Politica

I problemi del Fisco, gli stessi del 1898

Due articoli usciti più di 100 anni fa raccontano di problemi identici, paure analoghe sul debito. Serve una rivoluzione. Adesso

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Mario Giordano

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L’altro giorno presentavo il mio libro L’Italia non è più italiana in Veneto. Al termine dell’intervento si avvicina una signora e mi consegna il suo tesoro. Accade spesso, ed è una dei fatti meravigliosi di incontrare le persone non nelle grandi città, ma nelle province della Penisola: ricevo di frequente plichi, lettere, biglietti, testimonianze, ricordi, memorie, piccoli frammenti di vite altrui che inevitabilmente finiscono per arricchire la vita mia. Vi confesso, però, che il tesoro della signora Giulia di Conegliano mi ha lasciato a bocca aperta. Quando ho aperto la busta che mi ha messo in mano, infatti, ci ho trovato dentro due giornali, Gazzetta di Venezia, pezzi autentici, uno del 14 giugno 1860 e l’altro del 17 gennaio 1898. Non so perché la signora Giulia me li abbia regalati, non so da quale lascito familiare arrivino. Ma so l’emozione che ho provato a sfogliare quelle pagine profumate dal tempo, e leggere una dopo l’altra le notizie di cronaca (un morto in un rogo, un diciottenne ucciso a Montagnana...) scoprendo che avevano meno rilevanza, nell’impaginazione di allora, delle estrazioni del Comitato per la tombola. Così ho compulsato tutto, fino all’ultima riga, anche i piccoli annunci, le quotazioni della borsa merci, la pubblicità del purgante Jànos («effetto sicuro e blando») e delle cure del dottor Tenca contro «impotenza e sterilità». E ho avuto l’impressione di immergermi in un mondo ormai sparito.

Leggendo la prima pagina, però, ho avuto un sussulto. Altro che mondo sparito: l’editoriale intitolato Il contribuente italiano e dedicato «al programma finanziario del governo», infatti, sembra scritto ieri. È anch’esso del 1898 come il purgante Janos e le cure del dottor Tenca, ma non si direbbe. «Che in Italia ci siano troppe tasse è ormai un detto comune», scrive infatti l’editorialista. E poi lamenta che «si paga inegualmente», che ci sono troppi che fanno i furbi e questo genera una «dolorosa ineguaglianza contributiva», cui si aggiungono «innumerevoli incongruità». La conclusione è sconsolata: «Non vi è nazione al mondo che paghi quanto paga il contribuente italiano. Eppure a ogni bilancio vengono addosso tasse e imposte nuove...».

Non è impressionante? Ho letto e riletto l’articolo, stroppiciandomi gli occhi: davvero è stato scritto nel 1898? Potrebbe essere l’editoriale di un quotidiano di domani. «Il popolo italiano» dice infatti, «è dotato di una pazienza meravigliosa» ma «meriterebbe miglior fortuna e protezione». Ancora: «Se fosse meno angariato potrebbe presto dar luogo a un aumento della ricchezza e del consumo al pari di quello che si verifica presso altri popoli, come il tedesco». Vi rendete conto? Il 1898, tanto per avere un’idea, è l’anno in cui Guglielmo Marconi deposita il brevetto della radio, Bava Beccaris spara sulla folla di Milano. Non è stata finita la Tour Eiffel e non esiste neppure la lynotipe. Ebbene: già allora si diceva che se avessimo avuto meno tasse avremmo potuto competere meglio con la Germania. Ma già allora c’era un problema. Il solito.

«L’ossessione tante volte lamentata del pareggio». Proprio così: «L’ossessione del pareggio turba quella serenità e ampiezza di visione che dovrebbero costituire la caratteristica del ministro del Tesoro», accusa l’editorialista di 120 anni fa. «Ogni tentativo di riforma» aggiunge, viene «paralizzato» dalla «paura dello spettro del disavanzo». Lo spettro del disavanzo. Ecco il problema. Ecco la paura che blocca ogni vera riforma fiscale. Tanto nel 1898 quanto oggi con la flat tax. Sempre la stessa musica, come un «fisco» rotto. È impressionante come in 120 anni possa cambiare tutto, dal comitato per la tombola al modo di trattare la cronaca, ma non la tosatura del contribuente. Quella resta sempre uguale. E attuale. E dire che l’editorialista dell’Ottocento era speranzoso: «È venuto il tempo di prendere qualche efficace e benefico provvedimento anziché illudersi con fantasiose utopie», sentenziava. Invece è passato più di un secolo e sembra che quel tempo non sia proprio venuto. Di efficaci e benefici provvedimenti se ne vedono pochi, di fantasiose utopie sempre troppe. Che dobbiamo fare per vedere qualche vero cambiamento? Aspettare altri 120 anni? Fino al 2139? E va beh che «il popolo italiano è dotato di una pazienza meravigliosa», siamo d’accordo. Ma non è il caso di abusarne troppo.

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