Politica

Il ddl Pillon sulla famiglia era sbagliato. Ecco perché

Tutti i limiti oggettivi del decreto sulla famiglia. Ma servono nuove norme cha partano dai più deboli: i bambini

Pillon

Daniela Missaglia

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Un antico adagio cinese recita: “Possiamo scegliere quello che vogliamo seminare, ma siamo obbligati a mietere quello che abbiamo piantato”.
La legge, metaforicamente, è come un campo coltivato che dà buoni frutti se chi ha la responsabilità di scrivere le norme compie un buon lavoro, responsabile, avveduto. Diversamente, si raccoglie uva dalle spine o fichi da rovi, citando il sempre attuale San Matteo.
Vedere al di là degli slogan e del proprio naso, non perdendo d’occhio il raccolto futuro (per rimanere in termini biblici), era ciò che fatalmente mancava al disegno di legge del Senatore Pillon.

Tante, fin troppe, sono state le fondate critiche ricevute da questo baldanzoso disegno di riforma, per non tracciarne un destino che la neo ministra per le pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti, ha riassunto molto efficacemente richiamando un comune oggetto di mobilia: il cassetto. 
Già, perché lì l’ha destinato e lì, molto probabilmente, rimarrà. 

Il senatore, padre della proposta di legge, risponde piccato che trattasi di una mera vendetta politica, ma è totalmente fuori strada. Così facendo egli non mostra di aver compreso le obiettive criticità di un sistema da lui mal ponderato che avrebbe voluto ridefinire il diritto di famiglia partendo da errati presupposti dogmatici.

Questo DDL sbagliava in più punti a cominciare dal tentativo di falcidiare la libertà delle persone attraverso l’imposizione della mediazione obbligatoria, come se questo obbligo fosse coercibile costituzionalmente e potesse riconciliare coniugi ormai alla frutta. 
O ancora, trascurando completamente l’interesse dei minori, trattati come oggetti senz’anima e pacchi postali (niente assegno di mantenimento, collocamento alternato paritario a prescindere dalla capacità e disponibilità di ciascun genitore), destinati a subire passivamente gli automatismi di diagnosi nemmeno riconosciute scientificamente. Era infatti previsto che in caso di alienazione parentale, quando un bambino si fosse rifiutato di vedere uno dei genitori, il Giudice avrebbe potuto - in ultima istanza - anche disporre il suo ricollocamento in una struttura protetta con il peso di “uno specifico programma per il pieno recupero della bigenitorialità”.
Insomma il bambino sarebbe diventato la vera vittima della conflittualità di mamma e papà, con buona pace del suo “best interest” che dovrebbe sorreggere ogni decisione giudiziaria. 

Io spero che il cassetto in cui la Ministra Bonetti riporrà questo DDL sia profondo ed abbia un fondo come il pozzo di San Patrizio, di modo che nessuno più possa pensare di applicare acefale dinamiche binarie ad un tema delicatissimo dove si misurano equilibri precari e la vita stessa delle persone. 
Viene da suggerire al Legislatore di pensare ad altro visto che in Italia c’è molto da fare in qualsiasi altro ambito dello scibile. 

Se proprio si vorrà intervenire sulla famiglia, per tutelarla, si agisca sul potere esecutivo, sulla vera riforma dell’ordinamento giudiziario con l’abolizione del Tribunale per i Minorenni e la creazione, in ogni Palazzo di Giustizia, del Tribunale della Famiglia, una sezione iper-specializzata ove confluiscano magistrati appositamente preparati a dirimere le vicende connesse alle crisi ed alla patologia di questa primigenia formazione sociale. 
Ecco, basterebbe questo per implementare le tutele in luogo di distruggerle come invece avrebbe fatto il DDL Pillon, nato più dall’adesione ad una componente della famiglia (i padri separati) che ad una visione d’insieme che ponesse al centro i veri protagonisti, e vittime, delle scissioni familiari: i bambini. 

E siccome so che la Dott.ssa Elena Bonetti ha una profonda cultura cattolica, mi auguro che conosca Dante Alighieri e si ricordi cosa diceva il sommo poeta: “Tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini.
Partiamo sempre da loro e non sbaglieremo mai.

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