Palermo, le firme "false" che inguaiano il M5S

Sono 14 gli iscritti nel registro degli indagati per aver contribuito nel 2012 a ricopiare le firme presenti su una lista sbagliata

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Da sinistra: Giorgio Cascio, Claudia La Rocca, Giancarlo Cancelleri, Salvatore Siragusa e Antonio Venturino, del Movimento 5 Stelle, in conferenza stampa a Palermo il 30 ottobre 2012 – Credits: ANSA/FRANCO LANNINO

Redazione

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Lo scandalo è esploso il 18 novembre del 2016. E a 5 mesi di distanza sono 14 gli iscritti al registro degli indagati, compresi tre deputati nazionali, due regionali e un cancelliere del tribunale. La procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio per le persone coinvolte nell'indagine sulle firme false depositate dal Movimento Cinque Stelle a sostegno delle liste per le amministrative del 2012 nel capoluogo siciliano. I reati contestati, a vario titolo, dal procuratore aggiunto Dino Petralia e dal sostituto Claudia Ferrari sono il falso e la violazione di una legge regionale del 1960 che recepisce il Testo unico nazionale in materia elettorale.

Gli indagati e i motivi
Tra gli indagati il deputato nazionale Riccardo Nuti, che nel 2012 era candidato sindaco, e le parlamentari Giulia Di Vita e Claudia Mannino. Secondo la procura, Nuti e un gruppo ristretto di attivisti come Di Vita, Mannino e Samanta Busalacchi, dopo essersi accorti che per un errore di compilazione le firme raccolte erano inutilizzabili, mettendo quindi a rischio la presentazione della lista, avrebbero deciso di ricopiare le sottoscrizioni ricevute, correggendo il vizio di forma.

A 11 indagati i pm contestano la falsificazione materiale delle firme. A Nuti, per il quale non c'è la prova della commissione del falso materiale, si imputa, invece, l'avere fatto uso delle sottoscrizioni ricopiate: era lui, infatti, il candidato a sindaco dei pentastellati nel 2012. Il falso materiale riguarda Busalacchi, Di Vita, Mannino, e gli attivisti Alice Pantaleone, Stefano Paradiso, Riccardo Ricciardi, Pietro Salvino, Tony Ferrara, Giuseppe Ippolito e i deputati regionali Giorgio Ciaccio e Claudia La Rocca. Il tredicesimo indagato è il cancelliere del tribunale Giovanni Scarpello: per lui l'accusa è di avere dichiarato il falso affermando che erano state apposte in sua presenza firme che invece gli sarebbero state consegnate dai 5 Stelle. Reato di cui risponde in concorso con Francesco Menallo, avvocato ed ex attivista grillino che consegnò materialmente le firme al pubblico ufficiale per l'autenticazione.

Un contributo importante alla ricostruzione della vicenda è arrivato dalle testimonianze dei consiglieri regionali La Rocca e Ciaccio che hanno raccontato i momenti successivi alla notte del 4 aprile 2012, quando al meet up di via Sampolo vennero ricopiate materialmente le firme raccolte in un primo momento in alcuni moduli che però contenevano un errore nel luogo di nascita di un candidato al consiglio comunale

Cosa è accaduto
Gli indagati, tra esponenti del Movimento 5 stelle e non, sono implicati nell'inchiesta della Procura di Palermo sulle firme false a sostegno della presentazione della lista del Movimento 5 stelle alle Comunali di Palermo del 2012, aggiunte per ovviare a un errore materiale che avrebbe rischiato di invalidare la lista.

A dare ulteriore impulso alle indagini, avviate dopo una serie di servizi della trasmissione televisiva Le Iene sulla base delle rivelazioni del superteste Vincenzo Pintagro, sono state le dichiarazioni della deputata regionale Claudia La Rocca.

Grillo sapeva?
Ma c'è di più: Beppe Grillo sarebbe stato informato direttamente sul caso delle presunte firme false prima che due attivisti e La Rocca collaborassero con la Procura.

La circostanza, appresa dall'ANSA da fonti del movimento a Palermo, viene però smentita da altre fonti interne al Movimento a Roma, che anzi fanno sapere che non c'è mai stato alcun contatto con Claudia La Rocca e che, come già detto più volte in precedenza, la regola generale è rivolgersi sempre alla magistratura per fare chiarezza. Ieri il deputato regionale Giancarlo Cancelleri (M5s), convocato dai pm, assieme ad altri tre parlamentari 5stelle, come persona informata dei fatti aveva detto: "Non abbiamo riferito ai vertici nazionali il racconto della La Rocca sulla vicenda delle firme false. Ci siamo limitati ad ascoltarla e ad accogliere con felicità la sua intenzione di parlare con i magistrati".

Prima di recarsi volontariamente in Procura per raccontare la sua verità, il deputato La Rocca aveva parlato con i colleghi del gruppo parlamentare, riferendo il suo travaglio e spiegando che aveva intenzione di presentarsi ai magistrati per spiegare che anche lei era presente quando furono ricopiate le circa mille firme apposte dai sostenitori della lista perchè qualcuno si accorse che il luogo di nascita di uno dei candidati era stato trascritto in modo errato: "Palermo" anzichè Corleone. Il timore tra gli attivisti presenti quella sera fu che a causa di quell'errore la lista potesse essere esclusa dalle elezioni.

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