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Dopo Renzi, chi può unire il Partito Democratico

All'indomani delle sconfitte di Ostia e in Sicilia, nel Pd si apre la riflessione sul futuro. In campo Paolo Gentiloni, Pietro Grasso e Marco Minniti

Festa-repubblica

Sara Dellabella

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Comincia a sgretolarsi l’aurea del segretario Matteo Renzi. Ieri, anche il fedelissimo Matteo Orfini non ha potuto che constatare le due sconfitte di Ostia e della Sicilia. Le ha chiamate proprio così “sconfitte”.

Un termine che cozza di brutto con lo storytelling renziano sempre spinto all’ottimismo, all’Italia che sogna. Da ieri le cose sono cambiate. Il sogno si è rotto e rischia di trasformarsi in incubo se non si corre velocemente ai ripari. Tuttavia per una parte consistente dell’attuale Pd è difficile disarcionare il segretario dopo aver difeso a spada tratta ogni sua mossa, ma la riflessione è d’obbligo ora che la campagna elettorale è iniziata ufficialmente.

Oltre alla sconfitta, le elezioni siciliane hanno fatto tramontare del tutto l’ipotesi di un governo Pd – Forza Italia e la strada per il Pd non rimane che quella della larga coalizione a sinistra. Dopo che per mesi il Segretario del PD ha indirizzato frecciatine, sberleffi e veleni ai fuoriusciti e a coloro che poi ha finito per bollare come gufi. Sembra veramente l’impresa più ardua poter riattaccare i pezzetti di questo vaso che sembra rotto per sempre. Renzi sa di essere il principale responsabile di questo disastro e così da ieri ha cominciato ad ipotizzare che si arrivi ad elezioni senza leadership, come farà il centrodestra. Non è un vero e proprio smarcamento, ma appena un passo di lato, utile a rasserenare gli animi.

Nel frattempo però qualcuno deve ricucire i rapporti tra le anime della sinistra. E sono tre i nomi al lavoro in questa direzione.

Pietro Grasso

Ieri a sorpresa, Giuliano Pisapia ha incontrato Pietro Grasso al Senato. Ed è proprio il Presidente di Palazzo Madama la figura che potrebbe ricucire la sinistra da Fratoianni al Pd. Un profilo di garanzia in grado di federare tutte le anime in campo. Uomo dell’antimafia, profondo conoscitore delle istituzioni e delle sue regole, in questi anni ha svolto il suo ruolo con equilibrio e nel rispetto di tutte le parti. Proprio quello che ci vuole dopo anni di braccio di ferro dentro e fuori le aule parlamentari.

Paolo Gentiloni

È la sorpresa dell’ultimo anno. Arrivato al governo come supplente è riuscito a guadagnarsi la fiducia del Paese. Un premier pacato che gode della fiducia dei partner europei e che sta traghettando la legislatura fino al porto finale.

Gentiloni è il profilo che consentirebbe a Renzi di tenere un piede dentro Palazzo Chigi. Molti membri dello staff dell’attuale premier sono stati mutuati dal vecchio governo, a partire dal portavoce Filippo Sensi. L’ex ministro degli Esteri si è rivelato un uomo propenso all’ascolto e se entro la fine dell’anno riuscisse ad imporre al Parlamento il voto sulla legge per la cittadinanza, il suo bis al governo sarebbe assicurato.

Marco Minniti

Nelle ultime ore si fa strada anche l’ipotesi del Ministro dell’interno Marco Minniti. Sponsor dell’operazione potrebbe essere proprio Walter Veltroni. Minniti inviso alla sinistra, ma ben visto dall’elettorato Pd, non sembra la figura ideale per tentare l’operazione federativa. Con lui al Viminale si è avuta una svolta muscolare nelle politiche dell’immigrazione, scelte fortemente criticate da Sinistra Italiana, ma anche da Emma Bonino, al lavoro con i Radicali italiani su una lista fortemente europeista per arginare l'avanzata dei nuovi nazionalismi aperta a tutte le forze. Insomma, tra le ipotesi in campo quella di Minniti sembra la meno probabile se lo scopo del Pd è veramente quello di allargare le braccia a sinistra.

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