Sulle riforme sono botte e urla alla Camera

Il M5S contro il Pd che manca il numero legale in apertura di seduta. Forza Italia si appella a Mattarella e la politica italiana mostra il peggio di sé

Riforme

Rissa durante i lavori sul disegno di legge costituzionale in corso alla Camera, Roma, 12 febbraio 2015. – Credits: ANSA/STRINGER

Redazione

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Prima l'accordo sfiorato tra M5s e Pd, poi la bagarre in aula e infine la "rissa a sinistra", con scazzottata tra deputati di Sel e di Pd. È quello che ha riservato la seduta notturna della Camera dedicata alle riforme, la seconda della seduta fiume decisa mercoledì sera dalla maggioranza.

 

Quando sono ripresi i lavori inaspettatamente Riccardo Fraccaro ha lanciato la mediazione che avrebbe permesso di superare l'ostruzionismo di M5s: accantonare l'articolo 15 del ddl, riguardante il referendum, e votarlo a marzo, assieme al voto finale sul testo.

La proposta ha ricevuto un sostanziale "niet" dal capogruppo del Pd Roberto Speranza, il quale ha ricordato sia la contrarietà del Pd all'emendamento di M5s di un referendum senza quorum, sia la contrarietà ad un "ricatto" al Parlamento. Benchè sul merito del referendum senza quorum nessun gruppo sia d'accordo, comprese le opposizioni, queste hanno invitato il Pd ad accettare l'idea dell'accantonamento.


La bagarre dei cinquestelle

La seduta si stava svolgendo ordinariamente alla presenza di una schiera di commessi presenti in aula, visti i boatos di una occupazioni da parte di M5s. Questi hanno invece inscenato improvvisamente una bagarre, gridando ritmicamente in aula "onestà, onestà", e battendo i faldoni degli emendamenti sui banchi, impedendo così il prosieguo del dibattito e dei voti.

Il vicepresidente Roberto Giachetti ha espulso uno dopo l'altro ben cinque deputati Pentastellati. Giachetti ha perso la pazienza definendo "inaccettabile" il comportamento di M5s: "neanche ai tempi del fascismo si impediva di parlare". In questo clima, come una scintilla, è scoppiata una rissa ma in un settore inaspettato, cioè tra i banchi di Sel e Pd, con deputati in piedi sui banchi e urla indicibili ("pezzo di m...").

Dopo l'inevitabile sospensione dell'aula, alla ripresa il relatore Emanuele Fiano ha accolto la mediazione di M5s, dicendosi d'accordo sull'accantonamento dell'articolo 15. Ma era troppo tardi, e Fraccaro ha replicato definendo "una presa in giro" l'apertura di Fiano. A notte inoltrata, all'1,30 è arrivato anche Matteo Renzi, visti i mal di pancia all'interno del Pd che oggi si riunirà-

Cosa è successo

Con grande lentezza, tra infinite discussioni procedurali, il cammino delle riforme Costituzionali durante la giornata era proseguita alla Camera la seduta "no stop". Il governo ha tentato un accordo con il M5s, ma la condizione posta da quest'ultimo, e cioè l'approvazione di tre propri emendamenti, è stata giudicata non accettabile, cosa che ha provocato la reazione sdegnata dei pentastellati che, pur rimanendo in aula, non hanno preso parte dalle votazioni. E tensioni si sono manifestate anche nella maggioranza, compresa una mancanza di numero legale che ha provocato l'irritazione della presidente Laura Boldrini.

Mentre Forza Italia, nel rimarcare il suo disappunto per la marcia a tappe forzate imposta dal governo, si appella al Capo dello Stato Sergio Mattarella. 

L'ostruzionismo del M5S

M5s rimane il gruppo di opposizione che in nottata ha praticato con più vigore il filibustering, con continui interventi sull'ordine dei lavori e sul regolamento, che hanno di fatto bloccato il voto sugli emendamenti, ridottisi notevolmente dopo che Fi e Lega hanno ritirato quelli ostruzionistici. Di qui il tentativo del relatore Emanuele Fiano, del vicecapogruppo del Pd Ettore Rosato e del governo, di trovare una intesa con M5s per sbloccare i lavori. I Pentastellati hanno posto però come condizioni l'approvazione di un certo numero di emendamenti (inizialmente sette e poi scesi a tre) tesi a favorire la "democrazia diretta": eliminazione del quorum nei referendum, obbligo della Camera di esaminare le leggi di iniziativa popolare, possibilita' delle minoranze parlamentari di ricorrere alla Corte costituzionale (l'attuale testo del ddl lo ammette solo per le leggi elettorali).

Le richieste sono state però respinte da Pd e governo, provocando anche l'ira di Beppe Grillo sul blog. In aula i deputati di M5s hanno proseguito la loro battaglia ostruzionistica, marcando con la non partecipazione alle votazioni il dissenso rispetto alla decisione della seduta fiume.

Forza Italia si appella a Mattarella

Quest'ultima poi viene dichiarata illegittima anche dalle altre opposizioni, tanto che il capogruppo di Fi Renato Brunetta ha chiamato in causa il presidente della Repubblica Mattarella.

Le divergenze nel Pd

Ma la tensione e' altissima anche dentro la maggioranza, a causa dei "niet" opposti dal ministro Maria Elena Boschi a numerosi emendamenti. Una "rigidita'", secondo Alfredo D'Attorre della minoranza del Pd, che dopo la fine del Patto del Nazareno, risulta "incomprensibile e comica". In particolare la minoranza del Pd insiste affinchè sia inserita la norma transitoria che permetta un giudizio preventivo della Corte costituzionale sull'Italicum: emendamento su cui c'era il veto di Fi, che però ora si è sottratta al Patto.

La linea del ministro Boschi è comunque di apportare il minor numero di modifiche al testo licenziato dal Senato, nella speranza che esso poi confermi quanto deciso dalla Camera in questa lettura. "Ieri abbiamo garantito che la riforma andasse avanti e ci aspettavamo che dopo la fine del patto del Nazareno cambiasse il metodo - minaccia D'Attorre - Se continua così ci sentiremo liberi di votare le nostre proposte in Aula, emergeranno le divergenze nel Pd".

Netta la reazione del vicesegretario del partito Lorenzo Guerini: "Non capisco la polemica di D'Attorre. La minoranza Pd è stata sempre coinvolta, ci siamo confrontati per lungo tempoapportando modifiche anche volute da loro. Mi aspetto da tuttiun atteggiamento responsabile e leale". E il primo segnale di questa situazione di tensione interna ai dem si è avuto proprio all'apertura della seduta quando i deputati della maggioranza non erano sufficienti per garantire il numero legale.

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