamento  dei nostri prezzi con quelli europei e la trasformazione del nostro  Paese in un hub.E’ chiaro che episodi come quello dell’ILVA di Taranto  non sono più tollerabili.

Tutta l’impresa italiana, per crescere, ha bisogno di più semplicità,  di un’alleanza tra la pubblica amministrazione e la società, senza  tollerare le sacche di privilegio. La burocrazia non deve opprimere la  voglia creativa degli italiani ed è per questo che bisognerà rivedere  l’intero sistema delle autorizzazioni. Bisogna snellire le procedure e  avere fiducia in chi ha voglia di investire, creare, offrire posti di  lavoro.

Non si possono più chiedere sacrifici sempre e soltanto ai «soliti  noti». I sacrifici sono socialmente sostenibili solo se sono ispirati ad  un principio di equità. Questo significa coniugare una ferrea lotta  all’evasione con un fisco amico dei cittadini, senza che la parola  Equitalia debba provocare dei brividi quando viene evocata.

L’altra grande risorsa è l’Italia stessa. Bellezza senza navigatore.  La nostra tendenza all’autocommiserazione è pari solo all’ammirazione  che l’Italia suscita all’estero. Molti stranieri vogliono bagnarsi nei  nostri mari, visitare le nostre città, mangiare e vestire italiano.  L’Italia e il made in Italy sono le nostre migliori ricchezze. E’ per  questo che uno dei primi atti del Governo sarà quello di nominare il  Commissario unico per l’Expo, una grande occasione che non dobbiamo  mancare. A questo fine nei prossimi giorni sarò a Milano a presentare il  decreto per partire per l’ultimo miglio di questo evento strategico.

Per questo dobbiamo rilanciare il turismo e, soprattutto, attrarre  investimenti. Rimuoviamo quegli ostacoli che fanno sì che l’Italia per  molti non sia una scelta di vita. Questo significa puntare sulla  cultura, motore e moltiplicatore dello sviluppo, o sulle straordinarie  realtà dell’agro-alimentare. Questo significa valorizzare e custodire  l’ambiente, il paesaggio, l’arte, l’architettura, le eccellenze  enogastronomiche, le infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali e  aeroportuali.

Questo vuol dire anche valorizzare il nostro grande patrimonio  sportivo. La pratica dello sport significa prevenzione dalle malattie,  lotta contro l’obesità, formazione a stili di vita sani, lealtà e  rispetto delle regole. Dobbiamo impegnarci per diffondere la pratica  sportiva sin dalle scuole elementari con un piano di edilizia scolastica  su tutto il territorio nazionale.

L’intraprendenza dei giovani e la bellezza dei territori sono d’altra  parte due risorse cruciali per il Mezzogiorno. In entrambi i casi un  patrimonio dissipato, un giacimento inutilizzato di potenzialità.  Dobbiamo mettere in condizione il Sud di crescere da solo, annullando i  divari infrastrutturali e di ordine pubblico che l’hanno frenato,  puntando sulle nuove imprese, in particolare le industrie culturali e  creative, e sulla buona gestione dei fondi europei, come quella che ha  caratterizzato l’operato del governo Monti.

Dobbiamo, soprattutto, evitare di continuare a mettere la testa sotto  la sabbia come struzzi e riconoscere che il divario tra Nord e Sud del  Paese è non un accidente storico o una condanna, ma il prodotto di  decenni di inadempienze da parte delle classi dirigenti, a livello  nazionale come a livello locale. E’ il risultato dell’azione della  criminalità organizzata che, certo presente anche nel resto del Paese –  in larghe parti del Mezzogiorno ha i connotati del controllo arrogante e  quasi militare del territorio. E questo nonostante lo spirito di  servizio e il sacrificio di tanti servitori dello Stato – magistrati ed  esponenti delle forze dell’ordine anzitutto – che troppo spesso abbiamo  avuto la responsabilità di lasciare soli. Anche per questo dobbiamo dare  effettiva concretezza al valore della specificità della professione  svolta dal personale in divisa delle Forze Armate e della Polizia.

PRIORITA’ LAVORO

Ma permettetemi di soffermarmi un attimo sulla grande tragedia di  questi tempi che d’altronde al Sud tocca punte di desolazione e allarme  sociale: la questione del lavoro. È e sarà la prima priorità del mio  governo. Solo col lavoro si può uscire da quest’incubo di impoverimento e  imboccare la via di una crescita non fine a se stessa, ma volta a  superare le ingiustizie e riportare dignità e benessere. Senza crescita,  anche gli interventi di urgenza su cui ci siamo impegnati e che qui  ribadisco – rifinanziamento delle casse integrazioni in deroga,  superamento del precariato anche nella pubblica amministrazione –  sarebbero insufficienti. In particolare, con i lavoratori esodati la  comunità nazionale ha rotto un patto, e la soluzione strutturale di  questo tema è un impegno prioritario di questo Governo.

Mai come oggi occorre fiducia reciproca: imprese e lavoratori devono  agire insieme e superare le contrapposizioni che in passato ci hanno  frenato. Sono sicuro che come in tanti momenti critici della vita della  Repubblica i sindacati saranno protagonisti. Il governo vuole aprire la  strada con proposte che approfondiremo insieme: ampliare gli incentivi  fiscali a chi investe in innovazione, sostenere l’aggregazione e  internazionalizzazione delle PMI, dare più credito a chi lo merita,  garantire il pagamento dei debiti alle imprese, semplificare e rimuovere  gli ostacoli burocratici che frenano lo spirito d’impresa.

Dobbiamo anche valorizzare il lavoro autonomo e le libere  professioni, che in una società postindustriale rappresentano la spina  dorsale della nostra economia. Le misure di liberalizzazione orami sono  state adottate. Ora bisogna lavorare tutti insieme per formare e dare  opportunità ai giovani, innalzare la qualità, servire al meglio i  clienti.

Anche sull’occupazione femminile occorre fare molto di più. La  maggiore presenza delle donne nella vita economica, sociale e politica  dà già straordinari contributi alla crescita del paese, ma siamo lontani  dagli obiettivi europei. Non siamo ancora un paese delle pari  opportunità. La carenza di servizi scarica sulle donne compiti  insostenibili, aggravati in alcuni casi da una crescita insopportabile  delle violenze contro le donne.

La riforma del nostro welfare richiede azioni di ampio respiro per  rilanciare il modello sociale europeo. Il welfare tradizionale,  schiacciato sul maschio adulto e su pensioni e sanità, non funziona più.  Non stimola la crescita della persona e non basta a correggere le  disuguaglianze. Non occorrono isterismi. Occorre un cambiamento  radicale: un welfare più universalistico e meno corporativo, che  sostenga tutti i bisognosi, aiutandoli a rialzarsi e a riattivarsi. Per  un welfare attivo, più giovane e al femminile, andranno migliorati gli  ammortizzatori sociali, estendendoli a chi ne è privo, a partire dai  precari; e si potranno studiare forme di reddito minimo, soprattutto per  famiglie bisognose con figli.

Hanno trovato largo consenso parlamentare nei mesi passati le  proposte su incentivi al pensionamento graduale con part time misto a  pensione, con una «staffetta generazionale» per la parallela assunzione  di giovani. Inoltre, per evitare il formarsi di bacini estesi di  lavoratori anziani di difficile ricollocazione, studieremo forme  circoscritte di gradualizzazione del pensionamento, come l’accesso con  3-4 anni di anticipo al pensionamento con una penalizzazione  proporzionale.

Dobbiamo poi ricordarci che l’Italia migliore è un’Italia solidale.  E’ per questo che il governo non può che valorizzare la rete di  protezione dei cittadini e dei loro diritti, con misure tese al  miglioramento dei servizi, da quelli sanitari a quelli del trasporto  pubblico, locale e pendolare, con una particolare attenzione per i  disabili e i non autosufficienti.

Vorrei a questo proposito rendere omaggio alle donne e agli uomini  che ogni giorno consentono al nostro paese di godere di questa  solidarietà e che mantengono unito il nostro tessuto sociale: i  servitori dello Stato – quelli che rischiano la vita per proteggere le  istituzioni, quelli che lavorano nella sanità per salvare delle vite,  quelli che aiutano i nostri figli a crescere – ma anche gli operatori  del volontariato, della cooperazione, del terzo settore e della galassia  del 5 per 1000. E’ l’esempio che giornalmente viene dato da queste  persone che ci fa riscoprire il valore del servizio pubblico.

Una speciale menzione merita la protezione civile, che ha dato una  straordinaria prova nei terremoti in Abbruzzo e in Emilia e che ci  ricorda che abbiamo un impegno alla prevenzione, con un piano di  manutenzione contro il dissesto idrogeologico e la lotta all’abusivismo.

LA RIFORMA DELLA POLITICA

Vorrei che questo governo inaugurasse una fase nuova nella vita della  Repubblica. Non il canto del cigno di un sistema imploso sulle sue  troppe degenerazioni, ma un primo impegno per la ricostruzione della  politica e del nostro modo di percepirci come comunità.

La ricostruzione però può partire solo da un esercizio autentico, non  simulato, di autocritica. La verità è che la politica ha commesso  troppi errori. Si è erosa, giorno dopo giorno, la credibilità della  politica e delle istituzioni, vittime di un presentismo – vale a dire  dell’ossessione del consenso immediato – che bloccato il Paese.

Ancora: non abbiamo compreso quanto le legittime istanze di  innovazione, partecipazione, trasparenza, sottese alla rivoluzione del  web, potessero tradursi in un oggettivo miglioramento della qualità  della nostra democrazia rappresentativa anziché sfociare nel mito o  nell’illusione della democrazia diretta.

Oggi abbiamo dinanzi un’altra sfida, ancora più complessa: quella  dell’autorevolezza. L’autorevolezza del potere che non ha più, come in  passato, il monopolio delle informazioni, ma deve avere il profilo e le  competenze per discernere il vero dal falso nel flusso enorme di  informazioni presenti nella Rete. L’autorevolezza di chi non si  accontenta della verosimiglianza e del sentito dire, ma sceglie sempre e  solo la verità e ha il coraggio e la pazienza di raccontarla ai  cittadini, anche se dolorosa o brutale.

Per cominciare, bisogna recuperare decenza, sobrietà, scrupolo, senso  dell’onore e del servizio e, infine, la banalità della gestione di un  buon padre di famiglia. Ognuno deve fare la sua parte. A questo fine,  per dare l’esempio, il primo atto del Governo sarà quello di eliminare  con una norma d’urgenza lo stipendio dei ministri parlamentari che  esiste da sempre in aggiunta alla loro indennità.

Nessuno, ripeto nessuno, può sentirsi esentato dal dovere  dell’autorevolezza. Nessuno può considerarsi fino in fondo assolto  dall’accusa di aver contaminato il confronto pubblico con gesti, parole,  opere o omissioni. Con 11 milioni e mezzo di cittadini che hanno deciso  di non votare, alle elezioni dello scorso febbraio, quello  dell’astensione è risultato essere il primo partito. Non era mai  accaduto prima: due milioni in più rispetto al 2008, quattro rispetto al  2006. Su questo sfondo la riduzione dei costi della politica diventa un  dovere di credibilità. Pensate ai rimborsi elettorali: tutte le leggi  introdotte dal 1994 ad oggi sono state ipocrite e fallimentari. Non  rimborsi ma finanziamento mascherato. Per di più di ammontare  decisamente troppo elevato, come la Corte dei Conti ha recentemente  confermato: 2 miliardi e mezzo di euro dal 1994 al 2012, a fronte di  spese certificate di circa mezzo miliardo.E’, questa , solo una delle  conferme del fatto che il sistema va rivoluzionato. Partiamo dunque dal  finanziamento pubblico ai partiti, abolendo la legge troppo timida  approvata l’anno scorso e introducendo misure di controllo e di sanzione  anche sui gruppi parlamentari e regionali. Occorre poi avviare percorsi  che finalmente consegnino alla libera scelta dei cittadini, con  opportuni interventi sul versante fiscale, la contribuzione all’attività  politica dei partiti.

E’ però anche importante collegare il tema del finanziamento a quello  della democrazia interna ai partiti, attuando finalmente i principi  sulla democrazia interna incorporati nell’art. 49 della Costituzione,  stimolando la partecipazione dei militanti e garantendo la trasparenza  delle decisioni e delle procedure.Rivendico con forza l’importanza di un  temporaneo «governo di servizio al paese» tra forze sicuramente lontane  e diverse tra loro. Credo che non sia facile votare insieme da  posizioni così eterogenee, ma proprio per questo credo che questa sia  una scelta che meriti rispetto anche da chi non la condivide perché non è  motivata dall’interesse particolare ma da principi più alti di coesione  nazionale. Questo è il senso del messaggio del Presidente della  Repubblica alle Camere. Non dobbiamo avere paura di fare il nostro  dovere per l’Italia. Noi dobbiamo dare il nostro contributo a  ricostruire un patto di fiducia, a ritrovare il senso di una missione  comune. Come italiani, si vince o si perde tutti insieme.

Sicuramente è e deve essere un’eccezione la convergenza di forze  politiche che si sono presentate come alternative alle elezioni. Ma è  eccezionale che dalle urne, anche a causa della legge elettorale, non  sia uscita alcuna maggioranza; è eccezionale l’emergenza economica che  il governo dovrà affrontare; è eccezionale il fatto che sia necessario  riscrivere alcune regole costituzionali. Credo quindi che le forze  politiche che sostengono il governo stiano dimostrando un grande senso  di responsabilità e di attaccamento alle istituzioni. Vent’anni di  attacchi e delegittimazioni reciproche hanno eroso ogni capitale di  fiducia nei rapporti tra i partiti e l’opinione pubblica, che è esausta,  sempre più esausta, delle risse inconcludenti.Ho imparato da Nino  Andreatta la fondamentale distinzione tra politica, intesa come  dialettica tra diverse fazioni, e politiche, intese come soluzioni  concrete ai problemi comuni. Se in questo momento ci concentriamo sulla  politica, le nostre differenze ci immobilizzeranno. Se invece ci  concentriamo sulle politiche, allora potremo svolgere un servizio al  paese migliorando la vita dei cittadini.

E‘ per questo che intendo appellarmi alla responsabilità dei partiti e  dei movimenti perché ritengo centrale il ruolo del Parlamento, con una  continua interlocuzione con le forze politiche che non sostengono il  Governo e con la creazione di luoghi permanenti di codecisione, ai quali  parteciperò personalmente, tra il governo e le forze politiche che lo  sostengono.

LA RIFORMA DELLE ISTITUZIONI

L’appello alla responsabilità e alla capacità di trovare terreni di  convergenza è ancora più pressante nel nostro compito di riformare le  istituzioni, anche perché auspico che per la scrittura delle regole che  riguardano la vita democratica di tutti il fronte si allarghi anche alle  forze che non hanno intenzione di sostenere il governo in modo  organico, che devono partecipare pienamente al processo costituente.Vedo  oggi una via stretta, ma possibile, per una riforma anche radicale del  sistema istituzionale e del sistema politico.Un imperativo deve essere  chiaro a tutti noi fin dal primo momento: in questa materia negli ultimi  decenni abbiamo assistito troppe volte all’avvio di percorsi  riformatori che si presentavano come risolutori, che nelle intenzioni  anche sincere di chi li proponeva, promettevano di regalarci istituzioni  più efficienti e capaci di decidere, oltre che maggiormente vicine ai  cittadini, e che invece si sono infranti contro veti reciproci, chiusure  partigiane, prese di posizione strumentali e contrapposizioni dannose  nonostante i reiterati richiami del Presidente della Repubblica.

Al fine di sottrarre la discussione sulla riforma della Carta  fondamentale alle fisiologiche contrapposizioni del dibattito  contingente, sarebbe bene che il Parlamento adottasse le sue decisioni  sulla base delle proposte formulate da una Convenzione, aperta alla  partecipazione anche di autorevoli esperti non parlamentari e che parta  dai risultati della attività parlamentare della scorsa legislatura e  dalle conclusioni del Comitato di saggi istituito dal Presidente della  Repubblica. La Convenzione deve poter avviare subito i propri lavori  sulla base degli atti di indirizzo del Parlamento, in attesa che le  procedure per un provvedimento Costituzionale possano compiersi.

Dal momento che questa volta l’unico sbocco possibile per questo tema  è il successo nell’approvazione delle riforme che il paese aspetta da  troppo tempo, fra 18 mesi verificherò se il progetto sarà avviato verso  un porto sicuro. Se avrò una ragionevole certezza che il processo di  revisione della Costituzione potrà avere successo, allora il nostro  lavoro potrà continuare. In caso contrario, se veti e incertezze  dovessero minacciare di impantanare tutto per l’ennesima volta, non  avrei esitazioni a trarne immediatamente le conseguenze.

La moralità della politica è quella di prendere le decisioni che i  cittadini si attendono, e di rispettare gli impegni presi di fronte al  paese e alle istituzioni.

L’obiettivo complessivo è quello di una riforma che riavvicini i  cittadini alle istituzioni, rafforzando l’investitura popolare  dell’esecutivo e migliorando efficienza ed efficacia del processo  legislativo. I principi che devono guidarci sono quelli di una  democrazia governante: la capacità degli elettori di scegliersi i propri  rappresentanti e di decidere alle elezioni sui governi e le maggioranze  che li sostengono.

Dobbiamo superare il bicameralismo paritario, per snellire il  processo decisionale ed evitare ingorghi istituzionali come quello che  abbiamo appena sperimentato, affidando ad una sola Camera il compito di  conferire o revocare la fiducia al Governo. Nessuna legge elettorale è  infatti in grado di garantire il formarsi di una maggioranza identica in  due diversi rami del Parlamento.Dobbiamo quindi istituire una seconda  Camera – il Senato delle Regioni e delle Autonomie – con competenze  differenziate e con l’obiettivo di realizzare compiutamente  l’integrazione dello Stato centrale con le autonomie, anche sulla base  di una più chiara ripartizione delle competenze tra i livelli di governo  con il perfezionamento della riforma del Titolo V. Bisogna riordinare i  livelli amministrativi e abolire le provincie. Semplificazione e  sussidiarietà devono guidarci al fine di promuovere l’efficienza di  tutti i livelli amministrativi e di ridurre i costi di funzionamento  dello Stato. Questo non significa perseguire una politica di tagli  indifferenziati, ma al contrario valorizzare comuni e regioni per  rafforzare le loro responsabilità, in un’ottica di alleanza tra il  governo e i territori e le autonomie, ordinarie e speciali. Bisogna  altresì chiudere rapidamente la partita del Federalismo fiscale,  rivedendo il rapporto fiscale tra centro e periferia salvaguardando la  centralità dei territori e delle Regioni. Si può anche esplorare il  suggerimento del Comitato di Saggi istituito dal Presidente della  Repubblica per la eventuale riorganizzazione delle Regioni e dei  rapporti tra loro.

Occorre poi riformare la forma di governo, e su questo punto bisogna  anche prendere in considerazione scelte coraggiose, rifiutando piccole  misure cosmetiche e respingendo i pregiudizi del passato.

La legge elettorale è naturalmente legata alla forma di governo, ma  si possono sin da ora delineare gli obiettivi fondamentali.  Innanzitutto, dobbiamo qui solennemente assumere l’impegno che quella  dello scorso febbraio sia l’ultima consultazione elettorale che si  svolge sulla base della legge elettorale vigente. Cambiarla serve non  solamente per assicurare la formazione di maggioranze sufficientemente  ampie e coese, in grado di garantire governi stabili; ma prima ancora  per restituire legittimità al Parlamento ed ai singoli parlamentari. Non  possiamo più accettare l’idea di parlamentari di fatto imposti con la  stessa presentazione delle candidature, senza che i cittadini abbiano la  possibilità di individuare il candidato più meritevole.

Sono certo che le forze politiche siano in grado di trovare delle  ottime soluzioni. Permettetemi di esprimere a livello personale che  certamente migliore della legge attuale sarebbe almeno il ripristino  della legge elettorale precedente.

LA NUOVA EUROPA

Rappresentare l’intera nazione oggi significa prima di tutto sapere e  ribadire che le sorti dell’Italia sono intimamente correlate a quelle  dell’Unione europea. Due destini che si uniscono.

Nel 2012 tutti noi abbiamo vinto il premio Nobel anche se forse non  ce ne siamo pienamente accorti. L’Unione Europea è stata premiata per  un’alchimia politica senza precedenti: la trasformazione delle macerie  di un continente di guerra in uno spazio di pace. Allora i nemici  decisero di vivere insieme. Dopo insieme abbiamo promosso la democrazia e  riunificato il continente dalle ferite della cortina di ferro. Insieme  abbiamo dato vita al mercato unico. Insieme abbiamo concepito la  cooperazione allo sviluppo, di cui siamo leader al mondo. Insieme ai  ragazzi partiti nel 1987 per il primo Erasmus, abbiamo scoperto di avere  nuove case e nuove famiglie. E insieme, nella crisi, dobbiamo ripartire  da alcune verità, perché della verità non bisogna mai avere paura.

Primo: il Nobel non è alla memoria. L’Europa non è il passato, è il  viaggio nel quale ci siamo imbarcati per arrivare nel futuro. L’Europa è  lo spazio politico con cui rilanciare la speranza che ha animato la  nostra società nella ricostruzione del dopoguerra. È lo spazio politico  con cui mettere fine a questa guerra di stereotipi, di sfiducia e di  timidezza, mentre la tragedia della disoccupazione giovanile mette  un’intera generazione in trincea. L’Europa esiste solo al presente e al  futuro, solo se alla storia scritta dai nonni e dai padri si affiancano  le azioni dei figli e dei nipoti.

Secondo: l’Europa è il nostro viaggio. La sua storia non è scritta  malgrado noi. È scritta da noi. L’orizzonte è europeo, con le università  che devono diplomare laureati in grado di lavorare ovunque in Europa, e  le imprese che devono inventare prodotti che siano competitivi a  livello continentale se non globale. Pensare l’Italia senza l’Europa è  la vera limitazione della nostra sovranità, perché porta alla  svalutazione più pericolosa, quella di noi stessi. Vivere in questo  secolo vuol dire non separare le domande italiane e le risposte europee,  nella lotta alla disoccupazione e alla disuguaglianza, nella difesa e  nella promozione di tutti i diritti. E soprattutto, l’abbattimento dei  muri tra il Nord e il Sud del continente, così come tra il Nord e il Sud  dell’Italia.

Terzo: il porto a cui il nostro viaggio è rivolto sono gli Stati  Uniti d’Europa e la nostra nave si chiama democrazia. Guardiamo con  ammirazione lo sviluppo delle altre nazioni, in particolare in Asia e in  Africa, ma non vogliamo sognare i sogni degli altri. Abbiamo il diritto  a sogno che si chiama Unione Politica e abbiamo il dovere di renderlo  più chiaro. Possiamo avere «più Europa» soltanto con «più democrazia»:  con partiti europei, con l’elezione diretta del Presidente della  Commissione, con un bilancio coraggioso e concreto come devono essere i  sogni che vogliono diventare realtà.

L’Italia vive in un mondo sempre più grande, caratterizzato  dall’arrivo sulla scena di nuove potenze emergenti che stanno  modificando gli equilibri mondiali. Di fronte a giganti come Cina, India  e Brasile, i singoli Stati europei non possono che sviluppare una  politica comune per raggiungere la massa critica necessaria ad  interagire con questi nuovi attori e influire sui processi globali.

Questo significa un rinnovato impegno per una politica estera e di  difesa comuni, tese a rinnovare l’impegno per il consolidamento  dell’ordine internazionale, un impegno che vede le nostre Forze Armate  in prima linea, con una professionalità e un’abnegazione seconda a  nessuno. Lavoreremo per trovare una soluzione equa e rapida alla  dolorosa vicenda dei due Fucilieri di Marina trattenuti in India, che ne  consenta il legittimo rientro in Italia nel più breve tempo possibile.

L’Italia è saldamente collocata nel campo occidentale, ma la sua  posizione geopolitica proiettata verso altre civiltà, la sua cultura  abituata al dialogo e la sua economia vocata all’esportazione possono  consegnarle un ruolo di ponte tra l’Occidente e le nuove potenze  emergenti.

Questo è importante soprattutto nel Mediterraneo, dove il  consolidamento delle primavere arabe, la risoluzione politica della  crisi in Siria e la prosecuzione del processo di pace in Medio Oriente  sono le questioni più urgenti.

CONCLUSIONE

In questi giorni ho pensato al personaggio biblico di Davide.

Come lui, con lui, siamo nella valle di Elah, in attesa di affrontare Golia.

Nella valle delle nostre paure di fronte a sfide che appaiono  gigantesche. Anche la sfida di metterci insieme per affrontarle. Come  Davide in quella valle, dobbiamo spogliarci della spada e dell’armatura  che in questi anni abbiamo indossato e che ora ci appesantirebbero.

Davide “prese in mano il suo bastone, si scelse cinque ciottoli lisci  dal torrente e li pose nella sua sacca da pastore, nella bisaccia;  prese in mano la fionda e si avvicinò a Golia”. Noi, dal “torrente”  delle idee sulle quali ci siamo confrontati abbiamo scelto i nostri  “ciottoli”, le nostre proposte di programma. La “fionda” l’abbiamo in  mano insieme, governo e Parlamento. Ma di Davide ci servono il coraggio e  la fiducia. Il coraggio di mettere da parte quella “prudenza politica”  che spinge a evitare il confronto con le nostre paure, a rimanere nella  valle e, se proprio decidiamo di muoverci, a farlo con indosso  l’armatura. Il coraggio di affrontare la sfida liberandoci  dell’armatura, forse lo abbiamo trovato. La fiducia è quella che  chiediamo al Parlamento e agli italiani.

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