La solitudine del Numero uno

L’operazione Napolitano ha visto Eugenio Scalfari schierarsi per il Colle e contro la direzione della «Repubblica». Com’era già stato sulla questione delle intercettazioni. Fine di un’epoca?

Eugenio Scalfari, 89 anni: dal 1968 al 1972 è stato deputato per il Psi. Nel 1976 ha fondato «La Repubblica», che ha diretto fino al maggio ’96 (Credits: ANSA).

Nei corridoi della redazione l’hanno battezzata «la solitudine del Numero uno». Da mesi Eugenio Scalfari e La Repubblica (il Fondatore e la sua creatura) sembrano marciare divisi. Per colpire divisi. Tra i suoi amici c’è chi racconta di avere sentito Scalfari dire, scuotendo la testa: «Non è più il mio giornale». Al centro dello scontro, sempre il Quirinale e il suo inquilino, Giorgio Napolitano, con il quale Scalfari intrattiene un rapporto intenso di scambi d’opinione e di cordiali telefonate. La vicenda era esplosa l’estate scorsa, nel pieno dello scontro sulle intercettazioni fra il capo dello Stato e Nicola Mancino, ed è tornata a riproporsi ora intorno alla candidatura di Stefano Rodotà, rumorosamente opposta da grillini e vendoliani alla riconferma di Napolitano.

Per Scalfari si è trattato, in entrambe le occasioni, di mettere in discussione non solo una linea politica diversa dalla sua, quanto un universo di rapporti e di amicizie di un’esistenza. Come è stato per Rodotà: i due si conoscono da 60 anni e il professore sulla possibilità di salire al Colle aveva creduto davvero. Motivando la scelta di Napolitano, Scalfari ha intinto il pennino nel veleno: «Ti chiedo scusa, caro Stefano, con tutto l’affetto e la stima che ho verso di te, ma il nome Rodotà in questo caso non mi è venuto in mente». Quasi dolente, la replica del diretto interessato: «Non contesto il diritto di Scalfari di dire che mai avrebbe pensato a me di fronte a Napolitano. Forse poteva dirlo in modo meno sprezzante».

Tutto un mondo che va in frantumi, che rompe antichi legami di solidarietà e di passioni.

Mesi fa, quando si trattò di schierarsi con Napolitano contro la Procura di Palermo, sempre a Scalfari toccò, in perfetta solitudine, respingere le tesi di Franco Cordero, di Gustavo Zagrebelsky e di Barbara Spinelli. Provò Ezio Mauro (dopo una provocazione di Giuliano Ferrara sul Foglio: «Caro Mauro, con chi stai?») a mettere una toppa allo scontro tra i grandi vecchi del suo quotidiano e quello del Quirinale. Si è visto: tentativo generoso, ma infruttuoso. A Scalfari non piaceva l’impostazione che La Repubblica aveva dato, con i suoi cronisti oltre che con i suoi commentatori, alla storia delle intercettazioni, né è piaciuto il sostegno alla candidatura di Rodotà, omaggiato il giorno della rielezione di Napolitano con un’intervista di un’intera pagina, e osannato dai giornalisti di punta di largo Fochetti: «Rodotà che sarebbe stato presidente se il Pd non avesse deciso di escluderlo per una ripicca ancora oggi inspiegabile» annotava Concita De Gregorio.

S’affanna, Scalfari, a spiegare che «non si scherza, che la politica è una cosa seria»; confida chi lo conosce di averlo visto a volte furibondo, «ora vado in redazione e faccio l’iradiddio». Ma forse, in fondo, la solitudine redazionale al Fondatore non dispiace, anzi. E Mauro? Ride un giornalista da sempre alla Repubblica: «Il direttore fa il quotidiano e del quotidiano si occupa; il Fondatore è preso dalla storia».

di Stefano Di Michele

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