Politica

Cosi (bis)-Conte da burattino diventò burattinaio

Ecco cosa scriveva Repubblica, La Stampa, L'Espresso di Conte un anno fa e cosa scrivo oggi. Alla faccia della coerenza e del giornalismo

Conte-bis-governo

Maurizio Belpietro

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Giampaolo Pansa, su questo giornale, rispolverò per lui una vecchia battuta attribuita a Winston Churchill contro il suo storico rivale, il laburista Clement Attlee: «Arriva davanti a Downing Street una Morris vuota e ne scende Attlee!». Giampaolo, però, in fondo è un cuore tenero e dopo aver dipinto Giuseppe Conte come un vuoto a perdere della politica italiana, per via del baciamano alle signore e del fazzoletto profumato che spunta dal taschino si è limitato a definirlo un gagà, nulla di più. Al contrario, altri hanno infierito, trasformando l’avvocato del popolo in una figura tragica della commedia italiana, una specie di personaggio che non era in cerca d’autore e neppure di un regista, ma al massimo di uno scenografo che gli consentisse di far parte dell’arredamento. Ho provato a mettere insieme ciò che è stato detto e scritto sul presidente del Consiglio durante il suo primo mandato, ma volendo essere esaustivi servirebbe un’enciclopedia. Mi limito dunque alle offese più significative, lasciando ad altri il compito di recensire tutti i giudizi di cui Conte è stato oggetto.

         Comincio da Repubblica, che fin dall’inizio ha dimostrato di non avere particolare simpatia per il premier del governo giallo-verde. Francesco Merlo, firma di peso del quotidiano di Carlo De Benedetti, non si è contenuto, intingendo più volte la penna nel veleno. Tre mesi dopo l’insediamento a Palazzo Chigi, ecco che cosa scriveva dopo che qualcuno aveva messo in dubbio il curriculum del presidente del Consiglio: «Non vanno liquidate con le risate le ricorrenti piccole-grandi truffe curriculari del premier Giuseppe Conte. (…) Se politicamente è infatti il burattino che non riesce a diventare Pinocchio, dal punto di vista universitario è il professore delle mezze misure spacciate per intere nel curriculum gonfiato, delle mezze porzioni in biblioteca, delle mezze calzette indossate alla New York University, dei mezzi perfezionamenti e del finto gran rifiuto a un concorso invece rinviato tan-to-chi-se-ne-ac-cor-ge: tiè». Aver insinuato che fosse un mezzo imbroglione, un furbo che si accredita con un finto curriculum, però a Merlo non bastò e preferì rincarare la dose: «Quando Conte accettò di fare il premier per procura capimmo che sarebbe stato il pupazzo di Di Maio&Salvini, il vice dei suoi vice». E poi: «Forse si sente anche lui una finzione giuridica dell’Italia a 5 Stelle, l’Agilulfo di Calvino, che non era un cavaliere ma una lucida armatura vuota». Finita la raffica di insulti? No, siamo solo agli inizi. «Conte è il leader supplente», «È consapevole di fare le veci a fuoco lento», «Conte è il “quo vado” di Zalone: cerca ancora il posto fisso», gli anglosassoni «in Conte hanno fiutato la solita sostanziale furbizia all’italiana», «nell’università italiana ci sono tanti professori alla Conte, ma nessun altro prof arcitaliano era mai arrivato alla presidenza del Consiglio», «Conte è una personalità drammatica della nuova Italia nazionalpopulista», «premier ectoplasma», «cadetto dell’accademia», «professore dimezzato». Tutto in un solo articolo.

A Natale, Merlo non fece però mancare il suo regalo al capo del governo, consegnandogli sotto l’albero il seguente editoriale: «È la figura più drammatica, il quasi presidente, quasi giurista, quasi leader, che incarna “la quasità” e il pressappoco italiano. È il burattino (“Luigi, questo lo posso dire?”) che quasi quasi diventa Pinocchio. Ha un curriculum quasi vero e si è quasi presentato a un concorso quasi truccato. E da furbo arcitaliano - lo ha raccontato il Financial Times - durante le internazionali, come Ninì Tirabusciò che inventò la mossa, Conte premette, per fare paura, “sono un avvocato”, che pure in Italia vuol dire padroneggiare tutti i cavilli, pure quello di Troia». Nulla è risparmiato, nemmeno l’offesa di essere un professore «quasi» abusivo, neppure uno sconto sulle offese: «Anche il congiuntivo non è sgangherato come quello di Di Maio ma è un quasi congiuntivo: “lasciamo che i manuali si arricchischino”, “non so perché i giornali scrivino”. Sempre pressappoco, come il suo ricordo di un Mattarella senza nome che fu ucciso dalla mafia ed era “un congiunto” che è appunto un quasi fratello».

Per Merlo il destino di Conte è segnato: «Ecco: dopo sei mesi “il signor nel frattempo” sta perdendo consenso perché gli italiani hanno capito che non ce la farà a ribellarsi al destino di premier ectoplasma, di forma a cui altri danno forma. Sarà un quasi quasi per sempre». Un epitaffio che per la verità aveva avuto il precedente di Eugenio Scalfari, il fondatore del giornale per cui scrive Merlo. Poche settimane dopo l’insediamento del nuovo governo, quello con la Lega, Barbapapà vergò la seguente sentenza: «Conte è un gentile e ben rappresentato burattino, i cui fili sono mossi dai due burattinai che se lo sono inventato». Concetto ribadito anche un anno dopo in tv, durante una puntata del programma condotto da Lilli Gruber: «Il premier non conta niente. Era un figurino, ma ora si consulta con Mattarella». Pare di capire che per Scalfari, dopo un anno a Palazzo Chigi, Conte fosse sempre un burattino, ma se prima a tirare i fili erano Di Maio e Salvini, poi, prima della crisi, a farlo ballare ci pensava il Quirinale.

Giudizi non molto generosi sono stati espressi anche da altre firme del quotidiano radical chic. Per Sebastiano Messina, per esempio, il presidente del Consiglio non era altro che «uno studentello impreparato» e «tra Conte e Casalino (l’addetto stampa che il Movimento 5 Stelle gli mise accanto fin dall’inizio, ndr) il vero uomo forte non è il presidente, ma il suo portavoce».

L’ex direttore Mario Calabresi lo liquidò come «l’azzeccagarbugli nazionale», mentre Massimo Giannini, firma di rilievo per l’economia, dopo aver definito Conte «uomo sandwich», disse che gli ricordava il ministro per la propaganda di Saddam Hussein, che «diceva “we are in control” con i carri armati americani alle spalle». Perfino i natali a Volturara Appula furono per Giannini spunto di polemica: «Conte è un avvocato pugliese, quando parla non si capisce mai che cosa vuole dire, è un po’ levantino».

Filippo Ceccarelli, commentatore di fatti politici per Repubblica, non è stato meno tenero, definendolo «elemento ornamentale», ma anche «premier altrui», «vicepresidente dei vicepresidenti», «presidenticchio», «capo del governo per procura», per finire con un «fra baciamani, pochette, gemelli e moltiplicazione di bandiere e ulteriori orpelli, il superfluo batte a due mani sul portone del palazzo del governo». Anche il settimanale fiancheggiatore di Repubblica, L’Espresso, non si tirò indietro, definendo in un crescendo il premier un «Conte Zelig», «Il presidente esecutore», «Il premier fantasma», «L’uomo invisibile», «Pinocchio tra il Gatto Di Maio e la Volpe Salvini», «Il primo presidente del Consiglio di cui non si conosce un’idea». Per poi concludere con un: «Conte non esiste, parla pochissimo, non decide nulla».

Su un altro fronte, quello del Corriere, Beppe Severgnini scrisse cose non molto diverse: «Il professor Conte non ha alcuna esperienza di amministrazione. Niente, nada, nothing, nichts, rien… È come se la Marina militare affidasse la portaerei Cavour a un caporale degli alpini, magari bravissimo. Si può fare, ma è da incoscienti… In Europa vedono tutto, e capiscono abbastanza bene». E Luciano Fontana sottoscrisse, lanciando un appello al premier: «Se ci sei batti un colpo».

E ora, ora che l’ectoplasma succede a sé stesso, che il quasi premier diventa premier, che cosa dicono i tanti e feroci nemici di carta stampata? Leggere per credere. Il giorno delle sue dimissioni in Senato, Francesco Merlo ha scritto di un Salvini selvaggio domato da un torero feroce e gentile, ma il meglio lo ha dato in vista del reincarico: «Oggi quel presidente che era vice dei suoi vice è diventato il padrone, a riprova che il sottovalutato è il vero protagonista di questo nostro tempo instabile, vincente al punto che ieri non si è fatto vedere ma ha fatto sapere a tutti che sarà lui a scegliere i ministri  e soprattutto i suoi vice». «Giuseppe Conte ha vinto coltivando il formalismo come un tic nervoso, un’ossessione, con le giacche di sartoria, la colonia al limone, la lacca nera sui capelli, i gemelli ai polsi, la geometria della pochette a quattro punte, insomma la cura di sé come ossessione psicosomatica. Conte ha imposto l’aria tranquilla, serena, conversativa, amabile e indulgente anche mentre al Senato picchiava Salvini, spiegando con una mitezza da barbiere in contropelo al suo ex alleato tutto quello che i suoi nemici gli avevano invece urlato».

Così Ninì Tarabusciò, la figura più drammatica della nostra storia, all’improvviso ha dato «una bella lezione per la politica degli spacconi, dei ganassa e dei folgoranti successi seguiti da rapide morti. Nell’Italia che dopo Renzi sta castigando Salvini e Di Maio ha vinto l’alter ego, l’ectoplasma, il politico per procura, il quasi premier, il quasi leader, il professore con un quasi curriculum. E ha vinto proprio perché nessuno lo prendeva sul serio». Così il burattino, per i giornali si è animato all’improvviso di vita propria, uccidendo Salvini e oscurando Di Maio. Nel giorno in cui Conte ha ricevuto l’incarico di formare un nuovo governo, Massimo Giannini è arrivato a descrivere «la miracolosa metamorfosi» immaginandolo sospeso a mezz’aria tra Moro e Rumor, scrivendo che «è diventato suo malgrado un Grande Statista prét-à-porter». Siamo agli inizi non del governo del cambiamento, ma di quello delle novità e dalla Stampa segnalano il mutamento di postura e la trasformazione del linguaggio. «Nel giro di poco più di un anno» ha scritto Andrea Malaguti sul quotidiano sabaudo «il (vis)Conte dimezzato, vorace lettore di Calvino, è diventato un Conte raddoppiato il cui destino - se tutti i tasselli si metteranno magicamente a posto - potrebbe rivelarsi sorprendente, facendogli immaginare una salita al Colle. Non tanto per ricevere mandati, quanto per distribuirli». Non è ancora amore, ma quasi. Perché secondo Malaguti è «impossibile odiare Giuseppe Conte, più facile sottovalutarlo», perché l’uomo è «abile, furbo, educato, mai divisivo». E già che ci siamo è pure «innamorato del figlio». «Passare da Salvini a Zingaretti» scrive il vicedirettore della Stampa «dalla fiducia sul decreto sicurezza bis al no allo stesso decreto in un amen senza pagare pegno (ma anzi, aggiungiamo noi, guadagnando una candidatura al Quirinale, ndr) è una possibilità concessa - direbbe Grillo - a pochi Elevati». Amen. Assurto in cielo, nell’Olimpo degli Statisti. Ma forse anche dei trasformisti.

Da ectoplasma a plasmatore di nuove maggioranze. Da burattino a burattinaio. Da vice dei suoi vice a presidente senza vice. Da avvocato del popolo ad avvocato delle élite. Da portavoce di Saddam Hussein a Portabandiera dell’orgoglio nazionale. Da isolato in Europa ad applaudito in Europa, per di più benedetto da Trump. Da grande mediocre a grande mediatore. Tutto in poche settimane, anzi in pochi giorni. Una metamorfosi che rimarrà agli atti, nelle raccolte della carta stampata. Una trasformazione che, per usare le parole del barocco siciliano di Repubblica, Francesco Merlo, è un quasi giornalismo, una quasi informazione, ma anche una quasi bugia, una furbizia all’italiana, una «quasità», e un pressappoco: la vera rappresentazione dell’arcitaliano che che dall’alto della superiorità di un castello di carta sa tutto e tutto prevede. Perché Merlo e i suoi colleghi, scrivendo in pochi giorni il contrario di quello che per mesi avevano scritto prima, hanno certificato una sola cosa. Non era Conte a fare il presidente del Consiglio per procura. Sono loro a fare i giornalisti per procura. Anzi, i mezzi giornalisti.                                          

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