La maledizione del più alto scranno di Montecitorio

Da Pivetti a Violante, da Bertinotti a Casini e Fini: tutti gli ex presidenti della Camera della seconda Repubblica sono finiti nell’abisso dell’anonimato

Gianfranco Fini

Gianfranco Fini, ex presidente della Camera – Credits: ANSA/Ettore Ferrari

Sabino Labia

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La sconfitta elettorale di Gianfranco Fini ha sanzionato quella che da molti viene definita la maledizione della presidenza della Camera dei Deputati. Anche il leader di Fli, infatti, ha dovuto subire la sorte dei suoi predecessori. Chi per un motivo e chi per un altro è stato costretto a dire addio a sogni di gloria ma soprattutto alla politica vera e propria. Da Irene Pivetti a Luciano Violante, da Fausto Bertinotti a Pierferdinando Casini, tutti sono finiti nell’abisso dell’anonimato.

Prima del 1994, anno di inizio della cosiddetta Seconda Repubblica, la presidenza della Camera dei Deputati era considerata una sorta di antiCamera del Quirinale in quanto tutti coloro che occupavano o avevano occupato lo scranno più alto di Montecitorio, nel breve o nel medio periodo sarebbero diventati inquilini del Colle più alto della politica italiana.

La tradizione affonda le sue radici nel Regno d’Italia per poi consolidarsi negli anni della Repubblica. Il primo a inaugurarla fu Enrico De Nicola, eletto Capo provvisorio dello Stato nel giugno del 1946. I Costituenti, dopo la rinuncia del filosofo Benedetto Croce, scelsero di affidare i compiti dell’alta magistratura nel biennio della Costituente al giurista di Torre del Greco. Prima della guerra e, soprattutto prima del regime fascista, De Nicola era stato presidente della Camera del Regno d’Italia dal 1920 al 1924 quando rinunciò all’incarico. A presiedere l’Assemblea dei primi Grandi Elettori, in quell’alba repubblicana, c’era il socialista, e poi socialdemocratico, Giuseppe Saragat che nel 1964 sarebbe succeduto al brevissimo mandato di Antonio Segni vincendo la battaglia presidenziale alla ventunesima votazione.

Primo presidente della Camera dei Deputati della neonata Repubblica Italiana fu Giovanni Gronchi, eletto l’8 maggio 1948. Gronchi mantenne il mandato per due legislature prima di trasferirsi direttamente al Quirinale sconfiggendo nel 1955 la concorrenza del collega del Senato, Cesare Merzagora. La proclamazione di Gronchi, come nuovo Presidente della Repubblica, toccò al vicepresidente Giovanni Leone che subito dopo avrebbe preso ufficialmente il posto. A Montecitorio, l’avvocato napoletano, rimase per tre mandati, fino al 1963 quando fu chiamato a Palazzo Chigi per guidare il suo primo esecutivo. Dopo una seconda esperienza alla guida di un governo, Leone mandò all’aria i sogni di gloria dell’eterno sconfitto Amintore Fanfani, grande favorito dell’elezione del 1971, diventando il sesto Presidente. A leggere le schede dei Grandi Elettori in quella circostanza c’era Sandro Pertini che rimase a Montecitorio per due legislature fino al 1976, quando il suo partito decise di scaricarlo per consegnare la poltrona al PCI. Dopo due anni, nel 1978, Pertini si rifece con gli interessi facendosi eleggere al sedicesimo scrutinio con una valanga di voti (832 voti su 995 a disposizione).

Dopo la parentesi di Pietro Ingrao e Nilde Jotti, nel 1992 alla Camera si insediava Oscar Luigi Scalfaro. Erano gli anni di Tangentopoli che si sarebbero trasformati negli anni delle stragi. Scalfaro rimase al suo posto per appena un mese quando il 25 maggio, a 48 ore dalla strage di Capaci, venne proclamato Capo dello Stato. A succederlo arriverà Giorgio Napolitano, l’ultimo Presidente della Camera dei Deputati della Prima Repubblica e, con ogni probabilità ultimo Presidente della Seconda Repubblica.

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