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Il Ministro Orlando: quante inesattezze sulla mia giustizia

La risposta del titolare del dicastero alla Giustizia alle accuse di Martelli: la "tenuità del fatto" non comporta nessuna amnistia

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Il ministro della giustizia Andrea Orlando – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Andrea Orlando è Ministro della Giustizia

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Su Panorama Claudio Martelli ha esposto una serie di osservazioni critiche sul bilancio da me presentato dopo un anno di governo da ministro della Giustizia. Nello spazio che gentilmente mi si offre per rispondergli non voglio riprendere quel bilancio per intero. Lo si può trovare sul sito del ministero (www.giustizia.it) e ciascuno può, dunque, giudicarlo.

Voglio però rispondere sui due rilievi principali mossi da Martelli. Il primo: la diminuzione della popolazione carceraria e dell’arretrato civile; il secondo: la nuova disciplina della non punibilità per particolare tenuità del fatto. Martelli sostiene che le carceri sono sì meno affollate e che l’arretrato si è ridotto, ma questo sarebbe tutto merito dei provvedimenti presi da Letta e dal ministro Cancellieri. I giornalisti che seguono quotidianamente le vicende del ministero della Giustizia sanno bene che non è mio costume prendere meriti che non sono miei.

Mi sembra però ingeneroso sminuire quanto sul fronte penitenziario è stato fatto nell’ultimo anno, sia sul versante organizzativo che su quello normativo (promuovendo ad esempio misure alternative alla detenzione come la messa alla prova e riducendo le pene per condotte illecite di lieve entità, legate agli stupefacenti) con importanti effetti deflattivi sulle carceri. Mi spiace dunque che Martelli, che pure è stato uno stimato ministro della Giustizia, non abbia trovato il modo di ricordare il superamento delle condizioni del sovraffollamento carcerario riconosciutoci dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (anche per i rimedi compensativi introdotti dalla nuova normativa) o, per esempio, di citare iniziative come la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari o il percorso avviato con gli stati generali per l’esecuzione penale, il più ampio tentativo di ripensare la condizione penitenziaria, coniugando le garanzie di sicurezza con la tutela della dignità dei detenuti.

Qui si tratta di come attuare quanto la nostra Costituzione prevede riguardo alla pena: a questo stiamo lavorando e mi piacerebbe che tutti se ne accorgessero come se ne sono accorti, oltre la Corte dei diritti umani di Strasburgo, anche la Commissione europea e il Consiglio d’Europa. Quanto alla riduzione dell’arretrato civile, mi chiedo: siamo proprio sicuri che il nuovo processo civile telematico, il decreto 132/14 sulla degiurisdizionalizzazione o le misure organizzative nell’ambito del piano straordinario per lo smaltimento dell’arretrato non abbiano avuto effetti apprezzabili?

A giudicare dai risultati raggiunti (- 20% di nuove cause in entrata), si direbbe il contrario. Tanto più che a dirigere il Dipartimento dell’organizzazione giudiziaria del ministero ho chiamato Mario Barbuto, protagonista di quelle eccellenti performance del tribunale di Torino giustamente richiamate da Martelli nel suo articolo.

Ma dove Martelli si scandalizza è a proposito della tenuità del fatto. Si scandalizza a tal misura da lasciar credere al lettore che con queste nuove norme «la convivenza civile è minacciata e l’impunità assicurata». Nulla di più falso. Stupisce che un uomo di cultura socialista e liberale come lui si allarmi per una disciplina con la quale si evita che arrivi fino in Cassazione, con relativo spreco di tempo e di risorse per processi inutili, come il furto di una lattina di Coca-cola in un supermercato o una bega condominiale per schiamazzi notturni.

Si badi: la nuova disciplina non solo riguarda fatti di lievissima entità ma specifica come questi fatti non debbano per giunta essere espressione di una condotta abituale. Non riguarda cioè casi di recidiva, delinquenti incalliti, organizzazioni criminose. È sorprendente che ancora si faccia confusione mettendo la nuova disciplina nello stesso sacco in cui stanno per lui amnistia, indulto, depenalizzazione, che invece non c’entrano nulla, fino al punto da gridare - cito testualmente - al «giubileo che tutti assolve». Ma tutti chi? Nessuno, proprio nessuno viene assolto in base alla legge entrata in vigore, tanto più che alla vittima viene data la possibilità di opporsi all’eventuale archiviazione.

Attualmente questo tipo di situazioni va incontro spessissimo alla prescrizione, meccanismo assai più discrezionale e che preclude alla vittima del reato qualunque tipo di intervento. Certo, tocca a un magistrato valutare se ci si trovi o no davanti a fatti minimamente offensivi, così come avviene in tantissimi Paesi europei: ma a chi, di grazia, Martelli vorrebbe che toccasse? A lui che è stato tra i sostenitori dei referendum radicali sulla giustizia giusta segnalo in questo senso la nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati che abbiamo approvato. Nel suo articolo non ve n’era traccia.

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