Quirinale: i nomi bislacchi delle votazioni

Dal Conte Mascetti a Veronica Lario passando per Valeria Marini. Tutti i nomi strampalati usciti nella corsa al Colle

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Veronica Lario, ex moglie di Silvio Berlusconi – Credits: DANIEL DAL ZENNARO/ANSA / KLD

Carmelo Caruso

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Straordinario sberleffo o salutare condivisione? Eppure come si fa a non votare il conte Raffaele Mascetti, maschera di quell’immortale ritratto che è “Amici Miei” di Mario Monicelli al Qurinale?

Condiviso, anzi nome di pacificazione più di Franco Marini che molto probabilmente ha già risposto le sue speranze di essere eletto dodicesimo presidente della Repubblica.

E si sa che sono soltanto rutti, simpatiche pernacchie e marameo quei voti che escono dall’insalatiera di Montecitorio per l’ilare sorriso dei deputati che proprio nel momento drammatico riscoprono l’arte della satira eleggendo poco più che improbabili personaggi o storpiando con voluttà i nomi dei candidati.

Due voti quindi per “Franco Marino” ed è la “o” a tradire, un modo per impallinare con la grammatica. E non se ne farà nulla Veronica Lario di quel voto che Laura Boldrini ha pronunciato passando la scheda a un incredulo Pietro Grasso. Le basterà il lauto assegno del marito Silvio Berlusconi? Boh, del resto usare le moglie non è solo la trovata dell’elezione forse più bislacca del dopoguerra, basti pensare che nelle precedenti votazioni alcuni voti vennero assegnati a “Linda” che sarebbe Giuva, moglie di Massimo D’Alema che nel frattempo ne ha raccolti 12.

Ma vanno elencati i voti singoli della primo e del secondo spoglio per scoprire che dalla moda alla poesia tutti siamo presidenti anche solo per un voto. Lo è Santo Versace, fratello del venerato Gianni, prima berlusconiano, poi montiano (e adesso?). E lo è il romanziere di confine Claudio Magris, in verità già candidato al premio Nobel più che al Colle o  ancora lo storico Franco Cardini, nume della destra e stimato professore di Storia medioevale.

Ma poi ci sarebbero i giornalisti e non si creda una novità il voto a Claudio Sabelli Fioretti che conduce in radio “Un giorno da Pecora” o di Michele Cucuzza, meno famoso per la rete di Milena Gabanelli (un voto anche lei) che sarebbe stata la prima scelta del Movimento 5 Stelle prima del rifiuto suo e di Gino Strada e la candidatura del giurista Stefano Rodotà.

Ne raccolse anche Guido Quaranta nel 1993, forse il più bravo tra i retroscenisti degli ultimi anni e nulla da eccepire ci sarebbe sul fine professore di Diritto Augusto Barbera, anch’egli un voto.

Semmai da eccepire ci sarebbe sulla giunonica Valeria Marini che di Franco ha solo il cognome ma nessuna esperienza sindacale di cui fare vanto anche se la politica l’ha vista di striscio, anzi di sottecchi dal salone Margherita con il defunto Bagaglino. E chissà quale oscuro segnale vuole essere quel voto a Michele Ricciardi , pittore avellinese del Settecento famoso per i suoi affreschi al Convento della Santissima Trinità di Baronissi con allegorie di Penitenza, Giustizia e fede, ma fede in cosa. Forse nel calcio. E allora un voto anche per Giovanni Trapattoni perchè si sa che il calcio rimane l'ultima fede, tuttavia il punto più triviale si tocca con il voto di Rocco Siffredi che strappa il sorriso pure agli inflessibili presidenti.

Uno, quindi perfino all’ex presidente del Senato Marcello Pera e uno anche a Margherita Hack (che sia uno scherzo di quelli de “La Zanzara”, di cui cadde vittima il saggio Valerio Onida?), uno anche per Mario Segni, il referendario tutto cuore. Che il momento sia drammatico lo dimostra il ricorso ad Arnaldo Forlani o a Pietro Ingrao, giganti della prima Repubblica ma oggi più che mai utili per la seconda.

Ed è solo uno, anche se non è un attestato di fiducia quanto presagio di dimissioni imminenti, il voto dato a Bersani Pierluigi al primo spoglio, segretario di un Pd da 8 Settembre. Insomma, chi salverà il Paese? Ed ecco la carta a sorpresa di Fratelli d’Italia, il partito di Giorgia Meloni e Guido Crosetto, che annunciano la propria preferenza per il coraggioso Capitano Ultimo, dove ultimo sta per soprannome. Il sostantivo è già un’epigrafe.

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