Chi, nel Pd, non voterà il Governo Letta

Sarebbero una decina (Mineo, Civati, Puppato...). Ma siamo sicuri che alla fine non cambieranno idea? - il toto ministri - quelli del Pd contro Napolitano -

Enrico Letta e Angelino Alfano (Credits: Paolo Cerroni/Imagoeconomica)

Claudia Daconto

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Ma quanti saranno nel Pd quelli che alla fine avranno davvero il coraggio di non votare, palesemente, la fiducia al governo Pd-Pdl guidato da Enrico Letta?

Probabilmente molti pochi, forse addirittura nessuno. Con le buone (“ce lo chiede Napolitano”) o con le cattive (“chi vota contro è fuori dal partito”), la decina di dissidenti sulle barricate si faranno convincere a scendere, ognuno per un buon motivo.

Intanto già questa mattina il capogruppo alla Camera Roberto Speranza spiegherà ai segretari regionali e provinciali di tutta Italia, convocati in tutta fretta a Roma, perché è necessario il governo delle larghe intese nella “speranza” che, a loro volta, i dirigenti locali riescano a placare la rivolta scoppiata nella base.

I pompieri interni stanno intanto sentendo i parlamentari uno a uno. La linea è semplice: “O si vive o si muore”. L'unica possibilità in mano al Pd, benché palesemente indigeribile per gli elettori che certo non volevano questo quando si sono messi in fila prima alle primarie poi ai seggi per votare Bersani e il Pd, è quella indicata da Giorgio Napolitano: scendere a patti con il nemico per fare quella manciata di riforme essenziali al Paese.

Non ci sono alternative per il governo”, ha detto anche Matteo Renzi, “chi ha il coraggio delle proprie azioni deve arrivare fino in fondo, non si può più disertare”.

Il messaggio è chiaro: basta con la stessa “inconcludenza” rinfacciata da Letta ai grillini in sede di Consultazioni.

Ufficialmente i dissidenti che martedì scorso, durante la Direzione nazionale, hanno votato contro o si sono astenuti sulla scelta di dar vita a un governo con Silvio Berlusconi, sono 21 anche se tra i parlamentari se ne potrebbero contare anche di più.

Tuttavia è molto probabile che la maggioranza si lasci convincere o dall'aut aut di Napolitano o dalle minacce di espulsione o, banalmente, per disciplina di partito, certo non senza tornaconto.

A guidare, almeno fino a questo momento, la fronda dei ribelli è Pippo Civati.

Ex renziano doc, oggi leader dei “formattatori”, si oppone all' “inciucio” e a chi nel Pd, come Francesco Boccia, Dario Franceschini, Beppe Fioroni ecc, minaccia espulsioni ribatte: “Chi non è d’accordo va ascoltato, non espulso. A cominciare dai 101 che non hanno votato Prodi, che sarei felice di conoscere”.

Appena più possibilista la senatrice Laura Puppato, in ascesa nel partito dopo la partecipazione alle primarie di novembre nonostante l'ultimo piazzamento. Il suo voto di fiducia è condizionato dalla presenza o meno nel governo Letta di Angelino Alfano (in pole position per la carica di vice premier) e Renato Schifani. “Se ci sono loro – dice tirando fuori il problema di coscienza – allora non posso dare la fiducia”.

La prodiana Sandra Zampa, quella che dopo l'impallinamento del professore ha smascherato il giochetto di alcuni parlamentari del Pd che per provare di aver votato Prodi al Colle mostravano in giro la foto della scheda con il suo nome scattata in realtà da un unico cellulare e inviata agli altri, “sta valutando”.

Così come l'altro prodiano Sandro Gozi per cui una cosa è includere nel governo nomi “accettabili” come quelli di Maurizio Lupi ed Enrico Costa, un'altra coinvolgere gli ex ministri di Berlusconi di cui si parla in questi giorni come, per esempio, Renato Brunetta, Maria Stella Gelmini o addirittura l'ex presidente del Senato Schifani.

Sulla stessa linea anche l'altro ulivista Franco Monaco e la pasionaria Rosy Bindi, dimessasi da presidente del Pd ancora prima che lo facessero Pier Luigi Bersani e tutto il resto della segreteria, e che non ha nascosto scetticismo nemmeno sul nome di Enrico Letta alla guida di un governo in questo particolare momento. Scetticismo che tuttavia difficilmente condurrà Rosy a non votare la fiducia.

Come è probabile che a rientrare nei ranghi saranno anche alcuni dei cosiddetti “giovani turchi” che ancora resistono all’idea che non si possa fare altro che governare con Berlusconi.

Matteo Orfini ha già dichiarato la sua adesione alla disciplina di partito: “Io sono contrario ma se il gruppo decide di sì, seguo”.

Chi pone un'unica condizione per votare la fiducia è l'ex direttore di Rainews24 Corradino Mineo, l'unico dei grandi elettori del Pd che in assemblea ebbe il coraggio di votare “no” alla proposta “Prodi” per poi ritrovarsi il giorno dopo in compagnia di ben 101 franchi tiratori. “Di Letta ho stima – ha dichiarato Mineo – e avrei voglia di votarlo” a patto che nel governo non ci sia Schifani. “Un senatore siciliano – ha spiegato – non può votarlo”.

E allora? Quanti dei malumori di queste ore si trasformeranno in voti mancanti?

Per saperlo bisognerà comunque aspettare la lista dei ministri e senza “impresentabili” anche i più duri e puri alla fine daranno il via libera “anche solo – maligna un deputato Pd – per vantarsi di aver fatto fuori i nomi più indigeribili”.

Insomma, tanti dissensi potrebbero rientrare se pezzi degli ex governi, tanto di centrodestra quanto di centrosinistra (tipo D'Alema agli Esteri), venissero, semplicemente, tenuti fuori.

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