Politica

Il governo nato dalla Rete indagherà sulle fake news russe in Rete?

L'esecutivo gialloverde, sospettato di essere troppo amico di Putin e incline alla "disinformazia", non ostacoli l'indagine parlamentare richiesta dall'opposizione

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Claudio Martelli

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Le guerre sono sempre state anche guerre di informazione. Il fuoco alle polveri è sempre stato accompagnato dall'inchiostro dei tipografi: senza l'invenzione della stampa le tesi di Lutero, la sua traduzione in tedesco della Bibbia e la sua riforma del cristianesimo sarebbero circolati solo in una ristretta cerchia di ecclesiastici eruditi e non tra milioni di fedeli. Dopo la stampa, la radio e la tv è arrivato internet e la comunicazione ha cannibalizzato la politica.

Da Herr Gutenberg a Mr Google è cambiato questo: che la politica è sempre di più l'aggettivo di un sostantivo, oggi la comunicazione è tutto, la politica niente. I cultori della Rete dicono che vince chi meglio usa la Rete, ma cosa vuol dire "meglio"? Vuol dire anche intossicare la Rete con messaggi falsi, pilotati e moltiplicati da agenzie specializzate e da operatori o hackers che agiscono a migliaia di chilometri di distanza?

I pirati informatici di oggi solcano la Rete al servizio dei loro governi esattamente come il pirata Morgan solcava l'oceano al servizio di sua maestà uncinando e abbordando i galeoni spagnoli colmi d'oro. Durante la guerra fredda il Kgb primeggiava nella "disinformazia" che aveva lo scopo di disorientare l'intelligence nemica. Oggi le fake news orientano gli elettori aggredendo la reputazione dei candidati ostili a Putin o alla Russia. Si sa, nulla si espande più rapidamente della calunnia, se poi centinaia di siti la diffondono l'effetto è assicurato.

Pazienza - pensavamo - la competizione è l'anima del commercio e della democrazia e finalmente, grazie a internet, disponiamo di un mezzo per raggiungere tutti e essere raggiungibili da tutti. Poi è successo qualcosa d'impensabile che ha segnato la fine dell'innocenza di internet. Prima l'Fbi ha cominciato a indagare sulle campagne di discredito contro Hillary Clinton veicolate da siti russi ai meno avvertiti tra gli elettori americani.
Poi si è scoperto che il correttissimo, giovanissimo, geniale inventore di Facebook vendeva i profili dei propri utenti alle multinazionali del commercio ma anche a Cambridge Analytica, una società informatica russa domiciliata nel Regno Unito attiva nella "disinformazia". Il Russiagate, l'indagine del procuratore Robert Muller che turba i sonni di Donald Trump, ha sollevato il primo lembo del sipario che nasconde autori e tecniche della più sofisticata campagna di "disinformazia" della storia.

Lo zampino russo si è visto anche nelle elezioni francesi, in quelle tedesche, nella Brexit e nell'insorgenza catalana. Non potevano mancare i riscontri in Italia e infine eccoli segnalati: secondo il responsabile della sicurezza di Facebook riguardano il referendum del 2016, le elezioni del 2018 e le repliche in Rete del violento attacco di Luigi Di Maio al presidente Mattarella.
Se vuole dissipare i sospetti di essere troppo amico di Putin e troppo incline alla democrazia "ammaestrata" della Rete il governo gialloverde tutto deve fare salvo ostacolare l'indagine parlamentare richiesta dall'opposizione.


(Articolo pubblicato sul n° 34 di Panorama in edicola dal 9 agosto 2019 con il titolo "Il governo nato dalla Rete indagherà sulle veline di Putin diffuse ad arte sulla Rete?")

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