PD: prove di scissione per il 2017

Michele Emiliano da una parte e Massimo D'Alema dall'altra attaccano il segretario Renzi. Al centro, il congresso del partito

MIchele-emiliano

Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, 12 ottobre 2016 – Credits: ANSA / ANNAMARIA LOCONSOLE

Redazione

-

Da una parte Massimo D'Alema, da tempo lontano dalla vita del Pd renziano, dall'altra Michele Emiliano, il governatore approdato alla minoranza dopo aver sostenuto Renzi al congresso. La scissione non è più un'ombra in un Pd che Matteo Renzi intende traghettare alle elezioni il prima possibile, a giugno, se entro la direzione del 13 febbraio, i partiti non troveranno un'intesa sulla legge elettorale.

- LEGGI ANCHE: Emiliano, chi è l'uomo che vuole scalare il PD

Emiliano è pronto ad arrivare "alle carte bollate" per ottenere il congresso del partito, ultimo argine all'uscita della sinistra interna in vista delle urne. "Le regole sono chiare, il congresso va fatto nel dicembre 2017", alza il muro Lorenzo Guerini.

Eppure Emiliano e Francesco Boccia sono intenzionati a dare battaglia a colpi di statuto: visto che il congresso va convocato sei mesi prima, quindi a maggio, se Orfini non lo convocherà per allora, "chiederemo un referendum per far esprimere la base". Se insomma i renziani non concedono il congresso prima delle elezioni, "è Renzi - incalza il governatore pronto a candidarsi alla leadership - che fa la scissione e io non farò nulla per restare in un partito dove il segretario viola lo Statuto".

Minacce che i renziani respingono al mittente perchè, come certifica il presidente della commissione Statuto, sui tempi del congresso lo statuto è rispettato. Anche se i pontieri del partito sono al lavoro, la minoranza non esclude nulla e, dice Nico Stumpo, vuole "risposte politiche e non garanzie sulle candidature: modifiche della legge elettorale e un chiarimento sulla leadership che non sia la gazebata di una domenica".

Richieste che i renziani interpretano come strumentali, mirate solo a danneggiare la Ditta. In cima alla lista dei sabotatori resta Massimo D'Alema che l'ex delfino Matteo Orfini si incarica di attaccare a testa bassa dopo che ieri Renzi aveva ignorato le minacce. "Siamo l'unico partito - rimarca Orfini - in cui i riservisti vengono richiamati in guerra e danno una mano agli avversari".

Toni piu' concilianti da Graziano Delrio per il quale "minacciare scissioni non aiuta a fare proposte", dice il ministro che, citando S. Antonio Abate, si dice consapevole della "precarietà" del governo ma non meno determinato a fare il proprio dovere "fino in fondo".

D'altra parte, non tutti nella maggioranza Pd sono convinti che bisogna accelerare sulle elezioni. Oltre al renziano Matteo Richetti, oggi il ministro Andrea Orlando, non in linea con Matteo Orfini, spiega che sarebbe meglio andare a votare dopo aver uniformato i sistemi elettorali di Camera e Senato. La linea sara' tracciata il 13 febbraio: alla luce dei contatti con gli altri partiti, sui cui esiti unitari Renzi non crede, la direzione votera' e decidera' se andare a votare a giugno o no

© Riproduzione Riservata

Commenti