Perché Renzi non "cambia verso"

Dalla direzione del PD nessuna intenzione di tornare indietro, né sulla legge elettorale né sulla riforma della costituzione

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Il premier Matteo Renzi durante il suo intervento alla Direzione nazionale del Partito Democratico, Roma, 4 luglio 2016. – Credits: ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Claudia Daconto

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Matteo Renzi non cambia verso. L'intervento nella direzione nazionale che si è celebrata ieri a Roma ha confermato il fatto che il segretario dem non ha alcun intenzione, come tra l'altro ha anche dichiarato nella sua replica, di tradire se stesso, la sua natura, il suo linguaggio, la narrazione che sta portando avanti sul suo ruolo nella politica italiana e sul Paese.


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Il botta e risposta con Gianni Cuperlo

Gianni Cuperlo glielo ha chiesto senza mezzi termini: “Abbiamo subito una sconfitta, adesso fermati e rifletti. Esci dal talent di un'Italia patinata fatta tutta di opportunità e scopri la modestia, non nel tono della voce”. Risposta: “caro Gianni, io sono fuori dal talent. Il racconto che una parte di noi sta facendo è stereotipato”. Altro affondo del rappresentante della minoranza: “oggi tu sei vissuto come un avversario dalla destra, e va bene così, ma anche da una parte della sinistra, e questo è un dramma. Senza una svolta condurrai la sinistra italiana a una sconfitta storica”.

Dunque, “il doppio incarico è un esperimento fallito” e sulla legge elettorale “insistere sulla stessa via non è prova di coerenza ma di miopia. Leggo che hai detto che non ci sono i numeri. Impegniamoci a cercarli”.



Il futuro dell'Italicum

Iniziamo da qui, dalla legge elettorale. Matteo Renzi non vuole cambiarla. D'accordo con lui anche il presidente del partito Matteo Orfini che ieri ha sottolineato la contraddizione di coloro che non vogliono Verdini ma tifano per reintrodurre nella legge elettorale coalizioni che legittimerebbero la presenza di tanti Verdini.

Renzi non vuole cambiare l'Italicum perché è convinto che aprire a concessioni rischia di indebolirlo, di farlo passare con un leader delegittimato che ha bisogno di trattare per rimanere in piedi. Sostiene, tra l'altro, che a suo avviso non ci sarebbero i numeri per apportare modifiche alla legge. Su questo però probabilmente sbaglia e Gianni Cuperlo coglie nel segno quando dice che se si vogliono trovare, i voti basta cercarli.

E i voti ci sarebbero eccome. Soprattutto sulla reintroduzione delle coalizioni. Così non è escluso che se a settembre verrà messa ai voti la mozione di Sinistra italiana sulla legge elettorale in modo che possa, almeno in parte, essere approvata.

Tolto il M5S, tutti gli altri partiti, soprattutto i più piccoli, mirano a potersi coalizzare per non rimanere esclusi dalla spartizione dei seggi a disposizione. Ma se il Parlamento votasse a favore delle coalizioni si assisterebbe al paradosso di un accordo trovato sull'unico punto che la Consulta non tiene in considerazione.

Il giudizio della Consulta, atteso per il 4 ottobre, riguarderà infatti altri due aspetti in particolare, ossia il premio di maggioranza assegnato a chi vince ballottaggio, considerato troppo alto da chi ha presentato ricorso, e i capilista bloccati. Di fatto, se il Parlamento dovesse riassegnare ai partiti il diritto di coalizzarsi tra loro e la Corte costituzionale bocciare premio di maggioranza e capolista bloccati, l'Italicum non esisterebbe più.

È anche per questo che Renzi non vuole cambiarlo. Perché sa già che, non tanto sui capolista bloccati, ma sicuramente sul premio di maggioranza, la Corte costituzionale potrebbe effettivamente porre un veto.

E quello del referendum costituzionale

La questione delle eventuali modifiche all'Italicum si intreccia indissolubilmente con quella sul referendum costituzionale di ottobre che non slitterà affatto, come qualcuno ha ventilato, e si svolgerà sicuramente entro quel mese.

La maggioranza del Partito democratico ha ribadito la propria assoluta disponibilità a partecipare allo sforzo del premier su questo fronte. Anche la minoranza, a parte alcune frange estreme capitanate da Massimo D'Alema che ha già ufficializzato il suo voto contrario, non si tirerà indietro (ieri solo in 8 hanno votato a favore del documento per il "no"). Ma non c'è dubbio che il livello di coinvolgimento dipenderà in gran parte da quanto Renzi sarà disposto a concedere sull'Italicum.

Discorso analogo riguarda Forza Italia. Anche se alcuni esponenti hanno dichiarato, a titolo personale, che voteranno sì, la posizione ufficiale del partito è per il no. Quanto però sarà dura l'opposizione che verrà fatta durante la campagna elettorale dipenderà, anche in questo caso, da quello che Renzi sarà disposto a offrire (via libera alle coalizioni) in cambio di un patto di sostanziale non belligeranza.

Sul piano della comunicazione, la critica che finora gli è stata rivolta, ossia quella di aver trasformato la battaglia referendaria in una prova plebiscitaria su se stesso con la minaccia di dimettersi in caso di sconfitta, è stata ribaltata da Renzi e rispedita al mittente: “anche se io non avessi personalizzato la sfida – il ragionamento – sono gli altri, i miei avversari che lo avrebbero fatto come infatti stanno facendo al solo scopo di eliminarmi”.

Per questo Renzi non potrà smettere di metterci la faccia e, anzi, lo farà sempre di più. Indubbiamente si dimetterà se i no prevarranno, ma con lui, ha avvisato ieri, si dovranno dimettere anche tutti gli altri: governo e Parlamento e si tornerà a votare. È anche, e forse probabilmente soprattutto su questo, che Renzi basa la sua convinzione di vincere a ottobre: sul fatto che nessuno vuole andare a casa, nemmeno i 5Stelle impegnati nella dura prova del governo di città importanti come Roma e Torino e con l'esigenza di avere tempo per dimostrare di essere in grado di guidare anche il Paese.

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