Tutto nelle mani del padrone, Gerry Cardinale. E al suo fianco un uomo (quasi) solo: Zlatan Ibrahimovic. La disastrosa mancata qualificazione alla Champions League, che terrà il Milan fuori dall’Europa che conta per il secondo anno consecutivo, detta tempi e modi per una nuova rifondazione. La quinta dall’infausto 5 giugno 2023, il giorno della cacciata di Paolo Maldini (e Ricky Massara), licenziato con foglio di via immediato perché colpevole di voler fare tutto di testa propria e di aver sbagliato l’acquisto più caro della sessione precedente.
Il patron di RedBird reagisce così al fallimento sportivo di una stagione che a marzo profumava di corsa scudetto, salvo arenarsi nelle dieci partite successive fino all’umiliante sconfitta a San Siro con il Cagliari. Via tutti. Società azzerata. Stop alle deleghe e progetto che Cardinale vuole disegnare in prima persona affidandosi a pochissimi consulenti di cui Ibrahimovic fa parte per quanto attiene alla parte sportiva. La delusione è impossibile da metabolizzare nonostante il tentativo di pensare che possa essere l’occasione di fare tabula rasa e mettersi al lavoro in prima persona.
Ibrahimovic e il fallimento della sua cura nell’estate 2024
Lui, Zlatan Ibrahimovic, già in prima linea nel post Maldini dalla posizione comoda e mai chiarita fino in fondo di “senior advisor” della proprietà: una sorta di socio, non è noto con quale livello di partecipazione, referente unico del capo del fondo tanto da esserne definito “il mio proxy a Milano” e da lui stesso “the boss”. Erano i mesi ruggenti del Milan, che aveva chiuso ad Antonio Conte per affidarsi a Paulo Fonseca dopo aver scelto e ripudiato a furor di popolo Lopetegui e prima di arrivare a Sergio Conçeicao chiudendo ottavo in classifica.
Via tutti e fiducia in Zlatan. Il modello? Un allenatore propositivo come Fabregas che in Champions League è andato al posto del Milan. Dunque, non un tecnico dal curriculum vincente ma uno sviluppatore di talento. Non Antonio Conte (per la seconda volta nell’arco di tre anni), ma largo a un casting non necessariamente puntato sull’Italia. Un rischio enorme, già corso e pagato caramente dopo l’addio a Stefano Pioli. Non è detto che il modello Como sia replicabile a Milanello e nemmeno che sia adatto alle ambizioni e alla storia di un club che è stato guida in Italia, in Europa e nel Mondo.
Cardinale ribalta il Milan: via tutti i dirigenti
Via Giorgio Furlani, amministratore delegato mal sopportato dalla piazza che per invocare la sua cacciata ha raccolto decine di migliaia di firma: colpevole di saper tenere i conti in ordine ma non di costruire un lavoro di squadra. Via Igli Tare, direttore sportivo colpevole di aver investito a vuoto quasi ottanta milioni di euro per prendere Nkunku e Jashari. Salvato Paolo Scaroni che ha in mano il dossier San Siro. Nessuno spazio per il ritorno di Adriano Galliani. E via, ovviamente, Max Allegri che di Ibrahimovic è stato fiero oppositore (e viceversa) nel lungo inverno che ha bruciato denaro e speranze del Milan. Profonde riflessioni (e incisioni) anche sulla rosa che ha dimostrato di non avere qualità e carattere per portare in porto la qualificazione alla Champions League. Il simbolo? Rafa Leao, ai saluti anche per liberarsi di stipendio ed equivoco tattico.
Non sarà un’estate facile per il popolo rossonero che nelle ultime settimane ha contestato tutto e tutti, compreso proprio lo Zlatan che fino a un paio di anni fa era osannato come salvatore della patria e garante. Lo svedese ha peraltro già l’agenda piena e dovrà infilare le incombenze del nuovo ruolo tra un impegno e l’altro: è in partenza per gli Stati Uniti dove fino a metà luglio sarà commentatore del Mondiale per Fox Sports e il 1° agosto va a Dublino per questioni di… boxe. Anche questo aumenta il rischio di un nuovo fallimento che né Cardinale né il Milan possono permettersi.
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