I dubbi su Paolo Savona Ministro dell'Economia

Più che le teorie monetarie, Mattarella teme il conflitto con la Banca d’Italia e con la Bce. E le reali capacità di saper risanare i conti pubblici

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Paolo Savona - 25 maggio 2018 – Credits: ANSA

Stefano Cingolani

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La formazione del governo gialloverde si è impantanata sul ministro dell’economia. A turbare i sonni del presidente della Repubblica è la candidatura di Paolo Savona soprattutto a causa delle sue posizioni critiche, anzi del tutto negative, sul trattato di Maastricht e sull’euro. Senza dubbio sono questioni chiave, ma certo non le sole.

L’Italia ha bisogno innanzitutto di un ministro dell’economia che sappia tenere sotto controllo i conti pubblici e sia in grado di ridurre in modo consistente il debito. I parametri europei possono essere considerati “stupidi” come disse Romano Prodi o “illogici” come ritiene Savona, ma i parametri strutturali che determinano la solidità di un paese sono la crescita e la finanza pubblica e l’Italia è quanto meno carente in entrambi. Ciò determina un giudizio sostanzialmente negativo da parte di chi compra e vende i titoli italiani, quelli di stato, ma non solo, anche quelli delle banche e delle imprese.

Diciamo subito che Savona ha tutti i titoli per occupare la poltrona di Quintino Sella, titoli veri, dal perfezionamento al Mit con il Nobel Franco Modigliani, al servizio studi della Banca d’Italia che ha diretto, dalla Confindustria con Guido Carli al ministero dell’industria nel breve gabinetto guidato da Carlo Azeglio Ciampi nel 1993-94, fino alle esperienze sul campo alla guida del Fondo interbancario di garanzia, quello che copre i buchi quando le banche crollano o falliscono del tutto. Uno studioso di valore, un uomo tutto d’un pezzo che si dimise da ministro perché contrario a come dovevano essere privatizzate le due principli bnche dell’Iri, la Commerciale e il Credito italiano (era in dissenso con Romano Prodi allora presidente dell’Iri.

Quanto alle posizioni su Maastricht non si può negare che molte delle sue critiche sono fondate: dalla rigidità dei parametri alla incompleta costruzione della moneta unica, fino agli errori del rigorismi teutonico che hanno aggravato la crisi dei debiti sovrani nel 2011-2012 a cominciare da quella greca. Lo stesso si può dire sul bail-in. Anche se in Italia non è mai stato applicato (e questo viene spesso dimenticato) le banche non erano preparate e la stessa opinione pubblica abituata ai salvataggi assistenziali è stata colta di sorpresa dal cambio di paradigma.

Per quanto possa diventare pericolosa, anche la sua idea di un piano B per essere pronti anche la peggio, cioè a una uscita dall’euro, ha un fondamento. Lo stesso dicasi per la sua proposta di ridurre il debito con operazioni straordinarie come la venduta di beni pubblici. In ogni caso, una cosa sono le analisi di un professore, tutt’altra è la politica di un ministro.

Sergio Mattarella, più che le teorie monetarie di Savona teme il suo aperto conflitto con la Banca d’Italia e con la Bce visto che più volte è partito lancia in resta contro Ignazio Visco e contro Mario Draghi.

Ma anche se Savona fosse un euroentusiasta della nidiata Draghi, sarebbe in grado di risanare i conti pubblici? È questa la domanda di fondo. E qui a pensar male si farà peccato, ma ci si azzecca. Il rischio è che Savona possa finire nella stessa trappola in cui cadde il suo mentore Carli. Nominato ministro del Tesoro nel 1989, da Giulio Andreotti che guidava un governo pentapartito, doveva negoziare il Trattato di Maastricht e nessuno era più adatto di lui. In Europa fece bene, difese gli interessi nazionali pur accettando il vincolo estero che secondo la sua visione era l’unico modo per spingere il paese a fare le riforme necessarie a modernizzarsi e competere in un mondo globalizzato

Tuttavia perse il controllo del bilancio. Il debito pubblico s’impennò, superò il 100% del pil per raggiungere il 120% nel 1992 l’anno fatale in cui crollarono la lira e la prima repubblica. Carli non gestì la crisi valutaria perché il governo Andreotti cadde prima, ma la lira era già sotto attacco, la sua debolezza rispecchiava un paese dai conti dissestati e l’aveva resa facile bersaglio non appena l’onda di instabilità finanziaria partita dalla Scandinavia, arrivò in Gran Bretagna e poi nell’Europa continentale. Erano altri tempi, è vero, ma anche la crisi del 2011 dimostra che i fondamentali di una economia nazionale sono sempre gli stessi.

Il primo interrogativo che riguarda il nuovo ministro dell’economia, dunque, non è europeo, ma schiettamente italiano. È il debito la prima minaccia alla sovranità, è una spesa corrente fuori controllo, è una produttività del sistema Italia troppo debole per competere. Carli aveva assistito impotente allo spadroneggiare delle “arciconfraternite del potere” condannate come governatore della Banca d’Italia.

Il rischio oggi è che i vincitori delle elezioni impongano nella legge di bilancio per il 2019 una espansione della spesa pubblica, in vista del voto per il parlamento europeo, tra un anno, primo test del governo giallo-verde. Savona denuncia l’austerità teutonica, però ha una idea rigorosa in materia di conti pubblici. Ha tuonato contro il fiscal compact che impone un sentiero rigido di riduzione del debito attraverso il pareggio del bilancio, tuttavia non rimette in discussione l’articolo 81 della Costituzione il quale recita: “Lo Stato assicura l'equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte”. C’è da scommettere, insomma, che non potrebbe assistere a quello che Carli avrebbe chiamato uno "scempio sovversivo".

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