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Laura Castelli, la grillina che ha inventato il Reddito di Cittadinanza

Laura Castelli, la sottosegretaria del M5S che presidia il Ministero dell'Economia e Finanza racconta come si sopravvive allo stress test del Governo

Laura Castelli Movimento 5 Stelle

Sottosegretaria Castelli, dicono che lei sia la madrina del reddito di cittadinanza?

Sono una di quelle che con Luigi Di Maio sta lavorando a quest’impresa.

In bene e in male è uno dei volti più popolari e bersagliati dei 5 Stelle.

Se uno fa delle cose è inevitabile.

È fidanzata ma non dice a nessuno nemmeno il nome del suo compagno.

Per salvargli la vita. Quindi non lo farò neanche oggi, nemmeno sotto tortura.

Laura Castelli, sottosegretario dell’Economia e delle Finanze. Giovanissima, popolare, bersaglio dei social, è la donna che segue il provvedimento-cardine del governo. Ospite abituale di Lilli Gruber. Solitamente avara di racconti sulla sua vita privata. Questa volta fa una eccezione.

Da che storia viene? (Risata).

Una tipica famiglia del Nord: terroni emigrati a Torino.

Suo padre?

Ha 64 anni. Pugliese, di Rocchetta Sant’Antonio, ex dipendente Italgas. Si chiama Gaudenzio.

Gaudenzio? (Sorriso e sospiro).

Sì, perché nonno sceglieva il nome dei figli pescandoli a caso sui calendari.

E tua madre?

Siciliana di Riesi, provincia di Caltanissetta. Lei lavorava alla Telecom.

È figlia delle Partecipate, allora?

Sono figlia del parastato che è diventato privato per fare cassa.

Un bene o un male?

Per la mia esperienza un disastro: mio padre, che aveva la religione del lavoro nel sangue, che il lunedì andava in ufficio felice e a casa stava male, fu costretto alla mobilità e alla pensione.

E lei?

Decisi di «vendicarmi» con la tesi di laurea... «Privatizzazione di Telecom, l’offerta pubblica di acquisto». Non fu facilissimo in una università liberista come quella di Torino, il cui volto simbolo era quello di Elsa Fornero.

Le radici meridionali contano?

Anche nel lavoro di oggi. A Rocchetta sono andata di recente perché siamo intervenuti con una norma nel caso dei comuni - come quello - non pagati per le royalty sull’industria eolica.

La vicenda di suo padre l’ha segnata?

Odiava la mobilità e dovette andarci. Da allora m’interrogo sull’effetto enorme delle riforme sulla vita delle persone.

E Riesi?

È il paese di uno dei boss mafiosi più famosi, Di Cristina. Comune difficile. In quella Sicilia se fai qualcosa immediatamente tutti si scoprono tuoi parenti.

Da bambina cosa voleva fare?

Da piccola giocavo con le macchinine e a fare le buste paga con mia cugina.

Tipici giochi da bimba.

Lei aveva vent’anni più di me e faceva questo, di mestiere. Gioco utile che poi è diventato il mio primo lavoro.

Lei lo ha raccontato all’assemblea dei commercialisti e l’hanno fischiata.

Perché siamo il Paese delle caste e delle sottocaste. Che una contabile lavorasse in un loro ufficio professionale a qualcuno sembrava un’onta.

Ha studiato ragioneria.

In uno degli istituti più rinomati del Piemonte, il Sommelier di Torino, quello di Sergio Chiamparino e Mercedes Bresso. C’erano le loro foto nel corridoio, tra quelle degli alunni eccellenti.

E ora anche la sua.

Temo che la metteranno, perché è un principio della scuola: se parti da qui vediamo dove arrivi.

Funziona.

Io da studente guardavo tutte quelle facce incuriosita.

E quando il preside le ha detto che ci finirà anche lei?

Non sono ipocrita. Mi ha fatto piacere. Ci mettevo un’ora ad arrivare, ma è stata una grande scuola.

Lei veniva da Collegno.

La città dei pazzi.

Per modo di dire?

No, in senso statistico. Per via della struttura d’eccellenza tutti in famiglia avevano un pazzo. Chi non lo aveva, incontrava i tanti rimasti per strada dopo la legge Basaglia.

E poi cosa c’era?

Dipendenti della Fiat e del tessile. C’era un gioiello urbanistico come Villaggio Leumann, dove si viveva e si lavorava: oggi sono rimasti solo i negozi.

Da giovane era una ribelle nel movimento Sbankiamoli. Oggi rinnega?

Ci mancherebbe: erano gli anni di Ricciotti Park in cui si discuteva il dominio della finanza. Quelle manifestazioni hanno seminato la controcultura da cui è nato il Movimento 5 Stelle.

È stata una palestra?

A quell’età nessuno t’insegna cultura democratica: io lì ho imparato tanto.

E oggi con la manovra tassate le banche!

Una scelta giusta. Perché, si possono tassare solo i lavoratori?

Com’era la giovane e ribelle Castelli?

Capelli corti o molto lunghi. Ballavo l’hip hop. Sempre con felpa e pantaloni.

Dice Berlusconi che voi Cinque stelle non avete mai lavorato.

Io da quando ho 18 anni non ho fatto altro. Prima le buste paga...

E poi?

Un’altra cosa per cui mi hanno fischiato i commercialisti: ho aperto un Caf.

E cosa c’era di male?

Chieda a loro.

Dove si trovava?

A Collegno, sotto le case popolari e di fronte una scuola. Ho visto di tutto.

Quanto guadagnava?

Meno di mille euro al mese, lavorando il pomeriggio. Perché la mattina lavoravo come assistente ai gruppi in Regione. Lo vivevo come un servizio.

In che senso?

Un esempio. Erano i tempi della Social card di Silvio Berlusconi. Consigliavo di fare richiesta alle famiglie più povere. Sa cosa rispondevano quei padri?

Sì, immagino.

Mi dicevano di no: «Non mi posso autoumiliare». Ho scoperto la fame, la miseria nascosta, il decoro e la dignità ferita. Anche per questo la card del reddito sarà anonima e non riconoscibile.

Il Fatto Quotidiano ha scritto che il 47 per cento dei fondi andrà al Nord.

Il calcolo effettivo dei percettori si potrà fare solo alla fine, con le domande. Ma la stima potenziale è quella: io conosco bene la povertà delle periferie delle grandi città del Nord.

Esempio?

Il sacchetto della mensa dei poveri nelle famiglie borghesi decadute.

A Collegno?

Una condizione drammatica. Famiglie con problemi ad arrivare alla seconda settimana del mese.

La domanda come si potrà fare?

Elettronicamente o attraverso i Caf. Potrai farti aiutare, o compilarla da casa.

Nel Pd dicono: era meglio il Rei.

Una follia. Quello arrivava a 250 mila famiglie, il reddito a 1 milione 375 mila, assistendo 5 milioni di persone! Anche se non ci saremo più, sarà impossibile cancellare questa misura.

È vero che anche lei lavorava allo stadio come Di Maio?

Nel week-end, per arrotondare. E la sera facevo gli inventari dei supermercati.

Laura «Stakhanov»?

Non faccio battute. Ho 32 anni: per la mia generazione acrobatica fare tre-quattro lavoretti era normale.

Ma perché non riposarsi mai?

A 18 anni mi sono comprato una Mitsubishi Colt, da sola. E due anni dopo una casa di 50 metri quadri: senza aiuti.

Adesso manifestano sotto il ministero. Contro di lei.

Talvolta. È il Paese delle caste, sono tutti incazzati. Anche chi non dovrebbe.

I commercialisti, a cui togliete il lavoro della piccola contabilità.

Che io ho curato con mia cugina: dal salumiere, al gelataio. Al commerciante di cambi automatici. Non moriranno, cambieranno. Ma questo è un Paese in cui c’è sempre paura del cambiamento.

La mini-Flat tax, dicono, alimenterà l’evasione.

Semplificherà la vita di un milione di italiani. E chi stava sotto, emergerà. È una delle nostre piccole rivoluzioni.

Siete «inesperti», dicono.

Anche «imbranati e incapaci»... Governare non è semplice: ma i più bravi han fatto disastri e la gente se lo ricorda.

Ora lei è nel palazzo, cullata dal potere.

Ti mandano la bottiglia di vino, un regalino a Natale, provano a sedurti. Ma io non scordo chi sono e da dove vengo.

Ora è nella stanza dei bottoni ripeterebbe tutte le ingiurie rivolte ai colleghi del Pd a Montecitorio?

Ci sono molte persone oneste, tra loro. Gli errori più grandi li hanno fatti non portando a termine le cose in cui loro stessi credevano.

Perché?

La pressione delle caste dei poteri e delle corporazioni è fortissima.

E lei, invece, se ne frega?

Noi siamo degli Ufo. Più liberi. Io penso: la cosa giusta è quella che nessuno vuole che tu faccia.

Sembra Che Guevara.

Quasi sempre. Anche nelle norme più banali.

Mi faccia un esempio.

I medici fiscali dell’Inps. Una sorta di esternalizzazione di Stato, come le pulizie della scuola: antieconomica e disfunzionale.

E voi?

L’Inps li rivoleva dentro. È la cosa giusta, costa poco. Il Paese ne ha bisogno.

E cosa è successo?

Ho avuto i picchetti da parte dei medici fiscali, mail intasata di preghiere e insulti. Ma lo abbiamo fatto.

Con i leghisti vi odiate, confessi.

Oggi ero a colazione con il mio collega Claudio Durigon, uomo competente e pieno di passione. Facciamo squadra.

Per Pier Carlo Padoan il reddito è «un incentivo a stare sul divano».

Curioso. È col Rei che restavi in poltrona! Il reddito ti obbliga a cercare lavoro.

Altra obiezione che viene avanzata: lo prenderanno i furbetti.

Due cose: stiamo mettendo in piedi dei protocolli con la Guardia di finanza, e lavoriamo sulI’incrocio tra le banche dati, esattamente come per il Rei. In quel caso non gridavano al furbetto!

Questo non esclude il rischio.

Abbiamo messo tante clausole di salvaguardia, a partire da quella contro la separazione fittizia, con il controllo sulle residenze. Però...

Che cosa? 

Io ho trovato centinaia di furbetti nel mio lavoro. Su mille cose, dalla sanità ai fallimenti. Ma nessuno dice: non facciamo i ticket perché ci sono i furbetti.

Dicono che vi dedicate solo al reddito per clientela elettorale.

Fesserie! Entro marzo variamo la riforma del Tuel, il Testo unico degli enti locali. Stiamo smontando le tante trappole burocratiche che affogavano i comuni.

Per esempio?

Le differenze di funzioni sui comuni grandi e piccoli, che con questa manovra potranno fare bilanci semplificati, senza la contabilità complessa.

Era una ribelle, adesso veste in tailleur.

Lo richiede la mia funzione.

Però oggi ha una camicia civettuola a manica larga.

(Sorriso). Ho sempre 32 anni.

Lei riceve più insulti di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista.

Allora siamo in buona compagnia!

C’è su YouTube un video intitolato: «Le gaffe della Castelli».

La metà sono inventate, ma mi diverte guardarlo: evidentemente seguono tutto quello che dico.

Da Lilli Gruber lei disse: «Non posso rivelare dove si stampano le card del reddito».

Sapevo benissimo dove accadeva. Quando governi ci sono molte cose che sai e che non puoi dire per obbligo d’ufficio. Accade per tutti i lavori, figurarsi in un ministero!

Lei disse di Giovanni Tria: «Quello lo asfalto!».

Mai detto. Ma sono diretta. Se discuto con qualcuno dico ciò che penso.

Alessandro Sallusti le ha detto: «Ogni volta che la Castelli parla un economista muore».

(Sorriso). Non dico cosa accade quando parla lui perché sono una signora.

C’è anche del sessismo negli attacchi contro di lei?

Non mi piace strumentalizzare il fatto di essere donna, non faccio mai vittimismo.

E su cosa vuole essere giudicata?

Sul reddito. Che ad aprile arriva.  

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