Politica

Grillo, Celentano, Benigni, stelle sbiadite

Le ultime uscite in tv o in teatro dei tre big non catturano più la folla come una volta. Uscire di scena in tempo non è virtù di tutti

Adriano Celentano

Mario Giordano

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San Marino, qualche sera fa. Beppe Grillo sale sul palco, scruta la platea e scuote la testa: «Qui in mezzo ci sono delle poltrone vuote». In effetti: ci sono delle poltrone vuote. Possibile? Il comico comincia a rimpiangere i tempi che furono. «Una volta io riempivo il palazzetto di Rimini». In effetti: una volta riempiva i palazzetti, mica solo quello di Rimini. Ora invece è al cinema teatro Nuovo di Dogana della Repubblica di San Marino. E non riesce nemmeno a fare il tutto esaurito. Anzi teme contestazioni, al punto da distribuire a tutti i presenti mandarini: «Così se volete lanciarmeli...».

Si è scritto, e si scrive sempre molto, su Beppe Grillo dal punto di vista politico. Quello che ha detto di Di Maio, quello che ha detto di Toninelli, quello che pensa sul governo. Ed è, ovviamente, tutto molto importante perché resta il fondatore del Movimento Cinque stelle e le sue posizioni inevitabilmente hanno una ricaduta sull’agenda dei palazzi. Ma la scena di San Marino, commentata dallo stesso comico con amarezza, apre uno squarcio invece su un altro aspetto, che normalmente passa in secondo piano: quello artistico. Un po’ in declino, evidentemente.

Beppe Grillo che torna a fare gli spettacoli e trova le platee con le poltrone vuote. Beppe Grillo che riempiva i palazzetti di risate e adesso riempie i teatri di provincia con punte di nostalgia. Beppe Grillo che faceva i pienoni e adesso interrompe gli spettacoli per le contestazioni. Questo declino, sicuramente, sarà influenzato anche dalla scia di veleni che ha portato con sé il passaggio in politica. Ma non si può fare a meno di pensare che forse si è chiusa anche un’epoca dal punto di vista artistico.

D’altra parte, sempre nei giorni scorsi, ha fatto effetto un’altra scena, alla cerimonia del Premio David di Donatello. Roberto Benigni era stato chiamato per consegnare il riconoscimento alla carriera a Tim Burton. E il conduttore, Carlo Conti, è stato costretto a chiedere per il comico toscano l’applauso e la standing ovation da parte di una platea che, d’istinto, si è mostrata assai fredda nei suoi confronti. Alcuni giornali hanno parlato di «umiliazione» di Roberto Benigni: «Entra in studio, non si alza nessuno» hanno chiosato.

Siccome non c’è il due senza il tre, si potrebbe aggiungere il caso di Adriano Celentano, afflitto dall’influenza più lunga della storia dell’umanità. Il suo Adrian, programmato in prima serata su Canale 5, è stato sospeso dopo quattro puntate, ufficialmente in modo provvisorio, per una malattia del Molleggiato. Ma poi la malattia è stata prolungata fino a quest’autunno, quando è stata riprogrammata la messa in onda del cartoon. Quest’ultimo doveva essere un po’ il testamento spirituale del cantante-showman. Ma il pubblico, evidentemente, non lo ha accolto con lo stesso entusiasmo con cui lui lo aveva preparato.

Grillo, Benigni, Celentano. Si tratta evidentemente di storie e situazioni molto differenti fra di loro, piene di sfumature, di scelte, di percorsi di vita e di spettacolo che non hanno nulla a che vedere l’una con l’altro. Si tratta di professionisti lontanissimi e diversissimi, per mille aspetti. Ma non può non colpire la linea rossa che li lega: sono stati tutti grandi campioni, hanno fatto la storia dello spettacolo e della tv, dagli anni Settanta in poi hanno occupato stabilmente la scena, ci hanno deliziato, divertito, emozionato, fatto arrabbiare. Hanno, comunque la si pensi, toccato le corde della nazione, raggiungendo un pubblico vastissimo, smuovendo milioni di persone, inchiodandole con le loro performance. E adesso, all’improvviso, si trovano senza pubblico. Senza applausi. Senza audience.

È la caduta degli dei dello show. Si spengono le luci. Forse non sulla loro carriera (sono così abili che sapranno ancora far parlare di sé), ma sicuramente su un’epoca. I mattatori degli ultimi decenni si trovano all’improvviso, per la prima volta, non in sintonia con il Paese. E questo, ancor prima che dire qualcosa a loro, forse dovrebbe dire qualcosa a noi. Perché è la dimostrazione evidente di come oggi tutto viene rapidamente divorato, consumato, bruciato. Viene bruciato persino ciò che ci pareva immortale, ciò che ha resistito ai decenni, ciò che è passato come culto da padre in figlio. Di colpo anche il mostro sacro cade. Di colpo appare fuori dal tempo. E ci spiazza un po’, ci fa sentir all’improvviso vecchi. Non foss’altro perché non riusciamo nemmeno a ricordare il nome dell’ultimo youtuber di successo. © riproduzione riservata

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