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CONTE ORA PROSCIUGA L'ANIMA  PD-5 STELLE, POI SARA' IL LORO CAPRO ESPIATORIO

L'incapacità di differenziarsi per i due partiti di governo dà luogo a due effetti: da un lato il patto tra dem e Movimento è debole, dall'altro irrigidisce lo status quo perché l'esecutivo è incapace di varare riforme strutturali, incluse quelle che vengono richieste dall'Europa.

Il decreto Rilancio è lo specchio del governo che lo ha quasi partorito. Non assume una direzione precisa, distribuisce poco a molti, dà vita a micro-politiche che saranno, con ottime probabilità, incapaci di avviare la ripresa dopo la fine della pandemia. In assenza di una strategia, il governo ha scelto di sacrificare coloro che sono meno garantiti dallo Stato e dalle sue regole: commercianti, lavoratori autonomi, piccoli imprenditori. Il decreto è un segno tangibile che i partiti di governo, Pd e Movimento 5 Stelle in particolare, non siano al momento capaci di fare altro che limitarsi alla difesa dei propri bacini elettorali, e cioè le fasce a basso reddito del sud Italia per il Movimento 5 Stelle e l'impiego pubblico ed i pensionati per il Pd. La parte produttiva del paese, ed in particolare il Nord Italia, saranno le reali vittime economiche della pandemia. La maggioranza difetta palesemente della sensibilità e della capacità per rassicurare il mondo delle imprese e delle partite Iva, nonostante il ricorso a task forces di tecnici, manager ed economisti. Il paese rischia una deriva ricolma di assistenzialismo inefficace e desertificazione industriale, con conseguente aumento della disoccupazione e delle tensioni sociali.

In questo contesto, lo scenario politico presenta alcune questioni su cui riflettere. La prima è il ruolo oramai dominante di Giuseppe Conte, un tempo espressione politica del Movimento 5 Stelle ed oggi assurto al ruolo di protagonista assoluto, indipendente dai partiti. La centralizzazione della comunicazione e delle politiche a Palazzo Chigi sono sia il segno di una maggioranza così fragile da non essere in grado nemmeno di condizionare un Presidente del Consiglio con poca esperienza politica sia che Conte rischierà a breve di diventare il capro espiatorio della crisi economica che ci attende. Il premier ha scambiato un successo nel breve periodo, la sopravvivenza al potere ed il protagonismo a mezzo stampa, per una probabile pena nel prossimo futuro, in cui finirà a fare da parafulmine alle scelte pavide della maggioranza.

La seconda riflessione riguarda l'oramai crescente difficoltà di distinguere il Partito democratico dal Movimento 5 Stelle. Se all'ombra di Palazzo Chigi i due partiti conducono serrate trattative sulle nomine e sui dettagli dei provvedimenti, sul piano politico si notano sempre minori differenze. Lo scorso agosto la sinistra è andata al governo per addomesticare i populisti, evitare le elezioni anticipate e tenere il centrodestra lontano dall'esecutivo. Questo patto di puro potere siglato dai partiti del centrosinistra con il Movimento 5 Stelle ha sì indebolito ulteriormente i pentastellati sul piano del consenso, ma ha anche prodotto un programma di governo inconsistente ed incerto. A livello politico, l'impossibilità del segretario Nicola Zingaretti di entrare nell'esecutivo e la mancanza di una leadership forte al Nazareno hanno accentuato la trasformazione del Partito Democratico in "partito di sistema": i suoi confini ideologici sono sempre più sfumati, mentre i suoi tentacoli nell'apparato statale e para-statale sono sempre più profondi. In questa logica sistemica, per il centrosinistra, il solo fatto di essere al governo oggi conta più di quel che può concretamente realizzare sul piano delle riforme. Se però il Paese venisse travolto da una nuova crisi economica e, di conseguenza, da un probabile commissariamento esterno da parte delle istituzioni europee, per quanto ancora il Pd potrebbe sopportare un premier sempre più ingombrante?

E per quanto, se ciò si verificasse, il Movimento 5 Stelle potrebbe ancora abiurare le proprie origini anti-establishment senza subire scissioni? S'intende che l'aggravarsi della situazione economica rimetterebbe in discussione tutto, sia a Palazzo Chigi che in Parlamento.

Da ultimo, questa incapacità di differenziarsi per i due partiti di governo dà luogo a due effetti: da un lato il patto tra Pd e Movimento è debole, proprio perché di mero potere e fondato sul tirare a campare; dall'altro irrigidisce lo status quo perché il governo Conte è incapace di varare riforme strutturali, incluse quelle che vengono richieste dall'Europa. Abbiamo un governo impantanato, che esprime una prevalenza sistematica della tattica sulla strategia. Tuttavia, se questo tipo di assetto poteva funzionare in momenti di relativa stabilità economica ed in presenza di uno stabile ordine politico europeo, esso è destinato ad andare in affanno con il profilarsi all'orizzonte di una nuova crisi.


Lorenzo Castellani, con questa analisi, avvia la sua collaborazione con Panorama. E' assegnista di ricerca e docente di Storia delle Istituzioni Politiche presso la Luiss Guido Carli di Roma. Nel 2017 è stato Postdoc Researcher presso l'Einaudi Institute for Economics and Finance dalla Banca d'Italia. È stato visiting scholar presso il King's College di Londra. Il suo ultimo libro è The Rise of Managerial Bureaucracy. Reforming the British Civil Service (Palgrave Macmillan, 2018)

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