"Il Pd licenzia? Una sciocchezza"

Il tesoriere Antonio Misiani ora smentisce la notizia e rassicura: "La riforma va fatta, ma non licenzieremo"

Il deputato e tesoriere del Pd Antonio Misiani durante la festa provinciale del partito in Piazza D'Armi, Torino, 5 settembre 2012. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Carmelo Caruso

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«Il Pd in cassa integrazione è una cazzata». Lo ha detto lei? «Io? Ma quando mai». Non li manderà certo il tesoriere del Pd, Antonio Misiani, i 200 dipendenti del Partito democratico in cassa integrazione.

«Ridimensionamento, riforma graduale, ma non licenziamenti» dice lui che ha sostituito il coriaceo e “scorretto” Ugo Sposetti, i baffi del Pci e dei Ds, l’uomo che ha messo insieme i soldi e il comunismo. Sposetti è contrario alla legge che taglia il finanziamento, ha sentito? «Una riforma va fatta, c’è una domanda di cambiamento. Quando alle urne non ci va il cinquanta per cento degli elettori non si può far finta di nulla. Personalmente non ho mai fatto quei numeri e non ho parlato di licenziamenti. Non abbiamo mai licenziato e non cominceremo certo domani».

Di sicuro c’è il disegno di legge del governo Letta che dovrebbe approvare il taglio del vituperato finanziamento e che in campagna elettorale da Matteo Renzi fino a Silvio Berlusconi è stato indicato come esempio della casta abbarbicata e parassitaria. E bisogna pur dire che Beppe Grillo alla vigilia dei deliri contro gli ottuagenari su queste basi ha costruito la fortuna del movimento, ancora prima che Milena Gabbanelli gli chiedesse conto del denaro prodotto dal blog, macchina necessità per qualsiasi vaffanculo.

Quindi la riforma, a costo di mandare casa 200 dipendenti come ha avvertito il tesoriere del Pdl, Maurizio Bianconi, di sponda con lo stesso Misiani. «Intendiamoci, io sono per una riforma graduale, tre anni sono un tempo ragionevole per introdurla» spiega Misiani che però non vuole fare “terrorismo” sui 200 dipendenti che mandano avanti il Pd.

«La mia idea si assimila al disegno di iniziativa popolare del senatore Pellegrino Capaldo. Forti incentivi alle piccole donazioni, stop alle grandi per evitare che i partiti vengano acquistati dai miliardari». E se invece steste cedendo alla piazza? «La domanda va colta, senza il rischio di cedere al populismo». D’altronde qualche motivo per rassicurare, Misiani, sembra averlo, forte del radicamento che il partito vanta sul territorio e dimostrato alle scorse amministrative. Un elettorato d’affezione che ancora non esita a rinnovare quelle tessere che Gherardo Colombo «avrebbe preso per poi bruciare». «Abbiamo mezzo milioni di iscritti, ciascuno paga circa 20 euro.

A conti fatti riusciamo a raccogliere 10 milioni di euro e poi ci sono le primarie. Vedete, con gli strumenti giusti, la riforma si può fare. Come ogni riforma c’è poi bisogno di un periodo di transizione per rispettare impegni già corrisposti». Se la sede non verrà abbandonata come lo stesso Misiani si è già impegnato a fare sapere, non dispiace l’idea di usufruire di edifici concessi dallo stato. E’ la politica dei servizi che piace a Misiani e non solo: «Si, passare da un finanziamento diretto a uno dei servizi è una buona idea».

E i dipendenti? Duecento, certifica Misiani con stipendi che vanno «da 1100 euro a 4000 nelle figure apicali che non possono essere utilizzati tuttavia come freno. «Attenzione, non possiamo utilizzare il tema dei dipendenti come freno alla riforma. Ripeto, ci vuole intelligenza. Se sarà ridimensionamento, lo concorderemo con i lavoratori, i sindacati, come si è sempre fatto. Siamo di fronte a una rivoluzione». Sarà che la rivoluzione cominci a fare paura. «I dipendenti sono ragionevolmente preoccupati. Li capisco. Non saranno lasciati soli, devono saperlo», annota Misiani che non ci sta a passar come un tagliator di teste democratico, capitato nel momento sbagliato nel posto ancora più errato. Brutto il mestiere dei tesorieri in stagione di antipolitica. Uomini laterali e di natura silenziosi, in taluni casi irascibili (vedi Sposetti). «Cazzate, i licenziamenti. Chiaro?».

Chiarissimo se non fosse che il taglio è già conteso tra le vittorie di Letta o di Renzi. Intanto si attendono modifiche, quel gioco delle parti che potrebbe mutare in corsa la dieta prevista o restituire di sottecchi spiccioli e servizi. Poi c’è la transizione. E si sa che la transizione è un ponte interrotto tra il possibile e l’inevitabile. «Ma questa riforma si farà senza pesare sui dipendenti», il tesoro di Misiani.

(Twitter: @carusocarmelo)

   

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