Pippo Civati, il dissidente Pd che ha detto no a Letta

Il suo blog è diventato il punto di riferimento di migliaia di militanti di sinistra contrari all'accordo tra Pd e PdL: e se fosse lui a sfidare Matteo Renzi nel partito?

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Pippo Civati, nato a Monza il 4 agosto 1975, consigliere regionale della Lombardia dal 2005, membro della direzionale nazionale del Pd, è alla sua prima legislatura. – Credits: ANSA/ GUIDO MONTANI

Paolo Papi

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I commenti ai post del suo blog, Ciwati , viaggiano a un ritmo di uno o due al minuto. Una fiumana che s'ingrossa ogni giorno di più: a scrivergli, invitandolo a non mollare, a prendere in mano il Pd pensionando tutta la vecchia classe dirigente, sono migliaia di giovani militanti di tutta l’Italia che si sentono traditi dal «golpe dei 101 franchi tiratori» che hanno accoltellato Prodi, elettori  indignati dall’«inciucio» e dalla svolta a «U» del Pd dopo la rielezione di Napolitano, vecchi e nuovi grillini che guardano a lui come l’unico volto presentabile di un partito che, bocciando Rodotà , ha scelto ancora una volta l’abbraccio mortale con il «Caimano».

Lui, Pippo Civati, classe 1976, monzese, non arretra. Anzi, di fronte alle richieste di espulsione a chi non vota la fiducia che sono piovute nei giorni scorsi da un pezzo da novanta dell'apparato come Francesco Boccia, ha rilanciato la sua sfida (apparentemente) solitaria al quartier generale del Pd: uscendo dall’aula in occasione del voto di fiducia al governo, sparando a palle incatenate contro il golpe dei 101 sul suo blog e affilando le armi, chissà, in vista del Congresso di un partito che, di fatto, lo ha scritto Claudio Cerasa su Il Foglio , è stato commissariato da Re Giorgio fino a ottobre. Obiettivo, più o meno mascherato: scalare il partito, conquistandone «da sinistra» la segreteria in nome dell'apertura al «popolo delle primarie» (e non solo agli iscritti)  e sfidando quel Matteo Renzi con cui aveva pure condiviso qualche anno fa gli albori della rottamazione. Una sfida tra i due giovani «cavalli di razza» del Pd, uno a «destra» e l'altro a «sinistra», uno fiorentino, l'altro brianzolo, che secondo i «piddologhi» potrebbe concludersi con un accordo che eviti l'8 settembre della sinistra italiana: uno, il sindaco, candidato premier, l'altro, il blogger, alla guida di un partito che guarda a sinistra e al M5S e che sia sganciato dalle sorti del governo.

I dubbi, semmai, sono altri: riuscirà a scalare il partito? Cercherà un'alleanza con l'ex ministro Barca, ultimo volto spendibile della tradizione post-comunista? I «vecchi» si lasceranno mettere da parte dopo l'epocale fallimento della segreteria Bersani?  Come si schiereranno, nella battaglia congressuale, la Cgil e i corpi intermedi del Pd? Quello che è certo è che, sull'elezione del presidente della Repubblica, Civati si è conquistato il rispetto di migliaia di militanti del partito, non solo della Lombardia, dai giovani di Occupy Pd fino agli ex Ds che non accettano di difendere un governo dove i volti forti del partito sono tutti rappresentati da ex democristiani. I suoi antipatizzanti nel partito, che sono molti, dicono di no. Che Pippo, nonostante il personale successo ottenuto alle parlamentarie democratiche di fine 2012 in Lombardia, sia rimasto e rimarrà un generale senza truppe. Un inguaribile «vanesio», un po' saccente e un po' donchisciottesco, che, alle mani nella melma politica, al contare le tessere, preferisce la luce riflessa di un post ben scritto sul blog.  Insomma: dicono che la sua sia una battaglia di testimonianza e che Pippo da Monza non abbia le spalle abbastanza larghe per conquistare un partito come il Pd, dove contano ancora bande, interessi inconfessabili e antichi rancori.

Non c'è che da attendere qualche mese: di certo Civati, che a vent'anni era già segretario del Pd monzese ed è cresciuto a pane e politica, non è un pollo d'allevamento come gli Orfini o i Fassina,  giovani turchi bersaniani che, dopo i mal di pancia sul voto a Franco Marini, hanno messo subito testa a partito votando disciplinatamente Prodi, Napolitano e infine Letta. Civati  è cresciuto nel Pd più marginale d'Italia, in un'area, la Brianza, dove il centrosinistra non ha quasi mai visto boccia per vent'anni. Non è uno, per storia personale, per estrazione borghese, per studi filosofici, che ha paura delle battaglie solitarie in territorio nemico. È la sua forza e la sua debolezza. Un po' come Pietro Ingrao nel Pci: amato dalla base ma relegato per decenni a ruolo di coscienza critica del partito.

Il destino di Pippo Civati da Monza - che oggi migliaia di militanti ed elettori acclamano come il nuovo salvatore dell'onore perduto della sinistra - è però tutto da scrivere. E non è detto, se la vecchia guardia dovesse dare il via a una nuova notte dei lunghi coltelli congressuali, che non sia lontano da quel partito dal quale nessuno (almeno per ora) può permettersi di espellerlo. Per molti militanti, Pippo Civati è diventato  l'ultima speranza di una sinistra che ha commesso, sull'elezione del capo dello Stato, il più imperdonabile degli errori: trasformare un voto per la massima carica istituzionale in un antipasto della battaglia congressuale del Pd. Arrivando persino a impallinare, in un moto autodistruttivo che è il cancro che divora la sinistra italiana da decenni, il fondatore dell'Ulivo Romano Prodi.

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