Maria Franco

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Come ampiamente previsto da tutti i sondaggi, e come gli umori e la "voce" della città, soprattutto negli ultimi giorni, facevano ampiamente presagire, Virginia Raggi ha fatto a Roma il pieno dei voti e raggiunto una percentuale più alta di quanto le previsioni della vigilia le attestavano.

Con il 35,34% la candidata grillina ha letteralmente stracciato gli avversari. Un esito scontato anche alla luce del dato sull'affluenza (58,4%) significativamente più alta di quella che fu registrata nel 2013 (55%) e che ha fatto subito capire in quale direzione stava per girare il vento. La giovane avvocata pentastellata se la vedrà al ballottaggio con Roberto Giachetti che ha ottenuto il 24,78%. Il tema è se con oltre 10 punti percentuali di distacco quella che si apre oggi sia davvero una partita totalmente nuova rispetto al primo tempo oppure no.

Giachetti e la sua mission impossible

Probabilmente no. Per varie ragioni. La prima delle quali è che non sussistono le condizioni politiche perché si crei una coalizione di forze che voglia sostenere l'impresa di Giachetti. Non lo voterà, per esempio, Stefano Fassina che con il 4,4% si è fermato molto al di sotto delle sue ambizioni. Forse potrebbe arrivare qualcosa dalla parte governista dell'alleanza tra Si e Sel, ossia quella di Sel rappresentata dall'attuale vicepresidente della Regione Lazio Massimiliano Smeriglio.

Giachetti avrà probabilmente quasi tutti i voti di Ncd, che sosteneva Marchini, ma non tutti quelli di Forza Italia, nessuno della Lega e pochi di quelli di Fratelli d'Italia. A parte quello di Giorgia Meloni stessa per un fatto d'amicizia. Non sarebbe comunque sufficiente. Quello che il 19 servirà a Roberto Giachetti sarà la fiducia dei romani, quelli che al primo turno hanno espresso un voto di protesta con l'intenzione di lanciare un segnale di rottura che è sicuramente arrivato a destinazione (il Pd è crollato dal 26% del 2013 al 17,2%), ma anche di quelli che sono rimasti a casa o al mare e che, di fronte alla concretissima possibilità di veder indossare la fascia tricolore a una grillina, dovrebbero scegliere di correre ai ripari. Ma come fare a conquistarli con la minoranza del Partito Democratico che già parla di sconfitta di Renzi e che, quasi certamente, non si darà così tanto da fare per dare una mano al vicepresidente della Camera?

Successo Meloni, flop Marchini

D'altra parte, se per Giachetti e il centrosinistra non era scontato centrare l'obbiettivo minimo del ballottaggio, è anche vero che con un centrodestra diviso, l'impresa era comunque leggermente meno impervia di quanto avrebbe potuto se Forza Italia da una parte e Fdi e Lega non avessero deciso di separarsi in casa e contarsi, a livello nazionale, sfruttando la piazza romana.

Restando unito al ballottaggio ci sarebbe andato infatti il centrodestra. Il 20,7% di Giorgia Meloni sommato al 10,9% di Marchini, supera il 24,78 di Giachetti. Sul piano interno a stravincere è stato il duo Meloni-Salvini, ma soprattutto Meloni, unica vera artefice e quindi depositaria del notevole consenso ottenuto. Anche perché a Roma la Lega non è andata oltre il 2,6%. Il che non toglie che Salvini, essendo stato il maggiore sponsor della sua candidatura, possa intestarsi il successo e dichiarare che “qualcuno in Forza Italia ha sbagliato completamente i conti”.

Il riferimento è a Silvio Berlusconi che ha scommesso su un Alfio Marchini che non è riuscito andare oltre il 10,9% mentre Forza Italia è sprofondata al 4,2.

Renzi deluso

Renzi, che ha lasciato il Nazareno a tarda notte per fare rientro a Palazzo Chigi, ha dichiarato che ai ballottaggi i “suoi” candidati se la giocheranno. Tuttavia non può certo essere contento. Più che dei risultati della seconda manche del 19, a lui interessa quello del referendum costituzionale. Qualunque sia il risultato di queste elezioni, la sua partita il premier se la gioca a ottobre.

Il cruccio è che, a oggi, con i sindaci in carica (Fassino a Torino, Merola a Bologna) costretti a giocarsi la rielezione al ballottaggio, con Napoli persa, Roma quasi e Milano fortemente in forse con Sala e Parisi perfettamente appaiati, le premesse non sono certo delle migliori. Anche perché, checché ne dica, il valore di questa tornata amministrativa è invece fortemente politico. Anche se il 19 si dovesse materializzare il suoi incubo peggiore (doppia sconfitta a Roma e Milano dopo quella a Napoli), egli sicuramente cercherà di convincere gli italiani a non leggere in quei risultati un giudizio su di lui o sul suo governo. Peccato che gli italiani ci leggeranno invece quello che vogliono. Che al premier piaccia o no.

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