Politica

Maroni: "Mi piace Trump, ma Zaia di più"

Il governatore lombardo parla con Panorama di migranti, crisi del Pd, leadership nel centrodestra. "E per la mia regione voglio lo statuto speciale"

Maroni & Zaia

Antonio Rossitto

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Roberto Maroni è appena tornato da Washington, dove ha partecipato al National prayer breakfast: una "colazione di preghiera", organizzata dalla Fellowship foundation, a cui sono invitati ogni anno leader politici di mezzo mondo. C’era anche il presidente degli Stati Uniti: Donald Trump. "Ha fatto un discorso forte ed emozionante, in difesa dei nostri valori e della sicurezza nazionale" spiega al telefono il governatore lombardo, sfegatato trumpista. in viaggio tra una galleria e un’altra. Un’incondizionata stima che diventa la stura per parlare di attualità italiana: dall’allarme immigrazione al caos politico.

Negli Usa il decreto che limita l’ingresso dei migranti musulmani incontra forti resistenze.
La prevedibile reazione dell’establishment. Donald Trump sta realizzando quel che ha promesso in campagna elettorale. Le sue scelte sono assolutamente condivisibili.

Potrebbe essere applicato anche in Italia?
Noi abbiamo un problema molto diverso: l’invasione di immigrati irregolari.

Nel 2016 sono sbarcati sulle nostre coste 181 mila persone: il 18 per cento in più rispetto al 2015. Il ministro dell’Interno Marco Minniti ha annunciato patti internazionali, linea dura sugli allontanamenti e Centri di identificazione ed espulsione (Cie) in ogni regione.
Sì, appunto: ha annunciato. Però di concreto non abbiamo visto niente. L’accordo con la Libia non ha prodotto alcun effetto. Il raddoppio delle espulsioni è pura teoria. Quanto ai Cie: ogni struttura accoglierebbe solo cento persone e in Lombardia ci sono 20 mila clandestini. Non servirebbe a nulla.

Lei è stato ministro dell’Interno. Chi ha affrontato meglio l’emergenza: Minniti o Angelino Alfano?
I risultati dell’ex ministro Alfano sono stati lo zero assoluto. Un buonismo sterile e urtante.  Minniti, almeno, è arrivato allo zero virgola. Conosce bene la materia e qualcosina in più ha tentato di fare. Ma per adesso siamo fermi all’annuncite. Anche perché ogni prova muscolare è malvista all’interno del Pd.    

Proprio sull’immigrazione, con i presidenti del Veneto, Luca Zaia, e della Liguria, Giovanni Toti, avete firmato la Carta di Genova. È l’ennesima trilaterale con i suoi due colleghi. Quando sarà ufficializzato il «partito dei governatori»?
Non vorrei deluderla, ma non c’è alcun partito dei governatori: solo collaborazione istituzionale. Cerchiamo di...

Per qualche secondo la linea si interrompe.

Presidente, non la sento più...
...Mi scusi, sono in macchina: sto andando a Sanremo, da Toti.

Lupus in fabula!
Ma no, lei è fuori strada. Cerchiamo di dimostrare che il centrodestra unito amministra bene, risolve i problemi e può guidare l’Italia.

A proposito: le urne sembrano allontanarsi. Lei però, come Matteo Salvini, suo leader nella Lega, invoca elezioni.
Sarebbe auspicabile. Ma Silvio Berlusconi frena, per diversi motivi. Tutto dipende ancora dall’immortale Cavaliere: le sorti
del governo, la fine della legislatura, il futuro del centrodestra. Per Matteo Renzi vale il discorso contrario. Credeva di essere un pescecane. Adesso però sembra un luccio, rimasto intrappolato nella rete di pescatori più abili e pazienti. «Tanti nemici, tanto onore» era il suo motto. Ma troppi nemici ti schiantano. La candidatura alla guida del Pd del governatore pugliese, Michele Emiliano, è ben calcolata e studiata. Il messaggio è chiaro: «Il Sud è con me». Renzi è sempre più isolato: per ora non ha chance.    

Anche il centrodestra è in ambasce.
Il ragionamento, secondo me, va fatto su due piani. C’è la coalizione. E qui ci sono tre leader indiscussi: Salvini, Berlusconi e Giorgia Meloni. Hanno un carisma riconosciuto nei loro partiti. Saranno loro a condurre alle prossime elezioni Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Poi c’è la candidatura a premier. E in questo caso servono primarie aperte a tutti: è l’unico modo per uscire dall’impasse. E bisognerebbe pure farle presto: in modo da rivitalizzare il nostro elettorato e la coalizione.

Quindi primarie tra Salvini, Berlusconi e Meloni?

E perché? Non è detto che un leader di partito sia la migliore scelta. Umberto Bossi è stato uno dei più grandi segretari politici degli ultimi decenni. Ma non era adatto a guidare il Paese.

Sta affossando le velleità di Matteo Salvini.
Il suo limite sarebbe la scarsa esperienza di governo. Del resto anch’io, quando fui nominato ministro dell’Interno, ero stato solo assessore a Varese.

Ogni tanto riemerge Luca Zaia.
Luca avrebbe un profilo perfetto. Lo stimo molto: giovane, capace, con un grande avvenire. Nei sondaggi è il presidente di Regione più amato d’Italia. Ha lavorato benissimo sia in Veneto che a Roma, come ministro per l’Agricoltura. Ma, per paura di bruciarlo, non lo candido a nulla. Anzi, il fatto che venga spesso evocato mi fa temere il tiro al piccione.

Lui nega ogni interesse.
Anche se ne avesse, non potrebbe dire altro. Sono tatticismi ovvi. È la politica. Adesso, in generale, è il momento della suspence.

E l’altro "pattista" Giovanni Toti?
Per lui il discorso è diverso. Ha cominciato da poco, ereditando una regione in grande difficoltà. Ha molto lavoro davanti. E poi in Forza Italia i giochi sono chiusi: dopo Berlusconi c’è ancora Berlusconi.

Lei resta un membro della "trilaterale": Il suo mandato scade a primavera 2018: in concomitanza con la fine della legislatura. Quindi...
Alt! La fermo subito. Non parteciperò a eventuali primarie. Voglio solo essere rieletto e finire il secondo mandato. Ci sono da fare nuove infrastrutture, a partire dalla Pedemontana. E poi bisogna battagliare a Roma. La Lombardia deve diventare una regione a statuto speciale.

Come il Trentino Alto-Adige?
No, come la Sicilia. Se avessimo la loro autonomia saremmo pronti per la rivoluzione.                 

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