Prodi, l'uomo dell'Iri

Più amato in Europa che in Italia, le scelte economiche del "Professore" bocciato alla Presidenza della Repubblica e che ne hanno contrassegnato il profilo

Romano Prodi ai tempi dell'Iri con Franco Nobili (Credits: Carlo Carino-Imagoeconomica)

Sergio Luciano

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Prodi addio. Il Pd ci ha provato ma gli è andata male. Malissimo. 101 franchi tiratori non ne hanno consentito l'elezione. E la mancata nomina si è portata dietro anche le dimissioni di Bersani dal ruolo di segretario del Pd. E il crollo del partito.

Intanto il Pdl sta a guardare compiaciuto. È un sillogismo di veleno, in effetti, quello che rende Prodi uno dei nemici peggiori dal punto di vista di Silvio Berlusconi: un sillogismo che affonda le sue radici nel primo settennato del Professore all’Iri, dall’82 all’89. Quando, per gli italiani del potere, Prodi stava a De Benedetti, alla sinistra Dc e al Pci come Berlusconi stava a Craxi e al suo Psi.

Ciascuno funzionale ad un opposto schieramento politico all’interno del centro sinistra italiano. La Dc di De Mita, sostenuto sia pure con molti “distinguo” da De Benedetti e dalla Repubblica di Eugenio Scalfari, aveva voluto Prodi e ne appoggiava la gestione all’Iri; Craxi contestava alla Dc questa forza di indirizzo che aveva sul grande gruppo industriale pubblico, puntava alle privatizzazioni come a un’occasione per disarticolarne il potere economico e che, guardandosi attorno alla ricerca di imprenditori che gli fossero vicini, e riuscissero a contrastare l’Ingegnere e i suoi alleati, puntò sul suo amico Silvio.

La ruggine che quindi separa l’ex presidente della Commissione Europea da Berlusconi nasce ben prima delle due sconfitte che Prodi, e solo lui, ha inflitto al Cavaliere alle urne. Ruggine che però, naturalmente, queste sconfitte hanno aggravato e resa ancora più acida.

Il caso economico-politico che è rimasto negli annali dello scontro Prodi/De Benedetti-Berlusconi/Craxi fu la prima, tentata privatizzazione della Sme, quella che l’Iri di Prodi mise in campo nell’85 e che Craxi intercettò, suscitando una controfferta migliorativa rispetto a quella del gruppo Buitoni-Perugina preferita dall’Iri agendo attraverso Berlusconi, che si procurò l’appoggio di Barilla e Ferrero. Da quello scontro finanziario e politico nacque un’infinita bega giudiziaria conclusasi confusamente tra prescrizioni e cancellazioni di reati, tutti più o meno gravitanti attorno al sospetto che Berlusconi avesse corrotto il giudice Squillante per ottenere la bocciatura del ricorso di de Benedetti contro l’Iri; dopo essere stato condannato anche in Appello, Squillante si è visto archiviare il procedimento per prescrizione.

Il secondo “round” di Prodi all’Iri, tra il ’93 e il ’94, vide il professore come braccio operativo dell’allora ministro degli Esteri Beniamino Andreatta che aveva dovuto gestire l’onta internazionale del fallimento dell’Efim, il più piccolo degli enti delle partecipazioni statali, e l’aveva fatto firmando nel dicembre del 1993 un accordo con il commissario europeo Karel van Miert con cui l’Italia prendeva l’impegno di ricondurre il mostruoso indebitamento dell’Iri (23 mila miliardi di lire contro 6000 di mezzi propri) a livelli fisiologici, in modo da potersi accollare i debiti dell’Efim senza che fossero considerati aiuto di Stato.

Per riuscirci, era giocoforza che l’Iri vendesse i gioielli della sua corona a tappe forzate: e nella posizione, debolissima, di chi notoriamente è costretto a vendere. E quindi, svende.
Così accadde, e certo quella stagione di privatizzazioni – come tutte le operazioni d’emergenza obbligatorie – non è stata priva di errori.

Anche i detrattori riconoscono però a Prodi di aver portato, nel mondo ammuffito delle Partecipazioni statali, un livello nuovo di decoro, di governance e di meritocrazia: niente di paragonabile a quello delle multinazionali private ben gestite, ma molto meglio del passato; come aveva del resto tentato di fare all’Eni prima Franco Reviglio e poi Franco Bernabè.

Col senno di poi è stato chiaro che il ruolo del Professore nell’Istituto di via Veneto avrebbe potuto essere – e certo a lui avrebbe fatto anche piacere – molto più costruttivo, e non ridursi in sostanza al lavoro difficile e ingrato di un commissario liquidatore. L’ideologia delle privatizzazioni non era poi così affine alla sua cultura: da “troppo Stato” nell’economia a “niente Stato”, sicuramente Prodi avrebbe preferito una via di mezzo. Ma la politica europea incombeva, il semi-default dell’Italia nel settembre del ’92, con la svalutazione, e poi la campagna di Tangentopoli che stava decapitando un’intera classe politica, aveva messo con le spalle al muro il Paese. Uscendo dall’Iri, però, Prodi si ritrovò con un bagaglio di esperienza gestionale e conoscenza profonda della macchina pubblica che certamente gli servì molto nella sua successiva esperienza di premier. E quando nel ’99, lasciato il governo nelle mani del primo presidente post-comunista della storia (e tuttora unico) Massimo D’Alema, andò a presiedere la Commissione europea, era un veterano della politica. Più rispettato a Bruxelles e a Berlino, forse, che amato in Italia.

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