Il M5S scopre a Quarto la questione morale

In alcune intercettazioni la prova del presunto voto di scambio tra la camorra e l'amministrazione pentastellata eletta a giugno

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Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, e Roberto Fico, nella giornata a sostegno del candidato sindaco di Quarto (NapoliI), Rosa Capuozzo impegnato nel ballottaggio con il candidato del centrodestra, Quarto, 6 giugno 2015. – Credits: ANSA / CIRO FUSCO

Claudia Daconto

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E se adesso anche uno come Paolo Becchi, considerato fino a un certo punto come l'ideologo del grillismo – benché sempre rinnegato dallo stesso Grillo – arriva a dire che “il sogno è finito”, significa che quando si dice che il Movimento 5 Stelle non è più quello delle origini qualche cosa di vero deve esserci.


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Il professore di Filosofia del Diritto si è auto cancellato dalla lista degli iscritti. A indurlo allo strappo quello che egli considera la prova provata dell'inciucio in atto tra M5S e Pd: l'accordo sulla Consulta che dopo una trentina di fumate nere ha permesso l'elezione degli ultimi tre giudici mancanti.

Il j'accuse di Becchi riguarda non solo questo e altri possibili accordi di Palazzo su unioni civili e ius soli, ma anche la natura stessa del Movimento sottoposta a una sorta di trasformazione genetica in cui lui, come altri, faticano ormai a riconoscersi. “Del Movimento delle origini non resta che qualche sussulto buono per alimentare gli entusiasmi di chi ancora tributa fiducia a Grillo perché nutre speranza nel cambiamento – la riflessione di Becchi – Ma la verità è che il M5S ha preso posto nel Palazzo. È diventato come tutti gli altri partiti: di lotta, ma soprattutto di governo”.

“Come tutti gli altri partiti”, appunto. Soprattutto come quelli che, prima o poi, si sono ritrovati alle prese anche con responsabilità di governo. Soprattutto del territorio. È infatti proprio su questo terreno che il processo di trasformazione del Movimento 5 Stelle da forza anti-politica a partito politico risulta più lampante. La creatura di Grillo ha infatti cominciato a dover fare i conti con l'inadeguatezza di almeno una parte della propria classe politica e amministrativa.


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Molti sindaci grillini hanno scoperto che governare un comune è molto più difficile che strillare in Parlamento e che rifiuti e conti che non tornano sono patate che scottano molto di più dei tasti di un computer. E anche quell'immagine di campioni d'onestà, magari un po' inesperti ma sicuramente incorruttibili che i 5Stelle si erano cuciti addosso, sembra messa in forte discussione.

Le indagini sono solo all'inizio e saranno gli inquirenti a formulare ipotesi di reato e poi i giudici a formulare le eventuali sentenze, ma intanto ci sono intercettazioni telefoniche che dimostrerebbero contatti tra la malavita di Quarto, comune a nord di Napoli già sciolto due volte per infiltrazioni camorristiche, e l'amministrazione pentastellata guidata da Rosa Capuozzo.

In una di queste Alfonso Cesarano, imprenditore locale sospettato di avere legami con il clan camorrista dei Polverino, dà indicazioni di voto inequivocabili in vista del ballottaggio di metà giugno scorso: “Adesso si deve portare a votare chiunque esso sia, anche le vecchie di ottant'anni. Si devono portare là sopra, e devono mettere la X sul Movimento 5 Stelle”. In ballo, infatti, ci sarebbero stati già degli accordi politici perché l'uomo in questione aggiunge ancora che “l'assessore glielo diamo praticamente noi. E lui ci deve dare quello che noi gli abbiamo detto ci deve dare. Ha preso accordi con noi. Dopo, così come lo abbiamo fatto salire, così lo facciamo cadere”.

Sul presunto voto di scambio tra camorra e 5Stelle a scatenarsi sono tutte le altre forze politiche, dal Pd a Forza Italia passando per Sel e Ncd. Tra i più duri il presidente dem Matteo Orfini che in un tweet ha ricordato quando Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, disse che Orfini doveva essere ricoverato per aver detto che a Ostia i clan inneggiavano il Movimento, e lo disse, guarda caso, proprio da Quarto, “dove la camorra vota M5S”, l'affondo di Orfini.

Un siluro da cui Di Maio ha tentato di difendersi ricordando che a Quarto i 5Stelle hanno espulso il loro esponente più votato ancora prima che venisse indagato per questa storia, ossia quel Giovanni De Robbio considerato l'uomo di fiducia del boss nell'amministrazione locale guidata dalla sindaca grillina. “Fa francamente ridere che sia il Pd, che con la mafia ci è andato a braccetto finora – ha aggiunto Di Maio – a ergersi a cattedra morale della politica”.

Eppure il sospetto è che ormai una questione morale esiste anche dentro il partito più giustizialista della storia politica italiana dopo l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro crollata proprio sotto i colpi delle varie inchieste sulle ruberie dei propri esponenti nei consigli regionali. E a sostanziarlo non sono solo queste intercettazioni telefoniche, ma anche i casi della presunta parentopoli (è sempre la prima cittadina di Quarto a finire nella bufera per aver fatto stampare dei manifesti dalla tipografia del marito), le minacce contro un consigliere d'opposizione finite sul web, le denunce per abusi edilizi sempre a suo carico.

E parlando di trasformazione genetica è di nuovo Rosa Capuozzo a tradurla anche in una trasformazione linguistica. Ritrovandosi con le spalle al muro il sindaco di Quarto ha infatti messo le mani avanti utilizzando una delle formule più in voga tra i politici finiti sotto accusa, quella dell' “interpretazione distorta delle intercettazioni”. Una frase che suona piuttosto insolita in bocca a chi ha sempre considerato la parola “garantismo” quasi una parolaccia.

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