Primarie a Napoli e Roma: il Pd di Renzi vince, ma non convince

Il calo dell'affluenza alle consultazioni interne delle principali città italiane è un campanello d'allarme per lo stato maggiore del partito del premier

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Il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti, arriva alla camera ardente di Ettore Scola alla Casa del Cinema a Roma, 21 gennaio 2016. – Credits: Ansa

Paolo Papi

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A Roma, dove nel 2013 avevano votato alle primarie 100 mila persone, si sono recati alle urne la metà degli elettori di allora. A Napoli,  dove nel 2011 alle primarie poi annullate per irregolarità avevano votato 45 mila persone, si sono recati ai gazebo circa 30 mila persone. A Milano, alle consultazioni del 7 febbraio vinte da Giuseppe Sala, c'era stata un'affluenza di 60 mila persone, 7 mila in meno delle primarie del 2011 vinte da Giuliano Pisapia.

Bastano questi numeri per capire che, sia pure a macchia di leopardo, lo strumento delle primarie che aveva consentito a Matteo Renzi di dare l'assalto ai vertici del Pd dopo il deludente risultato elettorale del 2013 sta perdendo smalto e credibilità  presso il popolo del centro-sinistra. Complici le polemiche sul voto degli stranieri a Napoli nel 2011 e in Liguria nel 2015, dove il candidato renziano-burlandiano Raffaella Paita fu travolta prima dallo scontro interno con Sergio Cofferati e infine, alle elezioni vere, da Giovanni Toti, a votare rimangono, sempre di più, i militanti di partito e gli iscritti  e, sempre meno, quei simpatizzanti di area che per decenni hanno costituito l'ossatura elettorale della sinistra italiana.


Primarie Pd: Giachetti vince a Roma, Valente a Napoli
Basta guardare i sondaggi per capire che l'area che non si riconosce nella leadership di Renzi viene quantificata tra il 5% e il 10% dell'elettorato. Numeri sufficienti, non per vincere, ma per far perdere


Matteo Renzi può però consolarsi con la vittoria dei suoi uomini: Roberto Giacchetti a Roma, Valeria Valente a Napoli, Beppe Sala a Milano. Il processo di progressiva emarginazione della vecchia sinistra interna del Pd è quasi completato. Ma il prezzo che ha pagato il partito democratico di Matteo Renzi - per portare a compimento il suo intento rottamatorio contro la vecchia guardia - è comunque molto alto e pone un problema politico serio in vista delle elezioni politiche nazionali del 2018.

Non che vi sia, tra gli antirenziani dentro e fuori del Pd, qualche figura carismatica in grado di sfidare il premier sul piano della leadership nemmeno in una prospettiva di medio periodo, ma appare evidente che si è creata una spaccatura profonda all'interno dello storico elettorato della sinistra italiana. Basta del resto guardare i sondaggi per capire che l'area che non si riconosce nella leadership di Renzi (e che magari non nutre nessuna simpatia verso la vecchia guardia del Pd) viene quantificata  tra il 5% e il 10% dell'elettorato. Numeri sufficienti, non per vincere, ma per far perdere. Curzio Maltese, il giornalista di Repubblica che civatiani e sinistre diffuse candideranno alle comunali di Milano in competizione con Beppe Sala, viaggerebbe attorno al 9-12% dei voti, secondo Tecné. Numeri non sufficienti per vincere certo, ma sufficienti per zavorrare la corsa di Sala nella sfida contro il suo competitor del centrodestra, Stefano Parisi, rendendone incerta una vittoria che, soltanto qualche settimana fa, sarebbe stata data per scontata.

È chiaro che il Pd potrebbe recuperare, almeno in parte, tra i moderati, quei voti che tende a perdere a sinistra. Ed è altrettanto chiaro che, specie alle amministrative dove vige il doppio turno, il dissenso di sinistra potrebbe almeno parzialmete rientrare. Ma alle politiche, dove il voto è secco e a un turno? Il gruppo che gravita attorno a Renzi è consapevole del rischio che potrebbe comportare un'emorragia elettorale proveniente da un pezzo non irrilevante del cosiddetto popolo della sinistra.

La stessa battaglia per le unioni civili è stata intesa, dai più avvertiti analisti di cose politiche, anche come un tentativo del gruppo dirigente del Pd di Renzi di lanciare un ponte a quell'anima progressista cui ormai il Partito democratico viene vissuto con sempre più insofferenza. Perché il punto politico è questo: Renzi può ritenere conclusa, in modo vittorioso, la battaglia per emarginare la sinistra del Pd nel partito e nel governo. Non può però pensare di perdere troppi voti a sinistra, in un Paese dove il consenso elettorale è ormai spaccato in tre grandi aree di riferimento (centrosinistra, centrodestra, grillini) nessuna delle quali, attualmente, sarebbe in grado di ottenere la maggioranza assoluta alle prossime politiche. Bastano pochi punti percentuali per trasformare una vittoria in una sconfitta. E quando l'affluenza alle primarie cala troppo, il campanello d'allarme per il Pd di Renzi è già suonato.

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