Politica

Gli artisti dell'insulto politico, da Pajetta a Grillo

L'epiteto alle parlamentari di Battiato. I vaffa del comico genovese. Le invettive di Bossi. Le sparate antigay di Storace. Ogni epoca politica ha il suo improperio. Ma la terza Repubblica non la batte nessuno

Da sinistra: Bossi, Storace, Pajetta, Giannini, Battiato e Grillo (ANSA)

Il Conte di Buffon nel suo discorso sullo stile pronunciato all’Accademia di Francia il 25 agosto 1753, affermava che “le style est l'homme même” (lo stile è l’uomo stesso).

Nell’era della nascente Terza Repubblica lo stile e l’uomo hanno le sembianze del grillino Beppe Grillo che con il suo eloquio, o meglio turpiloquio, è riuscito a fare proseliti anche tra chi meno te lo aspetti. L’ultimo discepolo folgorato sulla via dell’insulto è l’ormai ex assessore alla cultura della Regione Sicilia, Franco Battiato, che dopo una serie di canzoni e di studi è arrivato alla conclusione che “ci sono troie in giro in Parlamento che farebbero di tutto, dovrebbero aprire un casino”. Passano poche ore e il maestro Grillo, per evitare di essere superato dall’allievo, pubblica sul blog l’angosciante immagine del dipinto di Francisco Goya “Saturno che divora i suoi figli” e intitola l’intervento “Figli di NN” rivolgendosi a Bersani, Berlusconi, D’Alema, Cicchitto e Monti definendoli “Padri Puttanieri che chiagnono e fottono”.

Fossimo su un ring potremmo dire: “fuori i secondi!” e via a darsele a suon di insulti.

Tuttavia, così come in fisica anche in politica nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma; e l’insulto (parolaccia o turpiloquio che dir si voglia) si è trasformato a uso e consumo del suo edotto interprete nell’epoca in cui si è sviluppato.

Ogni Repubblica ha avuto il suo pasdaran della parolaccia. Come non ricordare la performance del senatore Nino Strano che in diretta televisiva dai banchi di Palazzo Madama, al capezzale del secondo governo Prodi, urlava a squarcia gola contro il collega Salvatore Cusumano: “Sei una merda, sei un cesso corroso, sei un frocio mafioso, sei una checca squallida”. O Francesco Storace, nell’apoteosi del volemose bene, mostrava l’altra guancia a Mauro Paissan con un oxfordiano: “Quella checca mi ha graffiato con le sue unghie laccate di rosso, io non l’ho toccato. Vi sfido a trovare le mie impronte sul suo culo…”. Ma il leader per antonomasia del lessico del linguaggio da collegio della Seconda Repubblica è stato senza dubbio Umberto Bossi che fece il suo esordio nell’alta società parlamentare apostrofando gli eredi della Democrazia Cristiana come: “una cavagna di lumaconi bavosi e schifosi”; ed esplicitando alla socialista Boniver la teoria del celodurismo leghista durante un comizio a Curno nel 1993 : “Cara Boniver, cara Bona, bonazza nostra, la Lega non ha bisogno di armarsi, noi siamo sempre armati di manico” accompagnato il tutto da un elegante gesto dell’ombrello.

In origine fu il qualunquista dei qualunquisti Guglielmo Giannini che, alla stregua del grillino Grillo, amava apostrofare i nemici della Casta ante litteram: “Escremenzio Nenni” o “Caccamandrei” (riferito al giurista Piero Calamandrei). Poi arrivò Tarzan Gian Carlo Pajetta che prima di avventarsi dai banchi di Montecitorio come il re della giungla avvertiva i democristiani del suo arrivo al grido di“cornutacci e forchettoni”. Anche al Migliore Palmiro Togliatti capitò di esercitarsi nell’eleganza dell’appellativo come nella vicenda dei dissidenti Valdo Magnani e Aldo Cucchi rei di averlo contrariato: “Anche nella criniera di un nobile cavallo da corsa di possono sempre trovare due o tre pidocchi”.

Diceva lo storico Alessandro Galante Garrone: “Non si pretende certo dai parlamentari un eloquio castigato, un pacato argomentare da salotto o da cattedra universitaria e, tanto meno, un linguaggio da educande. Ma l’insulto da trivio, o l’aperto disprezzo del Parlamento varcano i limiti della più elementare decenza”.

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