Il Pd diviso sull'art. 18 (contro Renzi)

Ecco, nome per nome e perché, chi sono i dissidenti Pd in guerra contro il premier

Una manifestazione in difesa dell'articolo 18 (Credits:Ansa)

Sara Dellabella

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Il Job Act si prepara ad arrivare in aula a Palazzo Madama in un mare di polemiche. A dividersi sulla riforma del lavoro voluta da Matteo Renzi sono soprattutto le minoranze del Pd che su un tema baluardo della sinistra non accettano dicktat imposti dall'alto. Sull'art. 18 se ne parlerà in Direzione tra qualche giorno e come prevede lo statuto del Pd potrebbe scattare anche la consultazione dei tesserati attraverso il referendum. A tendere questa trappola potrebbero essere le minoranze del partito in cerca di una rivincita sul Segretario. Quella sul lavoro è una partita aperta che si fa sui numeri interni al Pd. In Parlamento la componente più numerosa è quella di area riformista, con circa 80 deputati e 30 senatori. Numeri che si sommano ai 15 civatiani, ai 15 di Fioroni, e gli altrettanti 15 vicini alla Bindi. Per capire che aria tira basta dare uno sguardo alle ultime dichiarazioni degli esponenti della minoranza.

Matteo Orfini, Presidente del Pd affida le proprie perplessità ad un tweet “I titoli del Job Acts sono condivisibili. Lo svolgimento meno: ne discuteremo in direzione, ma servono correzioni importanti al testo”.

Roberto Speranza che guida Area Riformista, prima della riunione di domani manda un messaggio al Premier “per restare al 40% ci vogliono alcune modifiche al Jobs Act. Non mi piacciono gli attacchi alla vecchia guardia, penso che conti il merito del provvedimento. - aggiungendo - Il modo peggiore per mettere mano al mercato del lavoro è far scattare il derby sindacati contro governo”.

Pier Luigi Bersani che chiede al premier lo stesso rispetto che riserva a Silvio Berlusconi e Denis Verdini afferma: “In tutta Europa, in Inghilterra, in Francia, in Germania, esiste, ancorché non obbligatoria, la reintegra. Quindi non ci raccontassimo cose che non esistono. Deve chiarire quali sono i contenuti precisi, perché l’emendamento che è stato presentato, sulla carta, lascia aperta qualsiasi interpretazione. Leggo oggi sui giornali come attribuite al governo delle interpretazioni che secondo me vanno chiarite. L’abolizione della reintegra è uno degli aspetti, non è il solo. Io mi ritengo una persona di sinistra liberale, penso che ci sia assolutamente la necessità di modernizzare le regole del lavoro dal lato dei contratti e dei servizi. Ma leggo oggi sui giornali, come attribuite al governo, delle intenzioni ai miei occhi surreali. In alcuni casi si descrive un’Italia vista da Marte”.

Stefano Fassina questa mattina è tornato ad attaccare il Premier sul Job Act: “Il presidente del Consiglio e in difficoltà con le promesse che ha fatto e con la legge finanziaria che sta arrivando nei prossimi giorni per questo sta cercando dei nemici per distogliere l'attenzione dai problemi veri del Paese".

Gianni Cuperlo: “A me interessa che non vengano scongelate vecchie proposte e che tutto non si riduca ad una discussione sulle regole. Io non ho problemi a discutere di contratto unico a tutele progressive. Ma a questo, in una riforma d'insieme, si deve accompagnare l'introduzione del salario minimo per ora lavorata, una riforma del sistema di ammortizzatori, tutele previdenziali per i lavori discontinui di vecchia e nuova generazione e il mantenimento dell'articolo 18 (per i casi previsti dalla legge) anche nella fase dell'inserimento, cioè prima della stabilità".

L'ex sindacalista Guglielmo Epifani sull'art. 18 ha il coltello tra i denti, come tutti gli altri esponenti del Pd con un passato nella Cgil, a partire da Cesare Damiano presidente della Commissione Lavoro della Camera: “E' diventato il problema dei problemi, quando invece e' un tema, importante come gli altri. La via maestra e' quella del contratto di lavoro a garanzie crescenti, una proposta lanciata da Boeri tanti anni fa e ripresa da Damiano e Madia" e “il reintegro deve rimanere "magari affinandolo. Per tre motivi: è previsto in molti ordinamenti europei, a cominciare dalla Germania; l'abbiamo modificato in modo restrittivo solo due anni fa; infine, se lo togliessimo, finiremmo per dividere nella stessa azienda lavoratori assunti in tempi diversi. Cosa che e' contro il buon senso, contro l'interesse dell'azienda e contro la Costituzione".

Giuseppe Fioroni: “Io credo che i democratici debbano fare uno sforzo per riuscire a comunicare proposte che brillino di luce propria. Ovvero, quali sono le risorse o gli investimenti per dare maggiori garanzie ai nostri figli. Di questo al momento non c’è traccia, ci sono soltanto contrapposizioni. Contrapposizioni che rimandano ai toni della lettera che il premier nella veste di segretario nelle scorse ore ha inviato agli iscritti del partito”.

E poi c'è l'irrequieto Giuseppe Civati che potrebbe chiedere la consultazione dei circoli, rispolverando le regole dello statuto e provare a sfidare Renzi su uno dei temi più sentiti dagli elettori di centrosinistra, perlopiù fatto di lavoratori dipendenti. Lo ha chiesto chiaramente “Sulla riforma del lavoro il Pd consulti subito circoli, iscritti ed elettori. Sono ormai decine e decine le federazioni del Pd in cui i nostri militanti hanno chiesto la convocazione urgente di un'assemblea aperta in cui discutere della riforma del lavoro proposta in questi giorni dal governo".

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